Mercati, Tognoli: “Le Borse (per ora) reggono grazie agli utili boom. Ecco tre accortezze per gli investitori”
Borse resilienti nonostante la crisi in Iran. Tognoli: “Gli utili sostengono i mercati, ma cresce il rischio”
Mentre la tensione internazionale resta ai massimi livelli e le incertezze geopolitiche oscurano la stabilità dei mercati, il confronto tra Washington e Teheran si fa sempre più complesso, sospeso tra il timore di un’escalation incontrollata e la ricerca di un equilibrio precario. Sullo sfondo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e la tenuta delle catene di approvvigionamento energetico globale tornano a essere le variabili decisive per le Borse mondiali.
L’apparente resilienza dei listini di fronte a uno scenario di crisi bellica solleva interrogativi cruciali: stiamo assistendo a una sottovalutazione del rischio geopolitico da parte degli investitori o la solidità degli utili aziendali è sufficiente a schermare le economie occidentali? E quali potrebbero essere le ripercussioni reali su inflazione e capacità di raffinazione in caso di un ulteriore deterioramento della situazione mediorientale?
A fare chiarezza è l’economista Antonio Tognoli, responsabile macro analisi di Cfo Sim, che ad Affaritaliani analizza la tenuta dei mercati e le insidie di un panorama economico in costante evoluzione: “La crescita degli utili sta in qualche modo sostenendo la tenuta dei prezzi, ma le vulnerabilità stanno aumentando. La vera sfida non è solo la disponibilità di petrolio, ma la tenuta dell’intero sistema di raffinazione, vero anello debole di una catena che rischia di spezzarsi”.
Nonostante il conflitto tra Stati Uniti e Iran continui e la tensione nello Stretto di Hormuz resti elevata, i listini europei mostrano segnali positivi. Come si spiega questa contraddizione? I mercati stanno sottovalutando il rischio geopolitico?
“A tenere banco in questo momento è soprattutto la crescita degli utili aziendali. In Europa la situazione è più ‘a macchia di leopardo’ rispetto agli Stati Uniti, dove la crescita è decisamente più corale. Oltre alle cosiddette ‘Magnifiche 7’ tech – che fanno registrare rialzi vicini al +60% trainando l’indice – anche gli altri 493 titoli americani stanno vedendo i propri profitti crescere mediamente. In Europa la spinta principale arriva dal settore bancario e dai financials, che in Paesi come l’Italia pesano molto e stanno sostenendo i listini.
Siamo in attesa dei dati PMI sul settore manifatturiero: sia in Europa che negli USA oscilliamo intorno alla quota chiave di 50 punti, ma restiamo sopra la soglia di contrazione. In sintesi, la tenuta degli utili sta compensando le tensioni, permettendo ai prezzi delle azioni di salire. Non è una crescita strabiliante: l’Europa fatica sempre a ingranare sul fronte del PIL rispetto agli Stati Uniti, ma per ora il mercato tiene. Tuttavia, le vulnerabilità geopolitiche stanno aumentando”.
Gli investitori sembrano scommettere su un conflitto destinato a rimanere circoscritto. Quali elementi alimentano questa convinzione e cosa potrebbe cambiare improvvisamente il sentiment dei mercati?
“Che il conflitto resti circoscritto è l’auspicio di tutti. Né l’Iran né gli Stati Uniti desiderano un’escalation totale; per ora assistiamo a una prova di forza diplomatica e militare per capire chi cederà prima. Bisogna però guardare alla politica interna americana: l’opinione pubblica negli USA è fortemente contraria a un nuovo intervento militare, soprattutto dopo la recente e tragica morte di due soldati americani, un evento che non si verificava da mesi.
Inoltre, si avvicinano le elezioni di midterm e la Casa Bianca corre il rischio concreto di perdere il controllo di entrambe le Camere. C’è quindi una forte pressione politica per raggiungere un cessate il fuoco. La diplomazia è ancora al lavoro, e vedremo se riuscirà a produrre gli effetti sperati”.
Il vero osservato speciale resta il petrolio. Se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero intensificarsi o si arrivasse a un blocco del traffico marittimo, quali sarebbero le conseguenze immediate?
“Assisteremmo a un’impennata immediata dei prezzi. Oggi il greggio di riferimento, il Brent, quota intorno ai 90 dollari al barile: in caso di blocco tornerebbe rapidamente sui massimi di 110, 115 o 120 dollari. Le riserve commerciali e non strategiche si stanno esaurendo velocemente, e i governi difficilmente attingeranno a quelle strategiche, poiché farlo creerebbe squilibri strutturali difficili da sanare (per ricostruire le scorte non strategiche servono dai 9 ai 12 mesi).
Inoltre, il mercato globale sta aggirando lo Stretto di Hormuz deviando le rotte verso il Mar Rosso, in particolare tramite l’oleodotto che arriva al porto saudita di Yanbu. Questo ha finora calmierato i prezzi, ma se la situazione precipita l’impatto sarà pesante. Gli Stati Uniti, pur essendo autosufficienti a livello di produzione di greggio, scontano una carenza nella capacità di raffinazione, il che farebbe schizzare il prezzo della benzina al gallone. L’Europa, che storicamente è l’anello debole della catena energetica, si troverebbe nel buio più totale, colpita in pieno da una fiammata dell’inflazione da costi”.
Guardando alle prossime settimane, quali indicatori dovrebbero monitorare investitori e imprese? C’è il rischio di un brusco risveglio?
“Il rischio di un brusco risveglio esiste sempre, specialmente se la crisi geopolitica dovesse aggravarsi. È vero che nel lungo periodo sono gli utili e i fondamentali delle aziende a fare i prezzi di borsa e non la geopolitica, ma nel breve termine – diciamo nell’arco di sei mesi – i mercati possono subire contraccolpi durissimi.
Nelle prossime settimane suggerisco di monitorare tre fattori chiave. Primo: le reali prospettive di crescita degli investimenti globali. Quest’anno viaggiamo su cifre enormi (tra i 700 e gli 800 miliardi di dollari), ma il tasso di crescita potrebbe rallentare. L’intelligenza artificiale ottimizza i costi, ma se l’economia reale frena, le aziende produrranno beni più economici che nessuno potrà permettersi di comprare. Secondo: verificare se le aziende tecnologiche, non solo le ‘Magnifiche 7’, stiano registrando un aumento di fatturato proporzionale agli enormi investimenti fatti nell’AI.
Terzo: lo stato di salute dei consumatori. Il mercato retail americano è spaccato a metà: da un lato una fascia di popolazione molto ricca che sostiene il PIL con i suoi consumi, dall’altro una stragrande maggioranza che fatica ad arrivare a fine mese causa inflazione e caro-carburante. Se i consumi di questa seconda fascia dovessero crollare, l’impatto economico – e di riflesso sulle elezioni – sarebbe pesantissimo”.
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