Strega, Bomboniere & Patrie lettere
La sera dell’ottantesima edizione del Premio Strega, mercoledì, sulla terrazza della Protomoteca del Campidoglio, tra i Fori illuminati, il poeta fa poesia tutta a mano: la mano che, fra l’antipastino e il branzino, scivola sulla sedia vicina – libera, il suo occupante non si è presentato – e ne preleva la busta coi doni per gli ospiti, gli occhiali da sole Persol e l’agendina Pineider. Le agende e gli occhiali spariscono prima ancora che arrivi la torta celebrativa, migrano con disinvoltura di tovagliolo in borsetta. E’ un travaso frenetico. Diffuso. Collettivo. Vale la legge non scritta delle bomboniere avanzate ai matrimoni. In regalo c’erano pure due libri, uno di Maria Bellonci e uno di Corrado Alvaro. Alcuni vengono lasciati sulle sedie. Sembra la sceneggiatura aggiornata di “Ladri di biciclette”. Il neorealismo fa d’uopo e a cena finita circolano signore con tre agende e uomini con sei paia di occhiali. (segue nell’inserto III)
Sotto la scalinata del Campidoglio, verso le ventuno, una cinquantina di persone rischiano la vita tra le auto di Piazza Venezia in fila disordinata come italiani all’aeroporto per uno sposta poveri Ryanair. Nella calca: gente Rai in quantità industriale, donne con la tenda della nonna addosso e sandali d’argento, qualche uomo in cravatta. C’è il direttore della Distribuzione Rai Stefano Coletta, il direttore dell’Espresso Emilio Carelli. C’è lo storico, ed ex assessore alla Cultura, Miguel Gotor. Un regista che somiglia a Mario Martone, e la giornalista Luisella Costamagna. Un paio di magistrati, ragazze degli uffici stampa Mondadori, dipendenti del comune di Roma, due vigili urbani con la panza e molta polizia di stato. Vaga puzza di vomito, l’Ama non delude mai, nemmeno a dieci metri dal comune. All’ingresso, la prima tragedia della serata, davanti a bodyguard in total black con auricolare da agenti segreti o buttafuori del Billionaire: “Lei non ha l’invito”. “Ma lei non sa chi sono io, mi chiami subito Armando”. “E chi sarebbe questo Armando?”. Dentro, il campionario si compone secondo un repertorio collaudato. Donne con la borsa sul sedere capiente quanto una cuccia per due gatti, capelli tirati con quella che sembra colla Attack, paillettes, cannucce di raso. Uomini in doppiopetto gessato di lino a sei bottoni di cui non sospettavamo l’esistenza. Una marea di giornalisti agguerritissimi sul piccolo buffet, pierre che ovviamente conoscono tutti su Instagram, riconosciamo anche l’editor di Einaudi Paolo Repetti. Arriva il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Gli si avvicina Francesco Lo Voi, procuratore della Repubblica di Roma, l’uomo che ha mandato avvisi di garanzia a mezzo governo. Con lui la figlia, che lavora alla cybersicurezza. “Mi fa piacere rivederla”, dice il procuratore al ministro, la stessa formula, si scopre poi, con cui lo aveva accolto in procura, ottobre di due anni fa, quando lo convocò per il caso Gilioli. E poi ecco il campionario meno prevedibile, al Premio Strega abbiamo conosciuto un maestro di yoga, due traduttori dallo svedese antico, un orefice, una segretaria amministrativa e una casalinga (“qual è il suo libro preferito?”. “No io sono amica di Alberti, quello del liquore. Veniamo tutti gli anni. Si mangia benino, sa”).
