A Kharkiv i bambini continuano a crescere mentre intorno cade tutto

07 Ottobre 2026 - 09:55
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A Kharkiv i bambini continuano a crescere mentre intorno cade tutto

FILE - A pommel horse sits in a school gymnasium in the deserted town of Pripyat, Ukraine, April 5, 2017, once home to people whose lives were connected to the nearby Chernobyl nuclear power plant. (AP Photo/Efrem Lukatsky, File)

Cosa voglia dire rischiare di essere un prodotto della deprivazione infantile lo sa Oleksandr Mykolayovych, oppure Aleksandr Nikolaevič, a seconda che si voglia pronunciare il suo nome al modo dell’Ucraina, dove vive, o in quello della Russia dov’è nato, cresciuto e ha ancora famiglia e molti amici.

Oleksandr sa che Putin e Trump, uomini della sua generazione, devono essere frutto di questo tipo preciso di povertà. Lui stesso poteva esserlo. Quasi non ricorda il padre, morto in un incidente d’auto quando lui aveva appena 4 anni; la madre dirigeva un grosso centro commerciale nella regione di Krasnodar, non lontano dalle pendici del Caucaso e dal Mar Nero, ma malgrado gli impegni ha cresciuto Oleksandr e la sorella in modo che dell’infanzia ricordano i giochi, le amicizie, le gite nei boschi. Oggi è un uomo di 76 anni, alto forse neanche un metro e sessanta, che a stento si tiene in piedi appoggiato a un bastone, le gambe arcuate dall’età e dal peso, il colletto slacciato sotto giacca e cravatta per il collo enorme, il sorriso che scopre i denti d’oro come si usavano una volta.

Oleksandr parla solo russo. Vive da quarant’anni a Kharkiv, da quando qualche burocrate sovietico lo ha mandato a dirigere la locale scuola per bambini ciechi, ma l’ucraino non lo ha mai imparato. Mykolayovych, un tempo Nikolaevič, ha diretto la scuola per quasi un terzo del suo secolo e mezzo di storia. Della stagione sovietica riconosce che non tutto era così male. Doveva seguire la linea del partito e non c’era libertà d’insegnamento, ma per tutti i bambini c’erano scarpe e abiti; anche per chi non ce la faceva a comprarli.

Quarant’anni dopo eccolo qua, sempre direttore della stessa scuola per bambini ciechi che nel frattempo ha cambiato nome per la quattordicesima o quindicesima volta, al ritmo con cui la storia è passata da Kharkiv: dagli zar che vollero fondare l’istituto in un palazzo neorinascimentale del tardo Ottocento identico ad altri tre di Dresda, Vienna e Budapest alle stagioni dei russi bianchi, poi di Lenin, di Stalin, la destalinizzazione, Chruščëv, Brežnev, la perestrojka; fino a questa guerra.

All’alba del 2 marzo 2022 – prima settimana di invasione totale – un missile Iskander russo ha squarciato il tetto, devastato porte e finestre, messo fuori uso il riscaldamento. Nel palazzo c’erano 112 bambini, che i genitori spesso affidano alla scuola in residenza permanente non potendo o sapendosene occupare. Mykolayovych ha improvvisato l’evacuazione in un giorno: li ha fatti salire su un treno, in gran parte senza documenti, e per qualche mese si sono spostati tutti in Polonia. Non ha interrotto l’insegnamento un solo giorno e non appena il palazzo è stato riparato, sono tornati.

Oggi la scuola ha oltre 150 allievi, inclusi quelli che hanno perso la vista nei bombardamenti, ed è in perfetto stato anche se sulla stessa strada, nel centro di Kharkiv, altri palazzi hanno le finestre sbarrate perché nel frattempo sono stati colpiti. Nell’istituto ogni dettaglio è curato come fossimo in un collegio svizzero, non in una zona di guerra. Il museo scolastico esibisce le medaglie vinte dagli alunni nelle gare di nuoto o di musica; il laboratorio ha cinque stampanti in 3D per realizzare gli oggetti con cui insegnare ai bambini della materna a riconoscere le forme.

Quando ci sono i bombardamenti, nell’aula del sottosuolo hanno pianoforte, quaderni per il braille e tutto il resto. I maestri sono ex allievi, ciechi anche loro, o robuste signore cariche di energia come si incontrano in qualunque scuola di quartiere.

Non uno qui ha l’aria di essere depresso o spaventato. È tutto completamente normale, non solo perché sono passati quattro anni di bombardamenti, la gente è fuggita e poi è tornata e poi magari fuggirà di nuovo, ma intanto è qua con i libri di scuola, le cartelle, gli astucci. È soprattutto perché a Kharkiv gli abitanti non hanno mai smesso di aiutarsi fra loro, di mantenere vivo uno spirito di comunità. Nel frattempo i russi, il cui arrivo sembrava inevitabile, hanno smesso di avanzare e partono in gruppetti sempre più sparuti per le loro missioni disperate sotto i droni. Non sanno più come uscire dalla situazione in cui si sono cacciati.

Ho visto tutto questo e mi sono detto: facile arrivare da lontano con i propri pregiudizi favorevoli e farsi incantare dalla retorica. Anche l’Ucraina, il punto di rottura della linea di faglia dell’ordine internazionale, il popolo al quale il collasso del sistema ha imposto il prezzo più alto, sarà piena di odio. Lo è. Magari a un certo momento masse di veterani armati, disillusi, in cerca di uno sfogo con cui ritrovare l’adrenalina della guerra, trasformeranno questo paese in una media potenza nazionalista e livida.

Però il mondo di ieri non tornerà. E se mi guardo intorno cercando una prima pietra da dove iniziare a ricostruirne uno, non ho risposte. Ma sono a Kharkiv nell’istituto per ciechi e nelle scuole della metropolitana. È una scala minima, rispetto agli eventi che agitano il nostro tempo. Però l’unica che abbiamo nelle nostre mani: questa capacità delle persone di restare insieme e farsi forza, di non lasciar andare in frantumi una comunità, la cellula di base di un tessuto sano. Su una scala più ampia potrebbe diventare una democrazia sana e, su scala ancora maggiore, un gruppo di paesi che riesce a non finire in balia di anziani sociopatici dediti a umiliarsi a vicenda.

Quando sono uscito dalla scuola, sono andato al cimitero. Non quello nuovo, con la sua distesa di caduti di questa guerra sotto le bandiere gialle e azzurre. No, quello antico, così gremito che ha smesso di accogliere sepolture da anni, se non hai già il tuo spazio di famiglia. Sotto la neve ci sono le iscrizioni che riassumono vite spesso brevi, molti sessantenni o settantenni morti nei primi anni Novanta, quando l’ordine pubblico era collassato e la gente si era trovata senza un modo di sopravvivere: uomini sepolti sotto una targa di pietra nera, ritratti di gusto brezneviano, fieri, con al petto le decorazioni della Grande Guerra Patriottica. Non avrebbero mai immaginato questa follia arrivata dalla capitale per cui avevano combattuto.

Oleksandr Mykolayovych, nella sua scuola per non vedenti, non perde neanche troppo tempo a parlarne. Continua a occuparsi delle sue aule rimesse a nuovo con le stampanti tridimensionali per ogni attività didattica, ogni esigenza. A Kharkiv, nel 2026, non vuole far crescere dei bambini maltrattati.

Imperi allo specchio - Federico Fubini | Libri Mondadori

Tratto da “Imperi allo specchio” (Mondadori), di Federico Fubini, 18,50 euro, 180 pagine.

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