Amii Stewart, la regina della disco che ha trovato la libertà in Italia

24 Giugno 2026 - 12:07
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Amii Stewart, la regina della disco che ha trovato la libertà in Italia

Parlare con Amii Stewart significa fare un viaggio: culturale, artistico, spirituale. Dalle strade di una Washington ferita dalla segregazione razziale degli anni ’60 alle luci psichedeliche di Manhattan, passando per le tournée internazionali dei grandi musical, fino all’arrivo a Roma, che l’ha accolta offrendole totale libertà artistica. 

È un racconto intimo e affascinante quello di Amii Stewart, voce – inconfondibile – di Knock on Wood, che intreccia la grande storia della musica internazionale ai ricordi più personali, e riflette con profondità sul presente di due mondi: l’America e l’Italia.

Amii, com’è stato crescere a Washington negli anni ’60, tra il calore di una famiglia numerosa e le tensioni di un’epoca segnata dal razzismo?

La mia era una famiglia numerosa straordinariamente unita e protettiva. Per i miei genitori l’educazione era tutto. Crescendo, ho frequentato scuole e quartieri multirazziali a Washington; la condivisione per noi era la regola numero uno e anche se l’America governativa era profondamente razzista, sapevamo che quella mentalità non apparteneva a tutti i bianchi. Ricordo l’emozione collettiva, senza distinzione di colore, quando Martin Luther King parlò davanti al Lincoln Memorial. Certo, fuori dal quartiere incontravamo ostilità ma i miei genitori hanno sempre cercato di proteggere noi piccoli, senza mai raccontarci bugie: ci dicevano la verità sul mondo per insegnarci a difenderci. È stata una lezione di forza ho riversata poi nell’arte, dal ballo alla musica. Sono nata artista, ho iniziato a ballare a nove anni e da allora non ho mai smesso.

Quando ha capito che il canto sarebbe poi diventato la sua vera strada?

Ballavo già da quasi diciassette anni quando fui scoperta a Londra. Cantavo in teatro, ma non ero mai entrata in uno studio di registrazione; andai a incidere il mio primo singolo, You Really Touched My Heart, solo per fare un’esperienza in più. Non pensavo che la mia vita sarebbe cambiata. Il produttore mi vide sul palco e, quando Knock on Wood entrò in classifica, vennero letteralmente a trascinarmi fuori dal teatro per costringermi a fare promozione. Non potevo credere che un brano così folle avrebbe avuto un successo simile. Sbalordì anche me.

Nel 1979 “Knock on Wood” la consacra Regina della disco music. Che effetto fa quel successo planetario a vent’anni?

Sono passata dalla vita in teatro, per me era una famiglia, un luogo protetto a quell’esplosione improvvisa di fama e attenzioni. Mi travolse. Fu un periodo estremamente difficile e faticoso, attraversavo il mondo in aereo senza però vedere nulla: aeroporto, studio televisivo o palco, una notte di sonno e poi di nuovo in volo. Un ritmo che reggi solo da giovanissima e se hai alle spalle il rigore e la disciplina della danza. Io sono il risultato di un lavoro collettivo: non avrei fatto nulla senza i miei genitori, i professori della Scuola di Belle Arti e le persone intelligentissime che mi hanno sostenuta. Porto ancora le loro impronte addosso.

C’è un ricordo particolarmente vivido o folle di quel periodo?

Quando arrivai a Los Angeles, la moglie del presidente della mia casa discografica mi portò in limousine davanti al Tower Records, uno dei negozi di dischi più grandi del mondo. Sopra l’edificio c’era una mia enorme sagoma cartonata per la promozione di Knock on Wood, alta quasi venti metri, visibile da tutto Hollywood Boulevard. Ho ancora una foto in bianco e nero in cui guardo quell’immagine dal basso. Fu un momento sospeso nel tempo. Ero felice soprattutto per mia madre: io correvo troppo forte per godermi il momento, ma sapevo che lei era al settimo cielo.

In quegli anni, a New York, si frequentava il mitico Studio 54. Che impatto ha avuto su di lei quel locale?

