Una mappa poetica di itinerari imprevedibili, tra peregrinazioni mistiche e viaggi interstellari

La poesia è fiducia. Viaggiare è fiducia. La mia passione per il viaggio è larga, antica. Prima ancora delle parole compresi che è tutto in movimento, che il mondo è un posto pieno di cose e che spettava a me esplorarlo, andare. La poesia è iniziare, e non capirci niente. Iniziare e andare e tornare e andare di nuovo, come dice Saramago a pagina 186. Leggo con gli occhi, poi muovo un po’ le labbra per sentire le parole come cose che si animano, e non ci capisco ancora niente e assomiglia a una contemplazione, a uno stare di fronte a un paesaggio, a una musica. La prima cosa che guardo è l’immagine, la mappa di una poesia. Che forma creano le parole sulla pagina, se sono fitte o rade, ondulate, squadrate, simmetriche, a rettangoli, un tappeto persiano, uno spartito, una trapunta americana, un centrino all’uncinetto, uno stagno, una piazza, una parata militare, una pista da ballo, guardo se mi guardano caotiche, e quanto bianco resta nella pagina. Prima di tutto vedere, guardare, essere guardato da quelle cose che si chiamano lettere e formano parole che formano versi che fanno una poesia. Da quando non ci sono più solo pagine di carta ma schermi luminosi, penso al fatto che la poesia è soprattutto una cosa che si dice, si canta, con ogni mezzo che la tecnologia offre, dalla memoria in poi. Cos’è una poesia? Eccola la solita domanda, la risposta più soddisfacente è sempre: “Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao”. La poesia che si autodefinisce poesia non è una poesia.
L’insegna luminosa di un fast food nel nord dell’Iran che dice aperto può essere poesia nell’occhio di chi legge, nello specifico il mio. L’“aperto” di cui parla Rilke, ecco, può capitare dappertutto, è nello sguardo, è sempre nell’occhio che lo riflette. Quando arrivo in un posto che non conosco, che sia un palasport o una città di vattelapesca dove, guardo la bussola che ho sul cellulare per sapere dov’è il nord. Da bambino rimanevo incantato dalla tivù quando non c’erano i programmi (si tratta di una cosa antica, perché ora le tivù mandano cose tutto il tempo), la chiamavo la lotta delle formiche, quel brulichio assurdo e random nel quale cercavo di intravedere forme, pattern ritmici. Lo ammetto, il ritmo mi seduce, ne ho bisogno, mi aiuta a stare dritto, a camminare in equilibrio, a leggere una poesia. Non è detto. “M’illumino d’immenso” è la prima poesia che si impara a memoria, e potrebbe anche bastare. L’immenso è l’aperto, l’aperto è dove stare e dove andare. Questa antologia, Poesie da viaggio, potrebbe chiamarsi anche poesie da pellegrinaggio.
Ogni viaggio, dal giretto turistico fino alla scoperta del Polo Sud o all’allunaggio, può essere un pellegrinaggio, un cammino di devozione, un passo alla volta; non a caso chiamiamo “passo” anche un verso, una frase, un passaggio, appunto, di un poema. Pellegrinaggio o scoperta? Può essere, dipende dallo sguardo, la poesia è un punto di vista individuale che incrocia il nostro, se accettiamo di non distoglierlo, di restare a fissare quel buio fino a quando non appare il bianco dell’occhio che ci sta guardando. La poesia è movimento. La fioritura di poesie di questo libro parla di viaggi, sono esse stesse un viaggio, ognuna lo è e tutte insieme sono un viaggio che evoca altri viaggi. Cos’è un viaggio non si può dire, viaggiare non è cosa che si dice in modo definitivo.
Nei miei viaggi fatti a piedi, in aereo, in automobile e soprattutto con la mia bici ho avuto a volte la sensazione che stessi scrivendo con i passi, con le pedalate. Viaggiare e scrivere si assomigliano, hanno a che fare con il tempo e lo spazio lineare, come la tessitura, come la musica. Ci è dato un pianeta come spazio da vivere e da abitare, ci è dato un luogo di nascita e una data, ma non ci viene rivelato il luogo e la data della nostra morte, e quando vado al cimitero del mio paese dove stanno tutti i miei morti leggo le due date sulla lapide e penso che quelli sono due attimi, la vita è accaduta nello spazio, minimo, un paio di centimetri appena, tra le due date, la vita è scomparsa eppure c’è stata, è stata un viaggio. A me le case generano irrequietezza, il contrario di quello per cui esistono, perché sono troppo spesso le tombe dei viventi; delle case mi rallegra quello che c’è di vivo, il disordine, le cose appoggiate qua e là in attesa di una sistemazione.
