Senza investimenti reali nell'assistenza sociale, la "crescita" resta una promessa

15 Giugno 2026 - 10:10
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Senza investimenti reali nell'assistenza sociale, la "crescita" resta una promessa

Andy Burnham, Il sindaco di Manchester he probabilmente sfiderà Keir Starmer alla leadership del Partito Laburista se vincerà un seggio parlamentare alle elezioni suppletive di Makerfield, sostiene che «Il Regno Unito ha bisogno di un modello economico diverso per porre fine a 40 anni di neoliberismo» e, dopo aver parlato di «buona crescita», ha attaccato l’ex premier laburista Tony Blair (fautore della terza via, neoliberista, filoisraeliano e guerrafondaio convinto) dicendo che la sua intenzione di ricostruire una sorta di vecchio “new Labour Party” ha una grave lacuna pratica e concettuale: il tenore di vita stagnante, la crescente disuguaglianza e le difficoltà quotidiane che si trovano ad affrontare milioni di famiglie. Un dibattito che vale anche per l’Italia e il resto d’Europsa, almeno per quel che riguarda il campo progressista.
Burnham ha ragione a mettere maggiori investimenti nelle infrastrutture al centro del suo programma per affrontare i problemi che ha individuato. Ma la sola ambizione non basterà, né a lui, né alle destre europee che hanno messo a ferro e fuoco Belfast e che accusano i migranti di erodere un welfare socialdemocratico contro il quale quelle stesse destre in passato avevano combattuto nel nome di una società gerarchica e corporativa.
Chiunque diventerà il prossimo primo ministro in Gran Bretagna, Italia, Francia, Spagna… si troverà presto di fronte a una prova: accettare l'ortodossia del Tesoro britannico o della BCE che ha contribuito a creare questi problemi, oppure sfidarla.
E, come scrive su Open Democracy la vicedirettrice del Women's Budget Group (Wbg) Erin Mansell, «Questo solleva un'altra questione fondamentale: in che tipo di infrastrutture dovremmo investire? Molti pensano a strade, ferrovie, abitazioni e reti energetiche. L'argomentazione è ben nota: investire in infrastrutture, stimolare l'attività economica e la crescita ne conseguirà. Ma mentre riconosciamo senza esitazione il valore economico di una linea ferroviaria che permette ai pendolari di raggiungere il posto di lavoro, facciamo fatica a vedere lo stesso valore in un asilo nido che consente a un'insegnante di mantenere il proprio impiego, o in un servizio di assistenza sociale che permette alla madre di un bambino disabile di continuare a lavorare. Tutte e tre sono infrastrutture. Tutte rendono possibile l'attività economica. Eppure solo una viene considerata un investimento. Poiché le infrastrutture sociali dipendono principalmente da lavoratori qualificati piuttosto che da cemento e acciaio, le norme contabili del Tesoro classificano la maggior parte della spesa per le infrastrutture sociali – sanità, istruzione, assistenza all'infanzia e servizi sociali – come consumo quotidiano anziché come investimento. L'indebitamento è generalmente riservato ai beni materiali che si presume generino rendimenti economici a lungo termine. Questa distinzione potrebbe avere senso in un foglio di calcolo. Nel mondo reale, ha molto meno senso».
Secondo il rapporto “A Care-Led Recovery from Coronavirus” pubblicato nel giugno 2020 dal Wgb,
Investire nell'assistenza non è solo necessario per trasformare l’attuale inefficiente sistema di assistenza sociale, ma è anche un modo eccellente per stimolare l'occupazione e ridurre il gap occupazionale di genere. Quel rapporto avvertiva che bisognava prepararsi a «Contrastare l'inevitabile recessione economica che si verificherà quando il Regno Unito uscirà dal lockdown», che poi è quel che promettevano tutti i governi europei – santificando gli operatori sanitari e sociali – e che poi non hanno mantenuto ritornando al business as usual e tagliando i fondi alla sanità e all’assistenza sociale che avevano promesso sarebbero diventati i una priorità.
Eppure, quel rapporto di 6 anni fa evidenziava che «Qualsiasi investimento nell'assistenza nel Regno Unito creerebbe 2,7 volte più posti di lavoro rispetto a un investimento equivalente nel settore edile: 6,3 volte più posti di lavoro per le donne e il 10% in più per gli uomini. Investire nell'assistenza è più ecologico che investire nell'edilizia e una parte maggiore dei suoi costi verrebbe recuperata attraverso un aumento delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali. Un sistema di assistenza migliore richiede una maggiore percentuale di occupazione totale impiegata nel settore dell'assistenza. Se, come alcuni Paesi scandinavi, il Regno Unito avesse il 10% della sua occupazione nel settore dell'assistenza, sarebbe necessaria una spesa netta annua pari all'1,9% del PIL, che genererebbe quasi 2 milioni di posti di lavoro nell'economia nel suo complesso, aumenterebbe il tasso di occupazione generale di 5 punti percentuali e ridurrebbe il divario occupazionale di genere di 4 punti percentuali. Un sistema di assistenza migliore richiede anche che gli operatori del settore siano meglio formati e retribuiti. Pagare a tutti gli operatori del settore il salario minimo nazionale e, con il miglioramento della formazione e delle qualifiche, aumentare progressivamente le retribuzioni, aumenterebbe il costo netto, fino al 2,7% del PIL, ma genererebbe comunque più del doppio dei posti di lavoro rispetto alla stessa spesa netta per le costruzioni. Investire nell'assistenza è economicamente vantaggioso non solo perché genera occupazione, ma anche perché contribuisce a creare una popolazione più sana, più istruita e più produttiva».
