Tocqueville, la democrazia e noi

Da otto anni, il Castello di Tocqueville ospita le "Conversazioni di Tocqueville", una due giorni di discussioni sui temi più diversi. Il Château de Tocqueville si trova in Normandia, in un paesaggio dolce di campi che arrivano al mare. È la residenza di famiglia dove Alexis de Tocqueville ha vissuto e scritto alcune delle pagine più lucide della teoria democratica moderna. Stéphanie e Jean-Guillaume de Tocqueville, quest'ultimo presidente della Fondazione Tocqueville, ci hanno accolti con un calore e una generosità che hanno trasformato due giorni di conferenza in qualcosa di più: conversazioni, appunto, nel senso più autentico del termine.
Le Conversations Tocqueville, co-organizzata dalla Fondazione e Laure Mandeville del Figaro, riuniscono ogni anno un insieme eterogeneo di partecipanti: storici e filosofi specialisti di Tocqueville, giornalisti, politici come Benjamin Haddad, ministro francese per l'Europa, gli ex premier Bernard Cazeneuve ed Enrico Letta, diplomatici, filantropi, imprenditori e — scelta simbolica e sostanziale insieme — un gruppo vivace di studenti del Collegio d'Europa di Bruges e dell'Università di St Andrews, a tre dei quali viene affidata la parola conclusiva dell'intero evento. Una scelta azzeccata, anche perché Tocqueville aveva proprio 25 anni quando iniziò il suo lungo e difficile viaggio negli Stati Uniti, incaricato di analizzare la situazione delle carceri.
Il tema generale di quest'anno era: se Tocqueville tornasse oggi, cosa vedrebbe? Di sicuro, vedrebbe molte delle sue analisi confermate: i rischi della tirannia della maggioranza, l'individualismo che isola i cittadini e li rende manipolabili, il rischio di un dispotismo non violento ma capillare esercitato dallo Stato burocratico. Vedrebbe le democrazie occidentali attraversate da populismi che sono, come lui aveva intuito, la risposta di cittadini a cui sono stati sottratti gli spazi di partecipazione reale. Vedrebbe nell'America di Trump la variante più visibile dello stesso fenomeno: l'uso strumentale delle forme democratiche per svuotarne la sostanza.
E poi altre cose meno note, almeno a me. Viaggiando attraverso le imponenti foreste del Michigan e le pianure americane, Tocqueville aveva già intuito l'impatto devastante del nuovo mondo sulla natura: l'avanzata della colonizzazione che distruggeva paesaggi, ecosistemi, modi di vita millenari. Non c'era alcuna condanna: solo una specie di rimpianto anticipato per una perdita che noi oggi vediamo largamente realizzata.
Tocqueville aveva anche capito che il federalismo americano non è un arrangiamento tecnico per distribuire competenze tra livelli di governo, ma una risposta politica d'ingegno a una domanda difficile: come si costruisce un sistema capace di agire alla scala che i problemi richiedono, dalla più locale alla più globale, senza perdere legittimità e radicamento democratico a nessun livello? Aristocratico francese, figlio di un padre che aveva scampato per un soffio la ghigliottina durante il Terrore e consapevole che in Europa un tale livello di uguaglianza democratica era ancora lontano, Tocqueville ne aveva compreso i vantaggi ma anche le tensioni e i limiti. Non offriva soluzioni: osservava, con capacità visionaria, le poste in gioco.
Ho partecipato al Panel 6, dedicato alla democrazia locale come scuola di civismo, formula che è di Tocqueville stesso, in pagine che non hanno perso un'oncia della loro sostanza sulla libertà che comporta la partecipazione locale e associativa. Il panel era moderato da Britta Sandberg, corrispondente europea dello Spiegel, e riuniva Fabien Aufrechter, giovane e brillante sindaco di Verneuil-sur-Seine, non a caso: il primo sindaco di Verneuil dopo la Rivoluzione francese fu Hervé de Tocqueville, padre di Alexis, e il Comune ha organizzato nel 2020 uno dei primissimi referendum locali francesi per fermare un progetto stradale che minacciava una foresta. Vinsero. Tocqueville avrebbe approvato. C'era anche Vincent Maître, consigliere nazionale svizzero, portatore di un'esperienza federale che Tocqueville aveva indicato come uno dei rarissimi esempi europei di libertà locale funzionante; e Bill O'Dowd, fondatore di Dolphin Entertainment e membro del Leadership Council di United Way, la più grande rete di beneficenza a livello globale.