Quando sono ospite di qualcuno mi viene da aprire il frigorifero, per capire cosa mangiano lì, perché il cibo è futuro potenziale, le provviste raccontano di cosa ci preoccupiamo; le librerie sono frigoriferi di un altro genere, per questo se entro in una casa che ha una libreria, e sono sempre meno, vado subito a vedere. Una casa senza un libro di poesie è come una chiesa senza il tabernacolo, è solo un riparo. La poesia di Andreas Gryphius che troverete qui è un piacere, Milarepa è una compagnia da portarsi sempre nel cuore, Whitman contiene moltitudini, Omero precede la storia e resterà anche dopo, la poesia a volte ti schiaffeggia e te lo sei meritato. Mi commuovo a leggere le poesie dove protagonista è l’incontro tra lo sguardo e il paesaggio, soprattutto il paesaggio italiano, quello che conosco e che attraverso i versi dei poeti rinasce nuovo in me, si svela, si rinnova, danza. Il punto di vista è una mia ossessione, in tempi di ai e transumanesimo il punto di vista individuale è una risorsa preziosissima, perché la macchina sa tantissimo ed elabora innumerevoli dati ma non ha un punto di vista, per ora.
La poesia in questo è salvezza che abbraccia. Mi piace leggere come le parole poetiche descrivono una città e la fanno esistere nella dimensione che moltiplica la realtà. In questa antologia di poesie da viaggio, di viaggio, sul viaggio, in viaggio, per il viaggio, vi accorgerete che Timbuctù non è più lontana ed esotica di Casarola, non è meno casa di Milano. Il pianeta Terra è un riparo, la casa dei terrestri, l’Appennino confina con l’Uruguay e ogni pianerottolo è un oceano. Ringrazio queste poesie per ricordarmi che l’autostrada della Cisa porta in vetta alle Ande e l’Himalaya è un’isola nel lago Trasimeno. Resta la questione della traduzione, impossibile da risolvere: accetto il compromesso che mi fa rinunciare alle mie adorate rime e alla musica della lingua originale, in attesa di una lingua originaria. Stamattina, in macchina, con mia figlia Teresa, verso il dentista, le ho detto che nel pomeriggio avremmo consegnato le bozze di questa antologia e lei, che legge moltissimi romanzi, mi ha detto che non riesce a leggere poesia, non la capisce, si sente esclusa, non fa per lei. La scuola, le ho risposto, è colpa della scuola, mannaggia, bisogna avere la fortuna di inciampare nella poesia nel modo giusto, serve un miracolo, o forse è l’età, non lo so, davvero non lo so.
La poesia esiste da prima che si stampassero i libri, la gente che ascoltava e imparava poesie non è detto che sapesse leggere e scrivere. La stampa ha portato a noi il romanzo come prodotto, ma la poesia non è un prodotto, la poesia, prima di tutto, è l’umano, è la cosa più umana che c’è, come la musica, che è spesso poesia senza neanche le parole, puro mistero, onde sonore. La rima è utile per memorizzare meglio, la rima è la mia amica del cuore, una cosa detta in rima sembra più vera. A me la poesia è arrivata attraverso la porta del suono, mica quella del senso, con i futuristi italiani, Palazzeschi, Marinetti, che erano dei pazzi. Poi la porta è rimasta aperta e con il tempo la mia vita è diventata un Colosseo pieno di porte sempre aperte, roba che entra e roba che esce di continuo. La capisco, mia figlia, ci vuole pazienza, poi quando arriva non è mai tardi, per la poesia non è mai tardi, il viaggio inizia da dove vuoi tu, quando vuoi tu, e quando lo decide lei, la poesia. Questa antologia è incompleta e arbitraria, come ogni antologia, come ogni playlist, come ogni jam session, manca un sacco di roba. Alcune mancanze sono tali perché non abbiamo avuto il permesso editoriale di pubblicare, altre perché ce ne siamo dimenticati. Non c’è una mappa, è un viaggio in lungo e in largo, è una festa di poeti alla quale siete tutti invitati.
Jovanotti
© 2026 Crocetti
Giangiacomo Feltrinelli Editore S.r.l.

Tratto da “Poesie da viaggio” , di Nicola Crocetti e Jovanotti, Crocetti, 2026, 18€, 256 pagine
***
Sabato 16 maggio alle 17:45 al Lingotto, presso il Centro Congressi Sala 500 Nicola Crocetti e Jovanotti presenteranno la raccolta “Poesie da viaggio” (Crocetti Editore), a cui hanno contribuito con la curatela. L’evento sarà moderato da Marco Missiroli.
Il più noto cantautore pop e il più importante editore dei poeti d’Italia propongono un’antologia da tenere sempre con sé, nello zaino, nella valigia, nel cappotto, nel cruscotto, come bussola per le esplorazioni più eccentriche. Oppure, un libro per memorabili viaggi mentali. Kavafis, Borges, Bashō, Pasolini… per ricordarci che “la poesia è la cosa più umana che c’è, come la musica”.
L'articolo Una mappa poetica di itinerari imprevedibili, tra peregrinazioni mistiche e viaggi interstellari proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)