Il partito unico Pd-Conte, e la resa malinconica dei riformisti

Maggio 16, 2026 - 05:32
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Il partito unico Pd-Conte, e la resa malinconica dei riformisti

Giuseppe Conte è tornato al lavoro dopo un’operazione, e doverosamente a Montecitorio il mondo politico lo ha salutato. La sua assenza è durata pochi giorni ma si è sentita. Nel senso che senza l’avvocato il Movimento 5 stelle non esiste, evapora. Il Movimento è il Partito di Conte ormai completamente. Nessun altro ha qualche idea diversa.

La Lega di Umberto Bossi, che per certi aspetti gli assomiglia (il tratto comune è il populismo), garantiva più dialettica. Dalla mistica casaleggiana della partecipazione della base e dell’uno vale uno, dalla stagione del frenetico attivismo dell’epopea grillina, passando poi per la fase dell’apertura del Parlamento come una scatoletta di tonno, siamo dunque giunti al partito di plastica che nulla contiene. Se non, appunto, un leader che ha come principale e anzi unico obiettivo quello di tornare a fare il presidente del Consiglio.

L’originaria collocazione “né di qua, né di là” ha lasciato il posto all’ingresso organico nel campo largo, che non si può definire, come in tutta Europa, “sinistra”, proprio perché Conte non si dichiara di sinistra e probabilmente ha capito per tempo che il ciclo della destra si va esaurendo. Lasciando però intatte le ambiguità politico-culturali del Movimento, a partire dalla linea morbidissima, ma è un eufemismo, verso Mosca.

Tutto il resto è propaganda strillata: la pace, il no al riarmo, il reddito a mezzo mondo, slogan buttati là che, una volta al governo, saranno destinati a lasciare il posto al realismo delle scelte politiche, molto più impegnative dei comiziacci a cinque stelle.

Per certi versi, Conte dice a voce alta quello che Elly Schlein pensa e non dice, dando effettivamente l’impressione che tra demagogia e silenzi il partito unico Pd-M5s stia facendo progressi. È la linea dei vecchi, da Massimo D’Alema a Goffredo Bettini a (forse) Pier Luigi Bersani. I problemi però sono due. Il primo è dato dal fatto che come voti alla fine siamo sempre lì, nel senso che Schlein cerca di portar via consensi a Conte (cosa che in questi anni è già successa) e viceversa: una strategia a somma zero. Utile solo per la gara tra i due. L’avvocato di Volturara Appula non rinuncerà mai alle primarie con l’obiettivo di tornare a palazzo Chigi, e potrebbe persino contare su appoggi importanti nel Pd, anche a un pezzo del suo elettorato che lo preferisce all’inesperta leader del Nazareno. E pure forze potenti, internazionali e economiche, potrebbero dargli una mano.

In questa lotta nel fango, non può non sorgere una domanda, la più imbarazzante: dove sono finiti i riformisti? Dove sono Italia Viva, Più Europa e l’ala non schleiniana del Pd mentre il centrosinistra si consegna progressivamente al populismo? Possibile che nessuno trovi il coraggio di alzare la voce? O il silenzio serve soltanto a garantirsi un posto nelle liste, un collegio sicuro, una sopravvivenza parlamentare? Se è così, più che una linea politica, è la malinconica fotografia di una resa.

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