Nei giardini del Campidoglio, c’è un open bar. Si nomina il liquore Strega, quel liquido giallo e dolciastro, mescolato a chinotti e bitter di dubbia reputazione per comporre cocktail che nessuno oserebbe ordinare altrove. “Prenditi uno ‘Stregotto’” dice Andrea Vianello, l’ex direttore di Rai tre – “quando ancora esisteva Rai tre”, aggiunge con trattenuto sussiego –. “Ma che è lo Stregotto?” chiede qualcuno, sospettoso. “Mi scusi, da qualche parte c’è un po’ d’acqua?”. Non c’è acqua, solo Strega e le sue variazioni. Tutti si baciano, tutti si conoscono, come si conoscono i passeggeri di un volo che fanno sempre la stessa tratta. La giornalista Rai Serena Bortone arriva in romantico ritardo, trafelata e con uno zainetto, aria da Frecciarossa in epoca Salvini. E’ reduce dalla manifestazione unitaria del centrosinistra a Napoli di cui era la madrina. E’ reduce dalle contestazioni. Le si fanno tutti incontro. Dicci, dicci, come ha reagito Conte? Cosa ha detto Elly, cosa diceva la segretaria Schlein? “Una statua di sale. Impassibile... Certo, mi chiedo, ma non lo sapevano che Napoli è la città di Potere al popolo?”. Sarà che lo trasmette la Rai, sarà che qui in Campidoglio lo fanno anche loro, sarà per l’enorme quantità di direttori, vicedirettori, autori, collaboratori e pensionati Rai presenti, sarà che impiegati Rai e impiegati delle patrie lettere sono interscambiabili, ma questo Premio Strega comincia a somigliare pericolosamente al Premio Biagio Agnes. D’altra parte, va pure in diretta su Rai 3, condotto da Pino Strabioli e Gloria Campaner. Eccone un’inquadratura. Uno scrittore in gara, dallo sguardo concentrato e con l’orecchino, si produce in un doppio salto mortale che parte da Platone e atterra a Gaza, lasciando intendere per strada anche l’amore omosessuale del filosofo, tutto nello spazio di un unico respiro televisivo. Commenta il conduttore, Strabioli: “E allora, leggiamo tutti Platone!”. Il pubblico applaude generosamente, incerto su quale delle due cause stia premiando.
Alla cena seduta che precede la premiazione, posti assegnati, il menù è un esercizio di equilibrismo dietetico: un uovo cotto a bassa temperatura su vellutata di pomodorini, un filetto di branzino con purè di patate aromatizzato, e per dolce una “torta celebrativa” che arriva dopo un lungo digiuno da “antipastino”. I pingui sono infelici, e se ne lamentano. I salutisti, radiosi, e lo rivendicano. A un certo punto, sulla terrazza della Protomoteca, davanti a un panorama sui Fori che di solito basta da solo a intrattenere una cena intera, il cielo fa una cosa che nessun menù aveva previsto. Vira su un verde innaturale, elettrico, da fine del mondo o da filtro Instagram lasciato acceso per sbaglio. Qualcuno, il più ispirato del tavolo, azzarda “sono gli alieni”. Qualcun altro, più abituato a Roma, corregge con aria stanca “no, è l’inquinamento”. Il sindaco Roberto Gualtieri si allontana di qualche passo e consulta il telefono in silenzio, verificando se il fenomeno abbia un nome e soprattutto una responsabilità amministrativa. Poco più in là, fra i tavoli e i giardini, si consuma un altro filone di conversazione, quello sul suo dimagrimento. “Gualtieri si è fatto l’Ozempic” sentenzia una signora con la sicurezza di chi ha già la diagnosi pronta. Le risponde un vicino di tavolo, quasi offeso dall’imprecisione clinica, “ma quale Ozempic, ormai è tutto ‘Mounjaro’, agisce su due recettori, altra categoria proprio”. Claudio Mancini, deputato del Pd e braccio destro del sindaco, ascolta la disputa e la liquida con un’alzata di spalle. E con una battuta che solo un vero amico può fare: “Ma no, ma no. Sapete perché è dimagrito? Fa su e giù dalle scale mobili rotte della metro”. La verità è che il sindaco si è scoperto socio onorario del Circolo Canottieri e ci va ogni giorno, scombinando orari di giunta e appuntamenti ufficiali pur di allenarsi. Ma eccolo, il sindaco Gualtieri, ignaro delle malelingue di giardino, parla intanto a una telecamera: “Speriamo che i romani abbiano voglia, anzi ‘fame’, di letteratura”. La fame vera, in quel momento, è per i gelati Fassi, serviti con lo Strega. Per procurarsene uno servono i gomiti di un centometrista o di un lottatore di Wrestling. Con tutto il rispetto per i gomiti è però la mano il vero motore della letteratura: s’inguatta occhiali e agendina e nel salto mentale proprio della vera Roma, quella cinematografara, si salda al polso dello scrittore mai finito in cinquina, onnipresente in ogni edizione che – tirandosi su i pantaloni, riaccucciando la camicia di lino dentro le sue tonde forme posteriori – congedandosi dal neorealismo può ben recitare la battuta delle battute da cinepanettone: “E anche per quest’anno se semo levati ‘o Strega da le palle!”. Prossimamente con Christian De Sica (nel ruolo del vincitore Michele Mari).
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