Venegono, festa dei Fiori: presentati 12 candidati al sacerdozio

Maggio 12, 2026 - 17:24
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Venegono, festa dei Fiori: presentati 12 candidati al sacerdozio
Foto Andrea Cherchi/chiesadimilano.it

Il tempio in cui risuonano le voci di generazioni di seminaristi e di sacerdoti, il tempio della preghiera e dei ricordi, della gioia del ritrovarsi. Così come accade, ogni anno, nella festa della Madonna dei Fiori, con la presentazione, in questo 2026, dei 12 candidati al sacerdozio, che vede riuniti nel Seminario di Venegono – tutto, esso stesso un tempio, con al suo interno il tempio vero e proprio che è la basilica – centinaia di preti ambrosiani. Coloro che festeggiano significativi anniversari di Messa – 70, 65, 60, 55, 50, 25 anni di ordinazione presbiterale – l’Arcivescovo, l’intero Consiglio Episcopale, ospiti illustri come il cardinale Gianfranco Ravasi che “compie” 60 anni di sacerdozio. A lui è affidata, per l’occasione, l’omelia dell’Eucaristia che presiede nella basilica. e che viene concelebrata dall’arcivescovo Delpini e da tutti i presbiteri presenti

Dopo il saluto iniziale del rettore, don Enrico Castagna, che ricorda la fedeltà “del” e “al” Seminario, il 35esimo di ordinazione episcopale del cardinale Scola e i 40 anni dalla morte dell’indimenticabile rettore monsignor Luigi Serenthà, la riflessione del Cardinale si fa, anzitutto, ringraziamento per monsignor Delpini, per la Chiesa ambrosiana e per i suoi compagni di Messa. Una nube – nefos in greco, come si legge nella Lettera agli Ebrei – di testimoni che è «come una luce nel deserto».

Dal segno, appunto del tempio, che diventa un triplice simbolo nelle Letture appena proclamate, si avvia l’omelia.

Il tempio che è la città e il corpo, la casa

«Il tempio è fondamentale della Bibbia, è quasi il centro verso cui converge tutto il resto dell’orizzonte. Questo simbolo viene usato per tre diversi templi, il primo dal Libro dell’Apocalisse», spiega Ravasi richiamando la Gerusalemme celeste. «La Gerusalemme ideale da cui, in filigrana e quasi in dissolvenza, appare, tuttavia, la città degli uomini attuali con tutto quello che comporta di oscurità. Pensate – indica il Cardinale – cosa voglia dire ai nostri giorni la città di Gaza, questo cumulo enorme di macerie, di cadaveri ancora sepolti, di bambini, di donne innocenti. La città della storia, “la Babilonia”, dove ci sono il riso e le lacrime e dove il sacerdote deve stare, entrando come nel tempio, non per fare politica, ma per sentire il respiro quotidiano della polis, tante volte ansiosa».

Il secondo tempio, dalla Lettera di Paolo ai Corinzi, “è il corpo che siamo noi”.

Foto Andrea Cherchi/chiesadimilano.it

«Un tempio che non si può distruggere, contaminare, rovinare, proprio perché la trascendenza è dentro di noi. Siamo finiti – ha proseguito il Porporato -, ma su questa pelle batte l’onda dell’infinito, di Dio. Per questo è importante che il nostro corpo abbia una stigma di eterno, di preghiera».

E, infine, il terzo tempio, con la parola “casa” che torna per tre volte nella pagina del Vangelo di Luca al capitolo 19.

«È la dimensione della quotidianità, della famiglia, la casa di Zaccheo che diventa tempio di conversione».

Arriva, così, anche un ricordo personale. «Da giovane prete a Roma, andavo nel quartiere  periferico  di  Tor Pignatara a portare, ogni venerdì, la comunione a malati e anziani, tra cui uno che era che era solo.  Venne un ultimo venerdì e spiegai che dovevo tornare a Milano per insegnare. Mi disse: “Lei non può immaginare quanto sia drammatico non aspettare più nessuno”. Cercate di fare in modo di andare da quelli che sono soli e attendono una voce, una mano, una parola», conclude il cardinal Ravasi con un auspicio che risuona, poco dopo, nelle parole rivolte dal vescovo Mario ai candidati al termine della presentazione (anche un po’ scherzosa) nel quadriportico centrale del Seminario. «Vi aspettano la campagna, la montagna, la città dove si pensa al futuro e si piange sul presente. Andate, fate in fretta, uscite».

La conferenza

«La figura del presbitero nel cammino sinodale italiano, condividendo quanto è emerso relativamente alla centralità del sacerdote, nel Sinodo italiano e in quello universale, e  sull’importanza di un rinnovamento della sua formazione, in un’ottica comunitaria». È stato questo il tema della relazione ,che come tradizione, ha preceduto i momenti celebrativi e di festa. A trattare approfonditamente la questione, il docente dell’Università Cattolica, Pierpaolo Triani, che ha preso parte alla presidenza nazionale del cammino delle Chiese in Italia e fa parte anche del gruppo di lavoro che stila il Rapporto Giovani dell’Ateneo.

