“Arkansas” è più crudele della sua campagna promozionale sulla maternità militante

07 Maggio 2026 - 05:05
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“Arkansas” è più crudele della sua campagna promozionale sulla maternità militante

«Come prima opzione gli ho proposto Lula Money, io e Michela la chiamiamo sempre così fra noi, perché: “Visto quel che vi costa sarà bene che lei porti già nel nome l’investimento che è stata”[,] mi dice, e ridiamo. Nicola non ride». Nicola è Nicola Lagioia, nella vita marito di Chiara Tagliaferri e in “Arkansas” (esce il 12 maggio) marito del suo io narrante.

Michela è Michela Murgia, nella vita scrittrice e molte altre cose, tra cui creatrice di Chiara Tagliaferri, cui ha donato la notorietà facendone la coautrice del suo “Morgana”. Lula, che poi di secondo nome non farà Money, è la bambina che Chiara e Nicola vanno a prendere in Arkansas, partorita da un’americana nella quale è stato impiantato l’ovulo d’una terza donna.

Prima di arrivare a questo, la Chiara e il Nicola di “Arkansas” hanno provato con la fecondazione assistita, che non ha mai attecchito nonostante, nel modulo per descrivere sé stessa e trovare una donatrice d’ovulo che le somigliasse, Chiara abbia accuratamente mentito: «Ho stiracchiato l’altezza, tolto qualche chilo: sono pronta a inghiottire farmaci che mi faranno lievitare, porterò mia figlia nella pancia per nove mesi, il mio ventre piatto diventerà una gelatina molle, il sacrificio merita una donatrice magra».

Chiunque sfogli riviste femminili o osservi le mamme sui social sa che intorno alla maternità non è consentito sarcasmo, al massimo un umorismo innocuo da Settimana Enigmistica. La freddezza con cui la Chiara Tagliaferri della pagina riconosce di volere che sua figlia abbia un dna fotogenico è una sfida alla lettrice che richiede un certo qual coraggio.

“Arkansas” è pieno di interessanti momenti di gelo: ha per protagonista una madre che per la maternità sembra avere moltissima determinazione ma nessuna vocazione, un io narrante spietatamente frivolo che vuole dare alla figlia il nome d’un film di David Lynch e ha sentito nominare per la prima volta Little Rock nella biografia di Keith Richards (e non nel numero musicale in cui Jane Russell e Marilyn Monroe erano due ragazzine che a Little Rock vivevano dalla parte sbagliata dei binari, ma poi hanno capito come farsi pagare i vizi dagli uomini; eppure l’io narrante di Chiara Tagliaferri te lo immagini proprio così, bambina degli anni Ottanta con gli occhioni sgranati davanti alla tele che trasmette il technicolor di “Gli uomini preferiscono le bionde”).

Ma, per arrivare alle scelte di freddezza rispetto alla maternità, bisogna superare un paio di correnti gravitazionali. La prima è che Chiara Tagliaferri scrive come la società letteraria romana è convinta debbano scrivere i veri scrittori, tutt’una forzatura poetica e sorrisi che non conoscono «l’interferenza dell’ombra» e felicità che «cola dalla faccia come trucco sbavato». L’incipit di Arkansas è «La strada per Graceland è fatta di pioggia»: ci vuole grande tolleranza per il barocco non binario, per andare avanti.

Il secondo ostacolo è che, come spesso accade, “Arkansas” è venduto come il libro che non è. Il suo editore lo fa cominciare con una nota che specifica la sua natura di «memoir letterario» (metti che ci sembrasse una guida di viaggio), e che i fatti raccontati (quelli di una coppia italiana che va a farsi fare una figlia su ordinazione in un altro paese) si sono svolti «in un contesto normativo, sociale ed economico diverso da quello attuale», ma soprattutto che il libro «non ha finalità informative, prescrittive o promozionali rispetto a pratiche mediche o giuridiche». Non facciamo pubblicità al reato universale, signor governo, glielo giuriamo.

Quando ho letto “Arkansas”, ho pensato che la nota fosse un eccesso di zelo. Certo, ci sono alcune paginette in cui Chiara Tagliaferri, evocando Michela Murgia santa protettrice delle piccole ribellioni, fa le sue brave tirate politiche contro Eugenia Roccella e pitta il suo io narrante come spaventatissimo che il governo le requisisca la figlia; ma sono, per usare un’espressione bolognese, pagine appiccicate con lo sputo (in italiano: posticce, forzate, messe lì per dovere).

Non è certo la militanza politica che muove questo libro, che è un libro reso interessante dal suo parlare di soldi, di egoismo, di vanità: «La cameriera mi osserva cullare Lula e mi chiede quanti giorni ha. “Una settimana” rispondo. Lei mi guarda ammirata: “Come hai fatto?! Sembri una modella!”. Per un istante entro nella parte: sono una di quelle attrici che escono dall’ospedale magrissime ed eleganti. “Oh, credo sia solo fortuna” mi blandisco umile»; ma anche «La sera prima dell’arrivo di Lula ci rendiamo conto che non abbiamo un materasso per lei […] Abbiamo avuto giorni e giorni per pensarci, ma abbiamo pensato a noi»; ma anche «“Mi condanneranno perché non ho un filo di grasso? È colpa mia se ho il ventre piattissimo, come Cher”, dico con una punta di orgoglio».

