Trump riesuma i grandi classici del suo repertorio perché annaspa

18 Luglio 2026 - 06:15
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Trump riesuma i grandi classici del suo repertorio perché annaspa

Donald Trump ha un asso nella manica da sfoderare quando le cose vanno male. Non fa niente per invertire la tendenza, lui preferisce cambiare la realtà. È successo di nuovo giovedì sera, dopo giorni difficili, con i sondaggi in picchiata e le elezioni di metà mandato sempre più vicine. Il presidente degli Stati Uniti è comparso in tv in diretta dalla Casa Bianca, prometteva rivelazioni destinate a cambiare tutto. Invece è diventato un pretesto per riesumare le greatest hits del trumpismo: elezioni rubate, Cina, deep state, Barack Obama, media corrotti, macchine per il voto manomesse, complotti, Fbi, Cia. Mancavano soltanto Hillary Clinton e il muro con il Messico e il repertorio sarebbe stato completo.

Le grandi novità annunciate alla vigilia si sono trasformate nell’ennesima replica di un copione che gli elettori americani conoscono a memoria. Sono i soliti trucchetti di un politico in difficoltà. In Italia abbiamo un gran maestro della materia come Matteo Salvini, con i suoi elenchi interminabili in cui non articola le frasi ma allinea parole chiave per attirare l’attenzione del pubblico: parla direttamente all’amigdala.

È difficile restituire la sensazione straniante delle parole di Trump, ha fatto un discorso lunare, del tutto scollegato dalla realtà (qui il video). Il centro dell’attenzione erano le presunte interferenze della Cina nelle elezioni del 2020. «È la più grande violazione dei dati elettorali della storia», ha detto. È un’accusa forte, ma non c’è l’ombra di una prova. Ovviamente sono le elezioni che Trump ha perso contro il Democratico Joe Biden in piena pandemia. Quella sconfitta non gli è mai andata giù, né a lui né ai trumpiani: hanno sempre sostenuto, senza fondamento, che la vittoria gli sia stata rubata. (Ancora in questi giorni abbiamo visto le domande dei membri del Congresso al candidato alla carica di Direttore dell’Intelligence Nazionale, Jay Clayton, il quale senza alcun ritegno si rifiuta di rispondere anche alla più diretta delle domande su chi abbia vinto quelle elezioni).

L’accusa portata da Trump è che la Cina abbia acquisito illegalmente dati sensibili dei cittadini statunitensi per modificare il voto delle elezioni presidenziali. A questo ha aggiunto che le macchine per il voto elettronico sarebbero vulnerabili alle influenze di altri Paesi. Poi ha anche citato un rapporto dell’intelligence su un piano del governo venezuelano per alterare i risultati delle elezioni – piano che nessuno ha mai visto.

Il problema è che i documenti di intelligence declassificati giovedì stesso dalla sua amministrazione lo smentiscono. Dicono che esistono delle vulnerabilità nel sistema di voto, ma non ci sono prove che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord abbiano in qualche modo manipolato i dati elettorali degli Stati Uniti.

Il vero obiettivo del discorso, però, forse era un altro. Secondo Politico, è stato l’ennesimo tentativo del presidente di far approvare il “Save America Act”, una revisione completa dei sistemi elettorali e di registrazione degli elettori americani, radicata nel suo risentimento per i risultati delle elezioni del 2020. «Il Congresso deve approvare il “Save America Act”: quanto è facile farlo, a meno che non si voglia imbrogliare», ha detto il presidente.

Delegittimare il sistema elettorale significa avere già pronta una spiegazione nel caso in cui le elezioni di metà mandato di novembre non dovessero come sperano i trumpiani.  «Trump ha distrutto ogni fiducia nell’integrità delle elezioni americane per tutti gli americani inclini a credergli», ha scritto Ed Kilgore sul New York Magazine. In questo modo, spiega ancora Kilgore, «può mettere in dubbio qualsiasi risultato delle elezioni». Se milioni di elettori sono convinti in partenza che il sistema sia truccato, un’eventuale sconfitta non sarà più il verdetto delle urne, ma l’ennesimo capitolo di una cospirazione. Il bersaglio del discorso, insomma, erano le elezioni che stanno per arrivare.

Un dato interessante per provare a interpretare lo scenario arriva da un nuovo sondaggio del Washington Post-Ipsos, pubblicato proprio giovedì: suggerisce come la base di sostenitori più fedeli di Trump non solo si sia ridotta significativamente, ma abbia raggiunto livelli storicamente bassissimi. Solo il quindici per cento degli americani ha detto di approvare pienamente Trump. È il minimo storico nella storia del sondaggio, inferiore perfino ai giorni successivi all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Fra pochi mesi le elezioni metteranno in palio il controllo del Congresso negli ultimi due anni della presidenza. Per Trump perdere anche un solo ramo del parlamento significherebbe vedere la sua agenda rallentare, e le inchieste moltiplicarsi. La seconda parte del suo ultimo mandato rischia di trasformarsi in una lunga difesa a oltranza.

Durante il discorso Trump ha trovato il tempo di attaccare anche Abc e Nbc, colpevoli di non aver trasmesso integralmente il suo intervento. Non era una scelta editoriale, ha spiegato. Secondo lui era un’altra prova del complotto. «Fanno parte del piano», ha detto senza aggiungere altro, senza fornire alcuna prova.

Trump ha costruito la sua carriera politica convincendo milioni di americani che il sistema fosse truccato contro di lui. Su questa storia ha costruito un’intricata narrazione alimentata da dicerie, voci, complotti e altre inesattezze. Per anni quella narrazione è stata la sua arma più efficace, oggi sembra il suo ultimo rifugio.

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