La peronospora spiegata facile

Colpisce durante tutte le fasi vegetative e causa una perdita significativa di produzione, e gravi danni ai vigneti. Si può combattere, ma spesso non lo si può fare in maniera sufficientemente efficace.
Ma partiamo dalle basi: la peronospora della vite è una delle malattie più gravi e diffuse che colpiscono i vigneti. È originaria del Nord America e si è diffusa in Europa alla fine del diciannovesimo secolo, causando danni significativi alla viticoltura. Fu segnalata per la prima volta in Europa nel 1878, importata probabilmente dall’America, attraverso il materiale di propagazione resistente alla filossera, la malattia che ha causato la moria delle viti su piede franco e costretto i viticoltori a innestare i cloni di viti europee su piede americano, immune dalla malattia ma sensibile al fungo patogeno.
Quali sono i suoi sintomi sulla vite? La Plasmopara viticola – l’oomicete, il fungo agente causale della malattia – penetra nei tessuti dell’ospite attraverso le aperture stomatiche delle foglie e colpisce quindi tutti gli organi erbacei della vite su cui sono presenti gli stomi. Gli attacchi ai grappoli possono portare a una consistente perdita di produzione, mentre i danni alle foglie determinano anche una perdita di qualità dovuta a una riduzione dell’attività fotosintetica: la peronospora impedisce alla pianta l’accumulo di zuccheri e aromi, impedendo all’uva di crescere ricca e in salute.
Le foglie colpite diventano sensibili e vengono coperte da macchie tonde dal verde chiaro al giallastro sulla parte superiore o sui bordi, che prendono un aspetto irregolare. Con l’avanzare dell’incubazione, le lesioni assumono un aspetto traslucido, chiamato “macchia d’olio”, determinato dallo sviluppo del micelio nei tessuti fogliari. Con un’umidità particolarmente elevata, quindi in presenza di piogge abbondanti, sulla parte inferiore, in corrispondenza delle macchie d’olio si sviluppano delle muffe bianco-grigiastre. Alla fine del processo, la macchia necrotizza a partire dal centro, e la foglia si secca.

Ma la malattia non colpisce solo le foglie: sui grappoli gli attacchi di peronospora possono essere estremamente temibili dal punto di vista produttivo, e causare un imbrunimento e ripiegamento a uncino nella parte terminale del raspo, fino alla perdita totale dell’uva.
Il cambiamento climatico e le temperature sempre più alte aumentano il rischio di infezione da parte della vite, e anche la peronospora è più cattiva e resistente, soprattutto in stagioni con tanta pioggia molto ravvicinata. In questi casi, anche l’intervento umano è complesso e non efficace.
Il periodo peggiore per questa malattia è la primavera: le oospore germinano e rilasciano zoospore mobili che infettano i tessuti giovani della vite. Le prime infezioni si verificano solitamente dopo le piogge abbondanti e sono seguite da infezioni successive, che si diffondono rapidamente in condizioni favorevoli.

Come si combatte?
Il rame è il principio attivo tradizionalmente utilizzato per affrontare la peronospora della vite. Disponibili in varie forme, i fungicidi a base di rame includono per esempio la poltiglia bordolese, il rimedio più antico e tradizionale contro questa malattia. Attualmente, i fungicidi a base di rame sono gli unici ammessi in agricoltura biologica per contrastare la peronospora. Tuttavia, questi prodotti presentano alcuni svantaggi: sono fungicidi di copertura, non sistemici, e agiscono preventivamente. Ciò significa che è necessario riapplicarli dopo ogni pioggia, poiché non possono curare un’infezione già in corso, ma solo contenerla. Inoltre, il rame, essendo un metallo poco mobile, tende ad accumularsi nel suolo, causando problemi di inquinamento e fitotossicità, che possono compromettere lo sviluppo delle radici delle piante. Per questo motivo, l’Unione Eeuropea ha imposto un limite massimo annuale di 4 chilogrammi/ettaro di rame.
Nonostante questi inconvenienti, i sali di rame sono ancora molto utilizzati, specialmente in tutte le fasi fino all’invaiatura (il momento in cui i frutti da verdi si colorano) o in condizioni climatiche favorevoli (scarse precipitazioni o temperature superiori ai 30-33 gradi), quando la pressione del patogeno è generalmente più bassa.
Dal dopoguerra a oggi sono stati introdotti numerosi principi attivi per combattere la peronospora, inclusi prodotti citotropici e sistemici, che non solo prevengono l’infezione, ma hanno anche effetti curativi ed eradicanti: ma questi trattamenti non sono previsti in biologico e quindi non sono utilizzati in questo regime, pur essendo gli unici in grado di fare la differenza impedendo alla malattia di prosperare.
La peronospora della vite può causare perdite significative, riducendo la quantità e la qualità dell’uva raccolta, ma nei casi più gravi, la produzione può essere completamente compromessa, e addirittura portare a un calo produttivo significativo negli anni seguenti. Prevenirla o intervenire quando si percepisce l’inizio dell’attacco è l’unico modo per non compromettere il vigneto. Ha ancora senso, a queste condizioni e in questa situazione così cambiata rispetto al passato, continuare a insistere con le regole del bio? Tanti i motivi che ci dicono che si debbano ripensare questi dogmi.

La fitotossicità aumentata
Per affrontare con cura il tema, dobbiamo ricordare che le piogge continue si concentrano spesso nel momento della fioritura, il più delicato per la pianta. Questo ci porta alla necessità di trattare ripetutamente, causando inesorabilmente accumuli di rame nel terreno ma anche compattamento del suolo a causa dei numerosi passaggi con il trattore per distribuire rame e zolfo, su un terreno già destabilizzato dalle piogge. Il compattamento è responsabile di una riduzione significativa del microbiota del suolo e di un ulteriore indebolimento della pianta.
Ma dobbiamo tenere presente anche la pericolosità per l’uomo di questi trattamenti ripetuti, su terreni bagnati e difficili, oltre alla loro insostenibilità a livello economico e per le emissioni. Il residuo dei metalli pesanti nel suolo, di sicuro non aiuta le falde. Ma soprattutto il rame non garantisce la salubrità della pianta, che potrebbe comunque ammalarsi. Rischiare la perdita del raccolto, e la malattia della pianta, per rimanere nei parametri di un regime giusto per avere una certificazione ha un senso? Preservare il biologico ma perdere la pianta e inquinare il terreno ha un senso? Non sarebbe più utile, efficace e intelligente cambiare le regole e comprendere la natura, usando il buon senso e capendo, di anno in anno, a seconda delle stagioni, cos’è più opportuno fare, in quel luogo e in quel momento? Le regole devono essere necessariamente generali, ma in un ambiente in perenne movimento e in un momento storico di enormi cambiamenti, forse, i dogmi sono retaggio del passato e seguirli non è più la miglior soluzione possibile. E ancora: ripensare che la viticoltura non debba essere portata avanti in tutti i luoghi, ma mantenerla solo nelle zone veramente vocate – che non devono necessariamente essere quelle di un tempo – è un altro dei temi su cui riflettere nei prossimi anni.
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