Una chiusura di sei mesi di Hormuz farebbe raddoppiare i prezzi dell’import europeo di Gnl

Donald Trump ha dichiarato nelle ultime ore che i mediatori sono al lavoro su una «lettera d’intenti» che Usa e Iran dovrebbero firmare per mettere fine alla guerra in Medio Oriente. Ma siccome negli ultimi mesi circa il presidente americano ha più volte detto che il conflitto era praticamente finito (salvo poi registrare nuove azioni di ostilità) o rilasciato dichiarazioni la cui validità è durata l’arco di una giornata, economisti ed esperti continuano ad analizzare la situazione e a calcolare quel che potrà accadere sul fronte energetico in caso di un duraturo blocco dello Stretto di Hormuz. Tra questi, un gruppo di studiosi di alto livello guidato dal professor Jan Rosenow dell’Università di Oxford, ha valutato che una chiusura prolungata di quel tratto di mare, unita ad alcuni plausibili cambiamenti nella politica energetica statunitense, potrebbe far salire i prezzi delle importazioni europee di gas naturale liquefatto (Gnl) ben al di sopra dei massimi raggiunti nel 2022 dopo l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina. E, notizia non notizia considerati tutte le altre analisi pubblicate anche dalla Commissione europea nelle ultime settimane e non solo, l’Italia è tra i paesi europei più esposti alla volatilità dei prezzi del gas naturale.
La ricerca, dal titolo “Closure of the strait of Hormuz fuels Europe’s natural gas trilemma”, mette in discussione l’idea che l’Europa abbia aumentato la propria sicurezza energetica dal 2022, e modella tre scenari per l’attuale crisi innescata dalla guerra in Iran e dal conseguente blocco dello Stretto Hormuz. Lo scenario più grave considera cosa accadrebbe se l’amministrazione Trump imponesse restrizioni alle esportazioni di Gnl, una mossa che secondo gli accademici rappresenterebbe una risposta credibile al forte aumento dei prezzi interni del gas naturale. Ebbene, i risultati principali dell’analisi segnalano che una chiusura di sei mesi farebbe salire i prezzi delle importazioni europee di Gnl a 28 $/MMBtu, più del doppio della media del 2024, pari a circa 12,5 $; una chiusura, unita alle restrizioni alle esportazioni statunitensi, fa salire i prezzi a 54,9 $/MMBtu, superando il picco del 2022. In questo caso, una riduzione del 10% della sola domanda europea di Gnl incide appena sui prezzi (da 54,9 a 48,3 dollari). Una riduzione coordinata del 10% in tutte le principali regioni importatrici porta i prezzi a 37,2 dollari. Il vincolo centrale alla sicurezza energetica europea non è più la scarsità fisica, ma l’esposizione alla formazione dei prezzi in un mercato globale del Gnl strettamente interconnesso.
Spiega il professor Jan Rosenow, dell’Università di Oxford: «L’Europa non è rimasta senza gas durante la chiusura dello Stretto di Hormuz. Abbiamo semplicemente pagato una fortuna per i carichi che siamo riusciti a ottenere. Questa distinzione è il nocciolo della questione. La narrativa post-2022 era che l’Europa avesse vinto passando dal gas russo via gasdotto al Gnl trasportato via mare. Ciò che non abbiamo fatto è stato ridurre la nostra dipendenza da questa molecola. L’unica copertura affidabile contro i prezzi elevati del gas è consumarne meno, e ciò significa accelerare l’elettrificazione, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili».
Sottolinea un altro autore della ricerca, Sebastian Zwickl-Bernhard, TU Wien, Energy Economics Group, e NTNU: «La nostra modellizzazione mostra che la vulnerabilità primaria dell’Europa non è più la scarsità fisica, ma la formazione dei prezzi in un mercato globale del Gnl strettamente interconnesso. Anche in caso di gravi interruzioni l’Europa non rimarrebbe senza gas, ma i prezzi salirebbero a livelli che causerebbero un danno economico paragonabile alle carenze fisiche. E nessuna risposta plausibile alla domanda europea può stabilizzare il mercato da sola».
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