Come l’Italia, il Regno Unito si trova ad affrontare una crisi nell'assistenza sociale: «Le liste d'attesa del Servizio Sanitario Nazionale continuano a impedire alle persone di stare bene e di lavorare – spiega la Mansell - Nonostante i recenti ampliamenti dei servizi di assistenza all'infanzia, i costi elevati e la carenza di personale costringono ancora molte donne a ridurre l'orario di lavoro o ad abbandonare del tutto l'occupazione. Il sottofinanziamento dell'assistenza sociale priva le persone disabili e gli anziani del supporto di cui hanno bisogno, esercitando al contempo una pressione insostenibile sulle famiglie. Sappiamo che i giovani con responsabilità di cura hanno una probabilità più che doppia di non lavorare, studiare o seguire corsi di formazione rispetto ai loro coetanei. Si tratta di problemi economici. Eppure, troppo spesso se ne discute in termini di sostenibilità economica piuttosto che di necessità. Per decenni, i politici si sono chiesti come finanzieremo sistemi sanitari più efficienti. La domanda più importante è: chi pagherà quando non saremo in grado di fornirli? La risposta è, in stragrande maggioranza, le donne».
Un altro rapporto del Wgb, “Where do we go from here? An intersectional analysis of women’s living standards since 2010”, ha esaminato esaminiamo l'impatto cumulativo delle modifiche alla sicurezza sociale, alle imposte e alla spesa per i servizi pubblici tra il 2010/11 e il 2027/28 in Inghilterra e denuncia che «Negli ultimi 14 anni, la maggior parte della popolazione del Regno Unito ha subito un peggioramento del proprio tenore di vita. Le donne a basso reddito, le donne appartenenti a minoranze etniche, le donne con disabilità e le famiglie con figli sono tra le categorie più colpite. I tagli alla spesa pubblica per la sicurezza sociale, i servizi pubblici e i dipartimenti statali introdotti dal governo di coalizione nel 2010 e le politiche di austerità perseguite dai governi successivi hanno giocato un ruolo decisivo e hanno inciso significativamente sul tenore di vita delle donne, sulle disuguaglianze di genere e di altro tipo, sui livelli di povertà, sugli esiti sanitari e sui servizi pubblici essenziali che sostengono la nostra economia e il nostro benessere».
Le donne sono la maggioranza dei lavoratori e degli utenti dei servizi pubblici e continuano a svolgere la maggior parte del lavoro di cura non retribuito. La Mansell fa notare che «La mancanza di investimenti nelle infrastrutture sociali non è mai neutrale rispetto al genere. Quando l'assistenza all'infanzia è inaccessibile, quando i servizi sociali non sono disponibili, quando i servizi pubblici vengono ridotti, le donne ne sopportano i costi attraverso orari di lavoro ridotti, salari inferiori, salute peggiore e minore sicurezza economica. Lo Stato non elimina i bisogni di cura quando ritira il sostegno; si limita a scaricare la responsabilità sulle donne».
Se Burnham nel regno Unito e i progressisti e la sinistra nell’Unione Europea vogliono seriamente affrontare le disuguaglianze che hanno individuato, riformare l'assistenza sociale e creare le condizioni per una "crescita sana", dovranno confrontarsi con un quadro fiscale che sottovaluta sistematicamente le infrastrutture sociali.
Lunghi anni di austerità ci hanno insegnato che quando i governi sono troppo concentrati sul "pareggio di bilancio", i servizi pubblici e la previdenza sociale sono spesso i primi a essere tagliati, bisogna invece riconoscere le infrastrutture sociali come un investimento che genera rendimenti economici a lungo termine. Per la vicedirettrice del Women's Budget Group, «Bisognerebbe creare una nuova categoria di spesa per investimenti, accanto alla spesa corrente e alla spesa in conto capitale, consentendo l'indebitamento per le infrastrutture sociali in attesa che i relativi rendimenti si concretizzino. Queste riforme dovrebbero inoltre essere accompagnate da un sistema fiscale più equo e progressivo, che ampli lo spazio di manovra fiscale tassando la ricchezza in modo più efficace e equiparando l'imposta sulle plusvalenze all'imposta sul reddito. Inoltre, con l'aumento della popolazione pensionata – e il conseguente incremento della spesa per le pensioni statali – la regola fiscale che limita la spesa pubblica per la sicurezza sociale comporta di fatto una riduzione della spesa per altre forme di sicurezza sociale. Tale scelta dovrebbe essere ponderata e bilanciare l'impatto sui cittadini, in particolare sulle donne, che hanno maggiori probabilità di dipendere dalla sicurezza sociale nel corso della loro vita, anziché essere dettata da regole arbitrarie».
La Mansell ammette che la situazione economica è complessa, con l’inflazione in aumento, gli effetti economici della guerra in Iran e costi di finanziamento significativamente più elevati rispetto a dieci anni fa, ma conclude: «Non stiamo suggerendo che il governo debba indebitarsi senza limiti, ma dobbiamo ampliare la nostra concezione di investimento. La cura è stata a lungo considerata una responsabilità privata piuttosto che una necessità collettiva; un consumo piuttosto che una produzione. Eppure, senza la cura, ogni luogo di lavoro, ogni impresa e ogni istituzione pubblica si fermerebbero. Un Paese che non investe nelle proprie infrastrutture sociali non si comporta in modo fiscalmente responsabile. Sta trascurando le fondamenta su cui si basa la sua economia».

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