Macron lascerà una Francia senza centro, e con Le Pen alle porte

La rivolta degli studenti francesi che ha messo a fuoco centinaia di istituti scolastici e un rapporto deficit/Pil superiore al 5 per cento, con un debito pubblico che fa a gara con quello abnorme dell’Italia costituiscono oggi il sigillo del fallimento politico di Emmanuel Macron. Fallimento reso ancora più pesante da una certa superbia personale che l’ha convinto di essere tanto insostituibile e inimitabile da non avere “costruito” la candidatura presidenziale di un suo riconosciuto successore, con tanto di gara suicida per attirare oggi voti verso il centro politico tra i suoi aspiranti successori.
Il tutto, reso ancora più grave dalla palese e trasparente sua intenzione di presentarsi come salvatore della patria tra cinque anni, dando per scontata la vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del 2027 (a differenza della Costituzione americana, quella francese permette il terzo e il quarto mandato, purché non siano consecutivi al secondo).
Il dato più interessante di questa chiusura di decennio macroniano è che il suo non può essere inserito tra i declini o i fallimenti della sinistra. Il suo inaspettato trionfo del 2017 e anche la sua riconferma del 2022 sono stati vincenti infatti nel segno di un giovanile ed energico quanto originale riposizionamento al centro del baricentro politico francese, sommato a una presa d’atto dell’usura del bilanciamento novecentesco tra destra gollista, quindi liberale, contro sinistra mitterandiana, quindi non dogmatica e riformista. L’elettorato francese ha risposto entusiasta a questa innovativa proposta politica.
Questo presidio post-ideologico del centro politico si è poi regolarmente rispecchiato nella scelta dei capi del governo che il giovane presidente si è scelto. Potevano essere di discendenza socialista, come Édouard Philippe o Élisabeth Borne o di provenienza neogollista come Michel Barnier e Jean Castex o democristiana come François Bayrou. Nessuna pregiudiziale di schieramento o ideologica, quindi, ma un problema, un grosso problema: sono stati troppi. Nel secondo quinquennio sono stati ben cinque, sintomo tangibile e indubitabile di una gestione nevrotica e in fondo inconcludente dell’esecutivo da parte del presidente. Di fatto, tra i tanti perdenti a favore dell’estrema destra che si sono susseguiti nel mondo negli ultimi anni, il presidente francese è dunque l’unico centrista e post ideologico, l’unico che non si possa ascrivere alla vicenda della sinistra contemporanea. Ma, va detto, questo fallimento in realtà non va tanto iscritto alla formula centrista, quanto ai plateali errori politici nel praticarla, nel metterla a terra, compiuti dal presidente.
Il suo più grave errore è stato quello di disinteressarsi della politica interna francese, delegandone in toto la gestione via via ai vari e troppi premier, e di usare il decennio di presidenza per acquisire personalmente una dimensione preziosa sulla scena internazionale. L’unico dossier di politica interna che lo ha fortemente impegnato è stato quello, obbligatorio, della riforma delle pensioni. Tutti gli altri lo hanno visto non rapportarsi con i francesi, con il suo elettorato, impegnato come era nelle grandi mondiali.
Esemplare è la questione dell’immigrazione, fondamentale oggi in termini di voti e tra le prime ragioni del successo di Le Pen.
Con il suo discorso di Les Mureaux del 2 ottobre 2020, Macron aveva infatti dato la misura della sua eccellente capacità di mettere a fuoco i problemi e di denunciare sia il separatismo degli islamisti, sia la volontà dei Fratelli Musulmani di sostituire la sharia ai principi costituzionali. Una prova di grande capacità politica, di ottima retorica, di solidissima cultura politica e soprattutto di perfetta consonanza con i timori dell’elettorato francese.
Dopodiché, però, il nulla. Ha affidato il dossier al suo premier Castex che ha fatto approvare una confusa legge contro il separatismo, ha messo fuori legge alcune moschee, e poi niente. Per i sei anni successivi Macron si è disinteressato del dossier immigrazione, islamismo, Fratellanza Musulmana. Terreno su cui ha continuato a crescere a dismisura la candidatura di Le Pen.
Pessima poi la sua presidenza sul cruciale terreno economico sul quale avrebbe dovuto mettere a frutto la sua solida preparazione tecnica personale acquisita prima nella banca Rothschild e in seguito come ministro dell’Economia durante la presidenza di François Hollande.
Delegato il dossier ai vari premier e ministri, Macron ha allargato a dismisura il debito pubblico, passato durante il suo decennio dai 2.218,4 miliardi, pari al 97,7 per cento del Pil del 2017, a ben 3595,5 miliardi del 2026, pari al 119 per cento del Pil. Una crescita impetuosa di ben 1377,1 miliardi in un così breve periodo, oggi talmente preoccupante dall’essere tra le prime cause dell’aumento dei tassi d’interesse dei Titoli di Stato nei paesi europei ad alto debito.
Macron si avvia per di più a concludere il suo mandato consegnando l’Eliseo a Le Pen, come indicano tutti i sondaggi, con una piena sconfitta sull’unico piano che gli sia mai interessato e su cui abbia operato: l’Europa e la politica internazionale. È evidente, infatti, che una Francia affidata all’estrema destra non solo annullerà definitivamente l’asse franco-tedesco, ma darà inizio a una fase di crisi aperta di tutta la struttura europea.
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