SANTI PIETRO E PAOLO, LEONE XIV: «LA COMUNIONE NON SI COSTRUISCE IRRIGIDENDOSI SULLE PROPRIE POSIZIONI»

29 Giugno 2026 - 13:17
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Nella Basilica di San Pietro il Pontefice ha celebrato la solennità dei patroni di Roma e imposto il pallio a 35 nuovi arcivescovi metropoliti. Nell’omelia l’invito ad ascoltare, discernere e cercare nella verità i punti d’incontro, seguendo l’esempio degli apostoli Pietro e Paolo

di Marco Testa

La comunione nella Chiesa non nasce dalla difesa rigida delle proprie posizioni, ma dalla capacità di ascoltare, discernere e individuare nella verità ciò che può unire persone, sensibilità ed esperienze differenti. È il messaggio centrale affidato da Papa Leone XIV all’omelia pronunciata nella Basilica di San Pietro durante la Messa per la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, patroni della città di Roma e figure fondative della tradizione cristiana.

La celebrazione è stata accompagnata dalla benedizione e dall’imposizione dei palli ai 35 arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno. Il rito, tra i più antichi e significativi della liturgia pontificia, ha offerto al Papa l’occasione per riflettere sul significato dell’autorità nella Chiesa, presentata non come affermazione personale o difesa di un ruolo, ma come servizio all’unità, alla verità e alla crescita del popolo di Dio.

Leone XIV ha richiamato anzitutto l’esempio di Pietro, descritto come custode della comunione tra i fratelli. Nei racconti del Nuovo Testamento, l’apostolo appare spesso impegnato a raccogliere la comunità, a preservarne l’unità e ad assumersi la responsabilità delle decisioni nei momenti più difficili. Questa missione, ha ricordato il Pontefice, non deriva da una perfezione personale che Pietro non possedeva, ma dalla sua capacità di riconoscere gli errori, ravvedersi e riprendere il cammino.

Durante la Passione, Pietro rinnega tre volte Gesù. Successivamente piange il proprio tradimento e torna a svolgere la missione che gli è stata affidata. Anche Paolo, in un momento di tensione nella prima comunità cristiana, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni comportamenti. Pietro, tuttavia, non abbandona il compito di annunciare il Vangelo e radunare il gregge, portandolo avanti fino al martirio subito a Roma.

Il Papa ha così delineato una visione della guida ecclesiale che non coincide con l’infallibilità delle singole azioni umane. La responsabilità pastorale richiede piuttosto l’umiltà di riconoscere i propri limiti, la disponibilità a correggersi e la perseveranza nel servizio. Pietro diventa una figura credibile non perché immune dagli sbagli, ma perché capace di non lasciarsi paralizzare dal fallimento e di continuare a servire la comunità.

LE CHIAVI COME STRUMENTO PER APRIRE, NON PER ABBATTERE

Uno dei passaggi più significativi dell’omelia è stato costruito attorno al simbolo delle chiavi, tradizionalmente associato all’apostolo Pietro e al ministero dei suoi successori.

Leone XIV ha osservato che una chiave non serve ad abbattere una porta. Agisce invece sui suoi meccanismi interni, trova le leve corrette, scioglie i blocchi e permette ai battenti di aprirsi e chiudersi. In questo modo ambienti separati possono tornare a comunicare e stanze isolate possono diventare parte di un’unica casa.

È partendo da questa immagine che il Pontefice ha pronunciato il passaggio destinato a diventare il centro della sua riflessione: la comunione ecclesiale non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma cercando nei cuori di tutti i punti d’incontro nella verità.

Il riferimento alla verità è essenziale per comprendere pienamente il pensiero espresso dal Papa. Leone XIV non ha proposto una comunione fondata sull’indifferenza o sull’eliminazione delle differenze. Ha indicato piuttosto un metodo nel quale il confronto non viene affrontato come uno scontro tra avversari, ma come un cammino nel quale ciascuno può diventare per l’altro uno strumento di crescita.