«La sinodalità non è separabile dalla missionarietà, in quanto la vita della Chiesa è già in sé modalità di annuncio. Una Chiesa che intende vivere secondo lo stile della sinodalità chiede pastori che facciano proprio questo stile che ha la sua radice nella comunione ecclesiale come tratto essenziale della comunità cristiana», ha subito chiarito il relatore, facendo riferimento a ciò che scrive l’Arcivescovo nella sua Proposta pastorale.

«Il documento finale del Sinodo universale, al numero 28, dice che la sinodalità è un cammino di rinnovamento spirituale e di riforma strutturale per rendere la Chiesa più partecipativa e missionaria, per renderla, cioè, più capace di camminare con ogni uomo e ogni donna irradiando la luce di Cristo». Insomma, occorre camminare insieme, cercare insieme, servire insieme come sottolinea papa Leone.

Festa Fiori Seminario Venegono 2026
Foto Andrea Cherchi/chiesadimilano.it

Il tema del presbitero è emerso costantemente nelle diverse fasi del cammino sinodale, soprattutto nei contesti della corresponsabilità ecclesiale e del ruolo di guida. La postura, rilevabile dalle sintesi diocesane elaborate a livello locale, è apparso comune alle diverse realtà d’Italia: anzitutto c’è un grande affetto per cui si è espressa attenzione per l’esercizio del ministero, ma anche per vita del prete e il suo benessere. Una seconda parola è la stima per il servizio ministeriale svolto e per la dedizione alle persone, anche se non sono mancate critiche rispetto ad posizioni di chiusura, rigidità e autoreferenzialità. Ma l’atteggiamento di fondo che si coglie è l’apprezzamento per i preti in un contesto sociale sempre più frammentato e contraddittorio. Poi, vi è la preoccupazione per situazioni di solitudine esistenziale e un sovraccarico di impegni di tipo amministrativo e funzionale, mentre i sacerdoti  sono chiamati a essere maestri di relazione, come si legge nel documento di sintesi. La quarta parola chiave è “auspicio”, ossia che sia intensificato lo sforzo di ripensare in termini maggiormente comunitari l’azione pastorale del ministero ordinato, anche del Vescovo. “Nel suo imprescindibile ministero di guida e servizio all’unità della comunità ecclesiale, il Vescovo è il primo responsabile dell’azione pastorale condivisa e sinodale Padre e pastore dell’intera comunità, il Vescovo promuove la “corresponsabilità differenziata” di tutti i battezzati all’unica missione della Chiesa. In particolare, è chiamato ad avere una relazione personale innanzitutto con i suoi più stretti collaboratori, i presbiteri, per i quali deve essere come un padre, un punto di riferimento e una guida per la loro vita».

Il cambiamento di prospettiva

La lettura comunionale del presbitero comporta, quindi, un ampliamento di prospettiva, ha avvertito Triani.

«Il sacerdote è visto come uomo e dono per gli altri, ma bisogna esserlo “nella” e “con” la comunità, in quanto il prete è un suo membro, vivendo con gli altri. Fermarsi solo al “per” significa non mettere in atto tale cambiamento di prospettiva che è chiaramente, invece, chiesto dal documento finale del Sinodo universale. A chi guida la comunità è chiesta una conversione del cuore nella disponibilità all’ascolto, una conversione delle relazioni nell’incontro stando a fianco delle persone. Infine, la conversione dei processi per cui si chiede una particolare cura del discernimento ecclesiale, valorizzando i meccanismi di partecipazione, dei processi decisionali e del renderne conto. E anche una conversione dei legami che si traduce nella cura del senso di appartenenza ai diversi livelli della comunione ecclesiale con il compito di aiutarsi a vicenda tra chi guida, capace di riconoscere anche le proprie fragilità, e la comunità».

Foto Andrea Cherchi/chiesadimilano.it

«Che un laico parli a noi preti, mi sembra importante. Il rischio di chi è sempre sulla cattedra o all’ambone è di non lasciarsi arricchire e questo mi sembra un segnale per cui esprimo apprezzamento. Ciò che abbiamo ascoltato merita di essere ripreso, non tanto come un convegno, ma  come un messaggio per cui ciascuno di noi nelle proprie condizioni può dire qualcosa, dare una serie di stimoli, di proposte, di incoraggiamenti», ha detto, al termine, l’Arcivescovo dicendosi contento e onorato dela presenza del cardinale Revasi, come ha ribadito nella celebrazione eucaristica, ricordando il successo del Cardinale nella predicazione e nello studio della Parola.    

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