Addizionali IRPEF locali: quando il fisco locale penalizza chi guadagna meno

15 Giugno 2026 - 09:29
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lentepubblica.it

Pagare le stesse tasse di chi guadagna cinque volte tanto. Non è un’ipotesi astratta, ma una realtà concreta per milioni di lavoratori dipendenti, precari e pensionati italiani, chiamati ogni anno a versare addizionali IRPEF regionali e comunali calcolate con aliquote che non tengono conto delle reali differenze di reddito.


Un fenomeno analizzato dal Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali della UIL, che ha rivelato quanto il sistema tributario locale possa erodere il principio di progressività su cui si fonda la fiscalità nazionale.

Regioni e Comuni hanno facoltà di applicare un’addizionale IRPEF propria, modulandola attraverso scaglioni, soglie di esenzione o, al contrario, un’aliquota unica applicata a tutti i contribuenti. Proprio quest’ultima opzione, piuttosto diffusa sul territorio, genera il cosiddetto effetto regressivo, per cui chi ha meno disponibilità economica subisce un’incidenza fiscale proporzionalmente più alta rispetto a chi dispone di redditi elevati.

L’aliquota piatta locale e il paradosso redistributivo

Il sistema fiscale italiano è costruito per essere progressivo. Pertanto, chi guadagna di più paga percentualmente di più. Le addizionali locali, però, possono funzionare in senso opposto. Quando un ente territoriale adotta un’aliquota piatta, ossia identica per un reddito da 15.000 euro e per uno da 80.000, il peso reale di quel prelievo non è uguale per i due contribuenti. Sul reddito disponibile di un lavoratore part-time o di un pensionato minimo, quella percentuale incide in modo molto più gravoso che non sul bilancio di un professionista affermato.

Le soglie di esenzione e gli effetti distorsivi

Il quadro si complica ulteriormente quando si considera la disomogeneità delle cosiddette “no tax area” locali, ovvero le soglie di reddito al di sotto delle quali l’addizionale non viene applicata. Secondo i dati contenuti nello studio della UIL, le differenze tra un Comune e l’altro sono tali da configurare una vera e propria Babele di numeri: Milano ha fissato la soglia di esenzione a 23.000 euro annui, Varese si ferma a 8.000, Andria a 7.500, mentre numerosi altri enti non prevedono alcuna esenzione e applicano l’aliquota a partire dal primo euro di reddito imponibile. La criticità, però, non riguarda solo il livello delle soglie. In molti Comuni, l’esenzione è strutturata come una soglia di accesso rigida: chi la supera anche di un solo euro si ritrova a pagare l’imposta sull’intero reddito imponibile, non solo sulla parte eccedente.

Federalismo fiscale incompiuto e pressione sui redditi da lavoro

Dietro queste scelte degli enti locali c’è spesso la necessità di finanziare servizi, come la sanità e l’assistenza sociale, con risorse sempre più limitate. Il federalismo fiscale italiano, pur avendo trasferito alle autonomie territoriali quote rilevanti di responsabilità di spesa, non ha sempre garantito risorse adeguate a coprirle. Il risultato è che Regioni e Comuni, soprattutto quelli finanziariamente più fragili, ricorrono alle addizionali IRPEF come strumento di immediata liquidità, scaricando di fatto il costo dei servizi pubblici sui redditi da lavoro e da pensione.

La proposta della UIL: criteri minimi di progressività per le addizionali territoriali

Di fronte a questo scenario, la UIL chiede una revisione strutturale del sistema tributario multilivello. La proposta centrale riguarda l’introduzione di soglie minime obbligatorie di progressività per tutte le addizionali regionali e comunali, con scaglioni coerenti con quelli dell’IRPEF nazionale e livelli di esenzione uniformi sull’intero territorio. L’obiettivo è evitare che la leva fiscale locale diventi uno strumento di regressività mascherata, assicurando che anche a livello territoriale il prelievo rispetti quanto statuito dall’art. 53 della Costituzione, che sancisce il principio della capacità contributiva come fondamento dell’imposizione fiscale.

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