Addio a Carlin Petrini

22 Maggio 2026 - 09:05
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Addio a Carlin Petrini

Nella tarda serata di giovedì 21 maggio 2026, nella sua casa di Bra, è morto Carlo Petrini. Aveva 76 anni. L’annuncio, diffuso dalla rete Slow Food, ricorda «la sua grande capacità di visione» e quell’idea ostinata di bene comune che ha attraversato tutta la sua vita pubblica. Da quella visione sono nati Slow Food, Terra Madre e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, esperienze che hanno cambiato il modo di raccontare e pensare il cibo nel mondo.

Petrini amava ripetere una frase diventata quasi un manifesto personale: «Chi semina utopia raccoglie realtà». Una sintesi perfetta di un uomo che ha trasformato intuizioni considerate marginali in movimenti internazionali. Quando nel 1986 nacque Slow Food, in risposta simbolica all’apertura di McDonald’s in Piazza di Spagna, parlare di biodiversità, tutela dei produttori artigianali e diritto al piacere sembrava una battaglia minoritaria, sicuramente visionaria e a tratti anche inutile. Oggi quei temi sono entrati nel lessico globale dell’alimentazione.

La sua forza non era soltanto teorica. Petrini aveva una capacità rara di costruire reti, relazioni, comunità. Sapeva tenere insieme contadini e intellettuali, cuochi e attivisti, università e campagne. Attorno a lui si è formata una generazione di professionisti del vino, del cibo e della comunicazione che ne ha assorbito metodo e visione. Ha immaginato e costruito generazioni di gastronomi, che stanno a tutti gli effetti plasmando le attività enogastronomiche italiane e internazionali.

Tra i messaggi apparsi nelle ore successive alla notizia della morte, colpisce quello di Michele Antonio Fino, docente di UNISG, che restituisce il lato più umano del fondatore di Slow Food: «I ricordi di centinaia di incontri, cene, scambi, telefonate, idee, progetti, risate, velleità e speranze rimarranno nel cuore». E ancora: «L’ultima volta che ti ho chiesto come andasse, mi hai detto: al cimitero ce ne sono di più giovani e di più belli». Una battuta amara e lucidissima, tipica del suo modo di guardare la vita senza retorica.

Nel ricordo diffuso da Slow Food si legge anche che Petrini «sapeva sognare e divertirsi, costruire e ispirare, verso un concreto riscatto sociale». Ed è probabilmente questo il punto centrale della sua eredità: aver sottratto la gastronomia al recinto del lusso e della tecnica per riportarla dentro la società, la politica, il paesaggio, la dignità del lavoro agricolo e il rapporto tra esseri umani e natura.

Con lui scompare una figura che ha inciso profondamente sulla cultura alimentare contemporanea italiana e internazionale. Resta un lessico che oggi appare normale — biodiversità, filiera, comunità del cibo, agricoltura sostenibile — ma che, quando Petrini iniziò a usarlo, apparteneva ancora a pochi.

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