La rigidità, in questa prospettiva, non coincide con la fedeltà. Può trasformarsi al contrario nell’incapacità di ascoltare, nella chiusura preventiva e nella convinzione che il proprio punto di vista non abbia bisogno di verifiche o di approfondimenti. La comunione richiede invece tempo, pazienza e la volontà di cercare ciò che permette alle persone di restare insieme senza rinunciare alla verità.

Il compito affidato a Pietro e ai suoi successori consiste, secondo Leone XIV, nell’ascoltare le voci di tutti, discernere le ispirazioni, orientare i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare ed esortare. A questi verbi il Papa ha aggiunto quello dell’accompagnamento, indicando una responsabilità che non si limita a stabilire regole o pronunciare giudizi, ma comporta la vicinanza concreta alle persone e alle comunità.

Il ministero del Vescovo di Roma viene così presentato come un servizio destinato a mantenere insieme dimensioni che potrebbero apparire contrapposte: ascolto e correzione, dialogo e verità, accoglienza e discernimento, unità e pluralità. Non si tratta di ignorare gli errori o evitare le decisioni, ma di affrontarli senza trasformare la Chiesa in una somma di gruppi chiusi e incapaci di comunicare.

PIETRO E PAOLO, DUE STORIE DIVERSE UNITE DALLA STESSA MISSIONE

Accanto a Pietro, Leone XIV ha richiamato la figura di Paolo, l’apostolo delle genti e annunciatore instancabile del Vangelo.

Le loro storie personali sono profondamente differenti. Pietro è un pescatore della Galilea chiamato direttamente da Gesù e inserito fin dall’inizio nel gruppo dei Dodici. Paolo, inizialmente conosciuto come Saulo, è invece un persecutore dei cristiani, convinto di dover combattere la nuova comunità religiosa prima di essere trasformato dall’incontro con Cristo sulla strada di Damasco.

Il Papa ha ricordato che la Parola di Dio sottrae Paolo alla violenza e lo conduce sulla via dell’amore. La sua conversione non consiste soltanto nel passaggio da un’appartenenza a un’altra, ma nella trasformazione radicale del modo di rapportarsi agli altri. L’uomo che inseguiva e perseguitava diventa un messaggero di pace, capace di attraversare città e territori per annunciare il Vangelo fino a Roma, dove anche lui offrirà la propria vita.

Leone XIV ha richiamato il libro e la spada, simboli tradizionalmente associati a Paolo. La spada rimanda al martirio, ma anche alla forza della Parola, descritta nella Scrittura come viva, efficace e capace di raggiungere le profondità della coscienza umana.

Pietro e Paolo non vengono presentati come figure prive di contraddizioni. Entrambi attraversano errori, fragilità e conversioni. Proprio per questo possono diventare un riferimento per i cristiani di oggi. La loro santità non nasce da una storia lineare, ma dalla disponibilità a lasciarsi cambiare e a mettere le proprie capacità al servizio di una missione più grande.

L’esempio di Pietro, ha sottolineato il Pontefice, non riguarda soltanto il Papa o i vescovi. Ogni cristiano è chiamato a diventare costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria vita e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni.

L’unità della Chiesa, pertanto, non può dipendere esclusivamente dalle strutture centrali. Si costruisce nelle parrocchie, nelle famiglie, nelle comunità religiose, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni quotidiane. Ogni atteggiamento di ascolto, ogni riconciliazione e ogni scelta di vicinanza contribuiscono a rendere credibile l’annuncio cristiano.

IL PALLIO E LA RESPONSABILITÀ DEI NUOVI METROPOLITI

Nel corso della celebrazione Leone XIV ha benedetto e imposto il pallio ai 35 arcivescovi metropoliti nominati nell’ultimo anno.

Il pallio è una fascia di lana bianca ornata da croci nere, indossata dal Papa e dagli arcivescovi metropoliti. Viene portato sulle spalle durante le celebrazioni liturgiche e rappresenta il legame di comunione con il Vescovo di Roma, oltre alla responsabilità pastorale esercitata dal metropolita nei confronti della propria provincia ecclesiastica.