Il mio argomento centrale era che la democrazia locale diventa davvero una scuola di libertà solo quando è integrata in un sistema multilivello in cui ogni livello è trasparente, legittimo e capace di proteggere i cittadini. Senza quella integrazione, la prossimità può produrre clientelismo tanto quanto civismo. Tocqueville lo sapeva bene: il governo locale ha bisogno di un sistema più largo che lo sostenga.
Ed è qui che entra un concetto sviluppato da Tocqueville che trovo particolarmente attuale: l'intérêt bien entendu — l'interesse personale "ben inteso". Non occorre essere virtuosi per fare il bene comune. Basta capire il proprio interesse a lungo termine, che include la salute delle istituzioni e della comunità in cui si vive. Una visione laica e realista del civismo: non chiede ai cittadini di essere angeli, chiede loro di essere lungimiranti, consapevoli che il proprio interesse può coincidere con quello generale.
Il Green Deal europeo ne è un esempio eloquente. Differentemente da quanto affermato dalla propaganda fossile e spesso negazionista, non è caduto dall'alto. È stato il prodotto di una catena: la scienza, i media, i giovani in piazza per mesi, i Fridays for Future, non contro i governi ma a chiedere che si muovessero, un impatto elettorale che ha costretto la politica a rispondere, e infine la traduzione legislativa a livello europeo e nazionale, nonostante gli attuali stop and go. Quel quadro ha creato nuovi mercati, nuove imprese, nuovi posti di lavoro a livello locale, in comunità che aspettavano certezza regolatoria per poter investire e agire. Le comunità energetiche rinnovabili ne sono un corollario diretto: cittadini che si associano per produrre energia, gestire beni comuni, ridurre i costi collettivamente. Funziona dove esistono simultaneamente un quadro legale e finanziario chiaro, una cultura cooperativa sostenuta da istituzioni locali efficaci e media locali capaci di spiegare i vantaggi. Dove uno di questi elementi manca, la mobilitazione si ferma.
Natura 2000 è forse l'esempio più eloquente. In vent'anni, comunità locali attraverso l'Europa hanno usato la direttiva Habitat per bloccare progetti infrastrutturali che i loro governi nazionali avevano già approvato. Piccole associazioni, attivisti locali, a volte un solo sindaco determinato: hanno vinto perché il diritto europeo dava loro legittimità e i tribunali europei davano loro rimedio. Senza il livello europeo, quelle battaglie sarebbero state perse. E quando quel livello ha deciso di indebolire i propri strumenti di azione, i successi si sono radicalmente ridotti.
I casi in cui la catena si spezza sono altrettanto istruttivi. L'Ungheria di Orbán ha smontato la democrazia pezzo per pezzo: prima il Parlamento e i media indipendenti, soprattutto quelli locali, venduti agli amici, poi le organizzazioni della società civile attraverso la legge sulle ONG a finanziamento straniero, poi le risorse dei governi locali, poi i tribunali. Orbán ha capito, meglio di molti difensori della democrazia, che il sistema è una catena. Rompere abbastanza anelli e tutto crolla. Restano le forme, che per fortuna hanno saputo incanalare, sebbene dopo ben sedici anni, quello che restava dello spirito democratico ungherese in una vittoria elettorale reale.
Insomma, non fermiamoci a una visione romantica del locale come luogo suppostamente più vicino ai cittadini: la prossimità è fonte di clientelismo e inefficienza quanto di partecipazione autentica. Bisogna rafforzare simultaneamente la società civile, le istituzioni a ogni livello, la stampa libera e seria, e il quadro legislativo nazionale ed europeo che li connette. Sono parti di un unico ecosistema. Indebolire uno indebolisce gli altri.
Tocqueville morì a 53 anni a Cannes nel 1859, di tubercolosi, con l'Ancien Régime incompiuto sul tavolo. Aveva trascorso gli ultimi anni lontano dalla politica attiva aveva rifiutato di sostenere il colpo di Stato di Luigi Napoleone, e la Francia bonapartista non aveva posto per lui. Era malinconico, questo sì. Ma non era un pessimista nel senso proprio: credeva che la libertà democratica fosse possibile, anzi necessaria, anche se difficile e mai garantita. Duecento anni dopo, è ancora la sua lezione più importante.
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