Ci sono stata una sola volta, durante la promozione del disco a New York, dopo uno showcase per giornalisti di testate come Billboard e Cashbox. Fu un impatto fortissimo: sembrava un bazar umano in cui ognuno faceva a gara a essere il più bizzarro. Trucco pesante, gioielli vistosi, tacchi altissimi e ciglia finte lunghissime. Un’esplosione di energia e musica così alta che le orecchie mi fischiarono per ore. Sembrava una sorta di Sodoma e Gomorra, ma in senso totalmente positivo e pulito. Una marea di gente che ballava sui tavoli, sudava e rideva insieme, senza distinzioni. Lì dentro eravamo tutti uguali, uniti solo dalla voglia di divertirsi.

La disco music era un interruttore per lasciarsi andare

Assolutamente sì, una forma di evasione collettiva da un momento storico cupo. Era l’epoca successiva alla guerra del Vietnam, una ferita drammatica per il mondo e soprattutto per l’America, che aveva perso una generazione di giovani. Ragazzi rimasti uccisi quando per la legge non erano ancora abbastanza grandi nemmeno per comprare un pacchetto di sigarette. La musica disco è nata come reazione politica ed emotiva, un modo per “schiacciare il male”.

La giovinezza, la fama, i personaggi famosi. Perdere la testa è facile… c’è stato un consiglio, una guida, che le ha permesso di tenere la barra dritta?

Ci sono riuscita grazie alle voci dei miei professori e dei miei mentori, che risuonano ancora dentro di me. Inoltre, venendo dagli anni della segregazione, quando mi sono trasferita in Inghilterra sentivo il dovere di essere un’ottima rappresentante della mia gente, della comunità nera. Negli anni ’60 abbiamo lottato duramente per poter dire “Black and Proud” (Nera e Fiera). Oggi si usa “afroamericana” per essere politicamente corretti, ma io rivendico quell’orgoglio, io sono Nera e Fiera. Volevo dare il massimo per loro. Oggi i neri vengono rappresentati, nel cinema e nella musica, ma quando crescevo io no ed era una necessità vitale.

Il pregiudizio e il razzismo rimangono purtroppo piaghe aperte anche nella società odierna. Come legge questo fenomeno?

Come un’incapacità di capire quanto la diversità sia strutturale alla stessa vita. Si può detestare una determinata etnia, ma poi si gode dei benefici e della gioia che quella stessa cultura produce, mi riferisco a prodotti di ogni genere, a partire dal cibo. La diversità è un arricchimento spirituale e culturale fondamentale. Credo molto nei giovani, sono il futuro.

Tornando agli anni ’80, in quel periodo sceglie l’Italia per sperimentare nuovi generi musicali. Cosa le ha offerto questo Paese rispetto al mercato americano?

Mi ha dato la totale libertà artistica. Negli Stati Uniti degli anni ’80, se eri una cantante di colore venivi catalogata rigidamente sotto l’etichetta “Soul”. Esistevano barriere precise. Io venivo dal teatro, rifiutavo i confini di genere e volevo spaziare. La RCA/BMG italiana mi disse: “Firma con noi e potrai fare tutto ciò che desideri”. Era un’offerta impossibile da rifiutare e mi ha permesso di costruire una carriera che dura da oltre quarant’anni.

In Italia poi ha trovato l’amore e ci è rimasta. Come convivono oggi in lei le due culture, americana e italiana?

Io rimango profondamente afroamericana, questo non cambierà mai. Non ho cercato di diventare italiana rinnegando le mie origini, mi sono semplicemente arricchita. Ho preso il meglio di questo Paese e l’ho integrato con il bagaglio che portavo dall’America. La donna e l’artista di oggi sono il risultato di questa formula.

C’è un aneddoto divertente legato al suo “shock culturale” nei primi tempi a Roma?

