Tunisia: i titoli di Stato in dinari entrano nel nuovo indice obbligazionario di J.P. Morgan
I titoli di Stato tunisini denominati in dinari entreranno nel nuovo Government Bond Index–Emerging Markets Edge (Gbi-Em Edge) di J.P. Morgan con una ponderazione del 5,32 per cento. L’indice, che la banca statunitense prevede di lanciare entro la fine di settembre, seguirà il debito sovrano in valuta locale di 26 mercati emergenti e “frontier”, per un valore complessivo di circa 328 miliardi di dollari, distribuito su 425 strumenti e 24 valute. Per la Tunisia si tratta soprattutto di un ampliamento della platea internazionale che monitora il mercato obbligazionario locale. Il peso del 5,32 per cento colloca il Paese dietro Nigeria, al 7,4 per cento, e Kenya, al 6,91 per cento, mentre sei mercati – Marocco, Egitto, Vietnam, Pakistan, Bangladesh e Kazakistan – raggiungono il limite massimo dell’otto per cento previsto dall’indice. L’Africa “frontier” rappresenta complessivamente il 44,5 per cento del nuovo benchmark, contro il 31,5 per cento dell’Asia.
Il dato assume maggiore rilievo se letto insieme agli indicatori di mercato riportati nella ricerca di J.P. Morgan. I titoli tunisini inseriti nel paniere presentano un rendimento indicativo a scadenza intorno al 9,9 per cento, a fronte di un rendimento nominale medio dell’intero GBI-EM Edge di circa il 10,39 per cento. Il rendimento più elevato che caratterizza molti mercati frontier rappresenta uno degli elementi alla base dell’interesse degli investitori, ma incorpora anche livelli di rischio, liquidità e rischio valutario significativamente differenti rispetto ai principali mercati emergenti. Il nuovo indice non nasce infatti semplicemente come una graduatoria dei Paesi con i rendimenti più alti. J.P. Morgan lo presenta come uno strumento per definire in modo strutturato la cosiddetta esposizione “frontier” al debito in valuta locale, tenendo conto anche delle condizioni concrete di accesso degli investitori internazionali, dalla convertibilità delle valute alle procedure di regolamento e alla fiscalità. L’obiettivo è quindi costruire un riferimento investibile per un segmento del reddito fisso internazionale finora più frammentato.
I criteri di selezione spiegano inoltre perché l’inclusione abbia una valenza anche sul piano dell’accessibilità del mercato tunisino. I titoli devono avere, tra gli altri requisiti, un valore nominale in circolazione equivalente ad almeno 250 milioni di dollari e almeno due anni e mezzo di vita residua al momento dell’ingresso nell’indice; la ponderazione di ciascun Paese non può superare l’otto per cento. Il benchmark è dunque costruito attorno alle emissioni sovrane locali considerate sufficientemente rilevanti e accessibili per un investitore internazionale. La crescita del perimetro seguito da J.P. Morgan è altrettanto significativa. Alla sua origine, nel 2017, l’Edge comprendeva 11 mercati e 76 obbligazioni, per circa 56 miliardi di dollari di debito eleggibile. Al 31 agosto 2026 il perimetro era arrivato a 26 mercati, 425 strumenti e circa 328 miliardi di dollari, quasi sei volte il valore iniziale. Secondo la banca, l’espansione riflette anche i progressi compiuti da diversi mercati frontier nell’emissione dei titoli di riferimento, nei sistemi d’asta, nelle infrastrutture post-trade e nell’accesso degli investitori stranieri.
Per la Tunisia, l’elemento più immediato è quindi la maggiore visibilità dei Buoni del Tesoro in dinari presso i gestori che utilizzano gli indici J.P. Morgan per misurare la performance o costruire i propri portafogli. L’inserimento non equivale tuttavia a un investimento diretto della banca e non determina automaticamente l’arrivo di capitali stranieri. I flussi effettivi dipenderanno dal numero di fondi che utilizzeranno il Gbm-Em Edge come benchmark, dalla quota di gestione indicizzata e dalle decisioni dei gestori attivi, che potranno sovra- o sottopesare la Tunisia rispetto al 5,32 per cento indicato dall’indice. Anche la dimensione potenziale dei flussi va quindi distinta dal valore del debito incluso nel benchmark. I circa 328 miliardi di dollari rappresentano il valore complessivo dei titoli eleggibili dell’indice e non una previsione di nuovi investimenti. J.P. Morgan stima inoltre in circa 10 miliardi di dollari le allocazioni strutturali già presenti nel segmento del debito frontier; si tratta di una base di investimento molto più contenuta rispetto al valore complessivo del debito rappresentato dall’Edge e che non è automaticamente destinata a essere distribuita secondo le ponderazioni dell’indice.
Per il Tesoro tunisino, l’interesse della nuova classificazione risiede dunque nella possibilità di ampliare nel tempo la base degli investitori del debito domestico. Una maggiore partecipazione estera potrebbe aumentare la liquidità del mercato secondario e, qualora la domanda per i titoli in dinari crescesse in modo strutturale, contribuire a ridurre il rendimento richiesto dagli investitori e quindi il costo di finanziamento dello Stato. Si tratta però di un possibile effetto di medio periodo, non di una conseguenza automatica dell’ingresso nell’indice. Il rovescio della medaglia riguarda proprio il rischio tunisino. Per un investitore internazionale, il rendimento del titolo in dinari non coincide con il rendimento effettivo espresso nella propria valuta: alla remunerazione dell’obbligazione si aggiungono l’andamento del cambio, la liquidità del mercato e la possibilità di entrare e uscire dall’investimento. È anche per questo che J.P. Morgan sottolinea nel nuovo indice le condizioni di convertibilità, regolamento, fiscalità e accesso degli investitori, elementi che possono incidere concretamente sulla decisione di allocazione.
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