La lana richiama l’immagine evangelica del pastore che prende sulle spalle la pecora e si fa carico della sua fragilità. Leone XIV ha spiegato che il pallio esprime l’impegno di ogni pastore, ma anche di ogni cristiano, a portare i fratelli e le sorelle affidati alle sue cure, mettendo a loro disposizione energie, tempo e fatica.

Il simbolo, dunque, non rappresenta un privilegio onorifico. Richiama invece una responsabilità che può richiedere sacrificio, dedizione e capacità di anteporre il bene della comunità agli interessi personali.

Tra i 35 metropoliti che hanno ricevuto il pallio vi sono tre italiani: monsignor Francesco Antonio Soddu, arcivescovo di Sassari; monsignor Michele Autuoro, arcivescovo di Benevento; e monsignor Giampaolo Dianin, arcivescovo di Gorizia.

Nell’elenco figura anche monsignor Shane Anthony Mackinlay, arcivescovo di Brisbane, presenza particolarmente significativa per la Chiesa cattolica australiana. Con lui hanno ricevuto il pallio metropoliti provenienti da Europa, Asia, Africa e Americhe, dando alla celebrazione una dimensione realmente universale.

Tra i presuli erano presenti anche il cardinale Grzegorz Ryś, arcivescovo di Cracovia, e il cardinale Konrad Krajewski, arcivescovo di Łódź. Accanto alle grandi sedi europee figurano diocesi e arcidiocesi di Paesi molto diversi tra loro, da Brisbane a New York, da Westminster a Città del Capo, da Lahore a Calcutta, da Conakry a Lomé.

Questa varietà geografica riflette la realtà di una Chiesa presente in contesti sociali, politici e culturali profondamente differenti. Il pallio ricevuto dallo stesso Pontefice diventa il segno visibile di un’appartenenza comune che non cancella le identità locali, ma le inserisce in una responsabilità condivisa.

IL DIALOGO CON IL PATRIARCATO DI COSTANTINOPOLI

Alla celebrazione ha partecipato, come avviene tradizionalmente nella solennità dei santi Pietro e Paolo, una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, inviata dal patriarca Bartolomeo e guidata dal metropolita Emmanuel Adamakis di Calcedonia.

La presenza della delegazione ortodossa ha dato un ulteriore significato alle parole pronunciate dal Papa sulla comunione.

Il dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse rappresenta uno dei principali percorsi ecumenici del cristianesimo contemporaneo. La piena unità non è stata ancora raggiunta, ma gli incontri, la preghiera comune e lo scambio delle delegazioni mantengono aperto un cammino fondato sul riconoscimento reciproco e sulla volontà di superare le divisioni storiche.

Leone XIV ha chiesto l’intercessione dei santi Pietro e Paolo affinché sostengano i cristiani lungo questo percorso, ricordando che la comunione non costituisce un obiettivo secondario, ma appartiene alla preghiera stessa di Cristo per i suoi discepoli.

La solennità dei due apostoli ha così assunto un significato che va oltre la celebrazione liturgica e il conferimento dei palli. Pietro e Paolo, diversi per origine, formazione e carattere, sono venerati insieme perché hanno condiviso la stessa fede e hanno dato la vita nella stessa città.

La loro vicenda mostra che l’unità non richiede uniformità assoluta. Richiede piuttosto una direzione comune, la disponibilità alla conversione e la capacità di mettere le differenze al servizio dell’annuncio.

Il richiamo di Leone XIV alla ricerca dei punti d’incontro non può essere ridotto a una formula diplomatica. Si tratta di un’indicazione rivolta all’intera Chiesa, chiamata a confrontarsi con tensioni interne, trasformazioni sociali e sensibilità differenti senza perdere la capacità di parlarsi.

La comunione descritta dal Papa non elimina la responsabilità di correggere gli errori e non indebolisce il riferimento alla verità. Chiede però che la correzione non diventi esclusione, che il discernimento non si trasformi in pregiudizio e che l’autorità non rinunci all’ascolto.

È in questa combinazione tra fermezza e vicinanza che Leone XIV colloca il ministero di Pietro e dei suoi successori. Una guida capace di aprire le porte, rimuovere gli ostacoli e ricomporre in una sola casa gli ambienti che rischiano di rimanere separati.

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