All’inizio mi divertivo come una matta, anche se avevo paura perché pochissimi parlavano inglese. Quando suonava il telefono nell’appartamento temevo di rispondere: capivo la lingua ma non avevo ancora il vocabolario per rispondere. Era frustrante. Così presi un professore privato. Adoravo i mercatini rionali vicino al Vaticano, dove vivevo, ma confondevo sistematicamente le parole “uva” e “uova”. Entravo in bottega per comprare le uova e, non sapendo come spiegarmi, dovevo mimare il gesto e il verso della gallina, e così via, andavo avanti a gesti. I negozianti mi conoscevano ed erano di una gentilezza disarmante: mi davano la busta dicendo “Amii, fai tu, prendi quello che vuoi, e intanto mi spiegavano la differenza tra parmigiano e pecorino. Sembrava un film. Una volta mi persi nel labirinto di Trastevere e un passante mi prese letteralmente per mano per accompagnarmi sulla strada giusta. Roma allora aveva tempo. Oggi hanno tutti con gli occhi incollati ai cellulari, non ci si guarda più, non ci si saluta. Una volta ci si fermava per a chiacchierare, oggi cinque minuti sembrano un’ora, siamo sempre di corsa e la vita sparisce.

Nel 1983 sale sul palco di Sanremo cantando in inglese con “Working Late Tonight”. Che ricordi ha dell’Ariston?

Fu un momento bellissimo, con i ballerini e il coreografo arrivati da Londra. Era il mio primo vero grande show in Italia e l’impatto fu enorme. C’era una forte tensione dietro le quinte perché a Sanremo sono tutti perennemente nervosi. Ma la cosa più divertente è che io non sapevo assolutamente di essere in gara! Non lo avevo capito per via della barriera linguistica. Cantando in inglese, pensavo di essere semplicemente l’ospite internazionale di un grande spettacolo. Solo anni dopo un mio collaboratore mi ha spiegato che fu l’unico anno in cui aprirono la gara a brani non in italiano. Sinceramente, non averlo capito è stata la mia fortuna, mi ha risparmiato un sacco di stress.

Lei ha lavorato con giganti come Morricone, Piovani, Proietti e Alessandro Quarta. Cosa si impara accanto a loro e con chi ha avuto l’intesa più profonda?

Il continuo mettersi in gioco è la linfa vitale per un artista, ti impedisce di diventare stagnante e ti costringe a uscire dalla comfort zone. Amo circondarmi di persone più brave di me perché è l’unico modo per crescere. In Italia purtroppo, a volte, c’è una competizione poco sana, una tendenza a proteggere gelosamente il proprio orticello, mentre io ho una mentalità teatrale, legata al concetto di famiglia e condivisione. Stare a tavola ad ascoltare Ennio Morricone, Gigi Proietti o Nicola Piovani è un privilegio immenso, devi solo stare in silenzio e assorbire.

L’intesa più profonda l’ho avuta con il maestro Morricone, con cui ho lavorato tantissimo; la mia gratitudine verso di lui è indescrivibile. Lo stesso vale per Piovani, che scrisse un recital per la mia voce e mi ha permesso di calcare i palchi dei più importanti teatri d’Opera, arrivando fino a Gerusalemme. Quando parlo con Nicola, preferisco ascoltare, ha un vissuto unico ed è un uomo di una saggezza straordinaria. Non è un caso che lui ed Ennio fossero grandissimi amici. A Roma si direbbe che ho avuto una grande “botta di culo”, e la fortuna non va mai dimenticata.

Avevo una paura incredibile, credo di aver provato quel livello di terrore solo due volte nella vita. L’Aula Nervi è sterminata e le prime quattro o cinque file erano piene di cardinali serissimi nei loro abiti d’ordinanza neri e purpurei. Era la prima volta che la musica pop entrava lì dentro, un luogo solitamente riservato a convegni e udienze papali. Erano rigidissimi. Mi tremava tutto, tanto che all’ultimo momento decisi di indossare i pantaloni invece dell’abito lungo, sperando che nascondessero il tremore delle gambe. Cantai solo grazie all’aiuto del Signore. Eravamo tutti terrorizzati.

Nel 1993 è stata tra i primi artisti a cantare in Vaticano per Giovanni Paolo II, venendo riconfermata per lo stesso show l’anno successivo. Com’è stato esibirsi in quel contesto così solenne?

