Tutto fuorché la palude. Governi stabili e mai più inciuci: la sfida che Giorgia vincerà

Tutto fuorché la «palude». Giorgia Meloni, ancora una volta, ha dimostrato come si declina il coraggio in politica. Non si limita al fatto romantico, al gesto di impeto, ma riguarda la visione: l’esatto opposto della pesca delle occasioni, disciplina in cui è specializzata ormai la combriccola del campo largo. Sulla reintroduzione, trent’anni dopo, delle preferenze la premier sapeva perfettamente di rischiare molto, scegliendo di gettare il cuore oltre l’ostacolo ossia oltre l’istinto di auto-conservazione di una porzione “disarmante” di ceto politico. Non è andata come si augurava ma il giorno dopo la bocciatura dell’emendamento il dispositivo della nuova legge elettorale è uscito addirittura rafforzato. Un paradosso? No, è la dimostrazione della necessità storica del riformismo nazionale.
Se le preferenze – per responsabilità macroscopica della sinistra giallo-rossa e di qualche decina di infedeli nelle fila della maggioranza – non passeranno, l’impianto e la ratio dello Stabilicum assumono ulteriore significato proprio alla luce dello scempio andato in scena martedì a Montecitorio: con i festeggiamenti scomposti dei “pareggisti” e delle cintura nere di governismo senza mandato popolare. Pensavano, i vari Schlein, Conte, Bonelli & Fratoianni, di aver infranto così il meccanismo unitario del centrodestra e la stessa coesione del governo, si ritroveranno presto con una legge che doterà l’Italia di una rappresentanza certa, di esecutivi stabili e coalizioni chiamate a stabilire ex ante chi le guiderà e per fare cosa.
Il partito della palude insomma, come l’ha ribattezzato Meloni, avrà pure vinto una battaglia (solo col “favore delle tenebre”) ma perderà la guerra. Tradotto: con l’approvazione del nuovo sistema elettorale “addio” a ciò che è avvenuto con le stagioni inaugurate da Mario Monti ed Enrico Letta. Ossia a governi tecnici, ribaltoni e inciuci travestiti da larghe intese o apostoli dell’establishment chiamati a Palazzo Chigi con la scusa dell’emergenza di turno. Di tutto ciò gli italiani dovranno rendere merito alla destra. La stessa che, mettendoci politicamente la faccia, ha lottato anche per il ritorno delle preferenze: dettaglio “dimenticato” in queste ore nelle analisi di diversi commentatori, gli stessi che lamentano da anni tale assenza come una delle cause profonde dell’astensionismo.
È la stabilità, frutto esclusivo del mandato popolare, uno degli elementi preziosi della dote che l’esecutivo Meloni intende lasciare a chiunque verrà dopo. E la sinistra in tutto questo che dice? Che fa? Come da copione si è rifugiata, inventandosi il solito attacco all’impianto costituzionale, nella difesa del peggior status quo. Testardamente unitaria solo nel dire «no»: che stavolta, guarda un po’, significa «sì» alle liste bloccate. Per tutto il resto, versante proposta, da quelle parti sono ancora impantanati. Non riescono a mettersi d’accordo nemmeno su come e quanti stare su uno stesso palco. Si limitano a sguazzare nella palude. E forse è proprio quello che vogliono.
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