Per fortuna e per non farci morire di noia quelle sono le cose, della Tagliaferri narrata, che interessa raccontare alla Tagliaferri autrice, mica la protesta civile o la maternità come intesa dai gruppi Facebook di mamme tutte sacrificio e sentimentalismo: «Lula avrà mari tranquilli, spiaggia finissima per i suoi castelli di sabbia e la comodità dell’ombra per riposare dopo il bagno (non è vero, finiremo di nuovo in Grecia, una casa isolata in una vallata bruciata dal sole, niente attorno, e io e Nicola a litigare perché ogni cosa – recuperare il latte in farmacia, portare Lula al mare – risulterà complicata)».

Poi però, una decina di giorni fa, “Arkansas” è stato annunciato dall’editore e – dal testo usato per le card di Instagram, che hanno sostituito i comunicati stampa – è stato chiaro che intendevano proprio truffare la clientela.

Il testo promozionale, chissà se ottenuto chiedendo all’intelligenza artificiale «Cosa direbbe la voce narrante di questo libro se dovesse riassumerlo in un modo emotivamente ricattatorio e prevenendo le critiche?», mescola le parti più posticce di “Arkansas” – «Ho iniziato a scrivere la nostra storia perché Michela mi ha insegnato a non stare zitta, ricordandomi che il personale è sempre politico» – e le parti che sono già risposte pronte da talk-show alle polemiche di chi è contraria alla gestazione per altri: in America, scrive Tagliaferri, «la gestante per poter intraprendere il percorso deve superare test psicologici e controlli fisici, deve avere almeno un figlio, un lavoro, una situazione finanziaria stabile, una casa».

Ieri Tagliaferri era strillata sulla copertina di due riviste femminili: l’anticipazione pubblicata da F conteneva appunto Michela che le insegna a non stare zitta; l’intervista a Vanity Fair frasi come «Michela trovava profondamente ingiusto il fatto che in America fosse un percorso ormai elitario» (credo intenda dire che è il fatto che si debba fare all’estero a renderlo elitario: non penso che la Murgia fosse così ingenua da stupirsi che negli Stati Uniti ci fosse qualcosa di non gratuito).

È interessante questo uso della Murgia come copertura: se critichi me contraddici lei, mica vorrai mancare di rispetto alla defunta? Viene in mente un’altra conversazione diffusa l’anno scorso nella società letteraria romana: se Chiara Valerio avesse svelato che Leonardo Caffo era un protetto della Murgia, avrebbe zittito il dissenso?

Ma torniamo alla gestante: somiglia a Laura Palmer; Tagliaferri sa che, se dai un gusto a un io narrante, quel gusto dev’essere una fissazione. Si chiama Daisy, e l’io narrante non nomina mai “Il grande Gatsby”, ma io sono sicura che l’autrice ci abbia pensato: Daisy Buchanan ha fatto le scelte che ha fatto spinta da un bisogno economico che farebbe inorridire le femministe, o ha esercitato il suo libero arbitrio?

«“Chi protegge i bambini?” domando a Nicola, seduto al mio fianco, sul divano. La domanda vera, quella che più mi preoccupa: chi proteggerà me? Parlare significa esporsi, diventare ricettacolo di giudizi che si trasformano in sentenza. Il tribunale mediatico, famelico, stabilirà: la femminista che sfrutta i corpi delle donne».

Scrivo questa recensione prima che il libro esca, ma – al netto di frasifattismi pieni di suggestione come «il tribunale mediatico» – è facilissimo prevedere che le polemiche andranno come vanno tutte le polemiche del presente.

Una parte di femminismo – quella per cui la gestazione per altre è inaccettabile – la stigmatizzerà; ma tutto il mondo cosiddetto «queer», tutta la corrente che in neolingua chiamano «transfemminista» e che potremmo più sensatamente definire «gay benestanti milanesi e loro amiche invitate a casa la sera dei duetti di Sanremo», quella l’applaudirà. Non esistono posizioni politiche o opinioni sui fatti, ma solo schieramenti predeterminati, curve d’appartenenza. Potrei già fare l’elenco dei nomi delle detrattrici, e anche quello di coloro che riterranno eroica Chiara Tagliaferri per aver raccontato al pubblico, nella primavera del 2026, d’avere una figlia dall’inverno del 2024.

Ecco, se c’è un esito felice di militanza civile di “Arkansas” è questo. L’io narrante crede che nessuno conosca il suo segreto («un tizio con cui lavora dice di avermi avvistata mentre passeggiavo con una carrozzina. Dentro c’era un gatto. Io mi rivolgevo al mammifero facendo finta che fosse un infante, ma era proprio un gatto»), ma l’autrice è consapevole dei due anni e mezzo di pettegolezzi della società letteraria romana su quelle vacanze in Grecia nelle cui foto la bambina non compariva mai. A questo serve “Arkansas”: a stabilire che non tutto è polaroid.

Il suo merito è quello di dimostrare che – nell’epoca dei cellulari con la telecamera e della vita su Instagram, nell’epoca in cui le intellettuali fanno le televendite e il broncetto fotogenico proprio come le soubrette, nell’epoca in cui sembra che tutto sia indifferenziato – si può ancora tenersi per sé un pezzo di vita.

Si può ancora costringere il mondo ad aspettare anni per sapere i fatti tuoi, a saperli solo quando avrai voglia di dirglieli non in un’istantanea da cuoricini ma in pagine che abbiano il lessico e la sintassi soppesati per ottenere l’effetto che volevi.

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