Il giorno prima avevamo incontrato il Papa, un uomo che emanava una pace, una tenerezza e una gentilezza disarmanti. Durante il concerto, però, con le luci della sala completamente accese, vedevo le facce totalmente impassibili dei cardinali. Nessuno accennava un sorriso, sentivano tutto il peso del proprio potere politico e istituzionale. Poi, finalmente, esplose un applauso fragoroso. Lì respirai e mi dissi: “Meno male”. Forse è stata la prova più difficile della mia carriera.

Che esperienza è stata condividere il palco con lOrchestra della Magna Grecia di Taranto, diretta dal maestro Piero Romano?

È un’esperienza divertentissima perché siamo grandi amici, sono anni che vado giù da loro. È puro divertimento: a loro piace suonare la mia musica in chiave orchestrale, con arrangiamenti stimolanti che permettono loro di divertirsi e di svestirsi per un attimo degli abiti classici. Ci divertiamo davvero tanto.

I suoi ultimi brani, “Funk” e “Grace”, mostrano due anime opposte. Come nasce, in particolare, la spiritualità di “Grace”?

Entrambi i pezzi mi rispecchiano. Funk è il ritorno alle mie radici R&B, la parte più solare e leggera di Amii. Grace, invece, nasce da una ferita profonda, dal dolore e dalla delusione che ho provato assistendo all’assalto al Campidoglio a Washington. È stato un momento nerissimo della mia vita e ho sentito l’urgenza di non rimanere in silenzio. Scrivere quel brano è stato una purga emotiva, una catarsi per espellere un malessere che mi faceva stare male fisicamente e psicologicamente. Mi è sembrato di scivolare improvvisamente indietro nel tempo, agli anni ’60 della mia infanzia. Anzi, è stato persino peggio perché pensi che certe barriere siano superate per sempre, e invece scopri che siamo ancora fermi allo stesso punto. 

Attualmente si divide tra i grandi concerti orchestrali e i club jazz. Quale dimensione preferisce?

Mi rappresentano entrambe ed è vitale per me poter navigare tra questi due mondi. Fa bene alla mia voce, perché ne mantiene l’estensione, e mi costringe a stare sempre sulle punte dei piedi dal punto di vista artistico. Non mi annoio mai e la musica resta fresca. Sono in perenne evoluzione, cerco sempre una chiave diversa rispetto alla sera precedente. Mi sento come un cantiere aperto, un edificio perennemente in costruzione: mi smantello, mi ricostruisco, tolgo un pezzo e cambio direzione. Questo è il vero lavoro dell’artista, ciò che ti mantiene attiva la creatività.

C’è grande attesa per il suo ritorno al Blue Note di Milano. Che show sarà?

Adoro il Blue Note perché è un club intimo in cui sono vicinissima al pubblico. Le persone riescono a cogliere ogni mia minima espressione facciale e ogni sfumatura emotiva; questa vicinanza fisica la trovo straordinariamente eccitante. Non ho paura di guardare la gente direttamente negli occhi per capire se stanno ricevendo i messaggi che lancio dal palco. Lo spettacolo è ancora in fase di definizione ma ci saranno i miei evergreen storici, brani inediti e stiamo valutando un organico rinnovato con l’inserimento di altri solisti. Vogliamo offrire un’esperienza diversa rispetto all’ultima volta, anche perché registriamo sempre il tutto esaurito e quest’anno abbiamo dovuto aggiungere una data in più nel calendario.

Prima di salutarci, cosa le ha dato l’Italia che gli Stati Uniti non avrebbero potuto offrirle?

L’Italia mi ha regalato la libertà e una cultura immensa. Mi ha dato la forza di aprirmi ancora di più perché è un Paese strutturalmente generoso e accogliente verso la diversità. Gli italiani non sono rigidi o chiusi come altre culture europee. Questo Paese mi ha aperto le braccia, mi ha accettata per quella che ero e mi ha permesso di crescere fino a diventare la donna e l’artista matura che sono oggi. Non mi ha mai tradito, mi ha amato e mi ha offerto una qualità di vita splendida.

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