Australia, Burke chiude ai sospetti combattenti dell’ISIS: «Non muoverò un dito per aiutarli»

13 Luglio 2026 - 00:50
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Il ministro degli Interni esclude assistenza e rimpatrio per tredici australiani detenuti in Iraq. Intanto One Nation perde tre punti nei sondaggi, ma Barnaby Joyce difende la linea politica di Pauline Hanson

Il governo australiano non intende offrire assistenza ai cittadini sospettati di aver combattuto per lo Stato Islamico e attualmente detenuti in Iraq. A ribadirlo con parole nette è stato il ministro degli Interni Tony Burke, secondo il quale Canberra non farà nulla per facilitare il loro rilascio o il loro eventuale rientro in Australia.

«Non muoverò un dito» per aiutarli, ha dichiarato Burke, confermando la linea dura dell’esecutivo nei confronti delle persone che avrebbero scelto di unirsi a un’organizzazione terroristica.

Tredici australiani detenuti in Iraq

La vicenda riguarda tredici uomini australiani trasferiti dalle strutture di detenzione siriane alle carceri irachene perché sospettati di aver avuto legami con l’ISIS.

Le autorità statunitensi e irachene stanno esaminando le singole posizioni per distinguere gli eventuali combattenti da coloro che potrebbero non aver partecipato direttamente alle attività militari del gruppo terroristico.

Il governo di Baghdad ha chiesto a diversi Paesi, tra cui l’Australia, di riprendere i propri cittadini. Canberra ha però ribadito di non avere in programma alcuna operazione di rimpatrio o assistenza consolare per le persone collegate allo Stato Islamico.

Burke: nessuna assistenza da Canberra

La posizione di Tony Burke è destinata ad alimentare il dibattito politico e giuridico.

Da una parte, il governo sostiene che chi ha volontariamente raggiunto i territori controllati dall’ISIS debba assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Dall’altra, resta il problema di stabilire con precisione il ruolo ricoperto da ogni detenuto e di garantire che le accuse siano sottoposte a un regolare procedimento giudiziario.

Non tutti i casi sarebbero infatti identici. Tra gli australiani detenuti vi sarebbe anche un uomo portato nel territorio dello Stato Islamico quando era ancora minorenne, circostanza che rende più complessa una valutazione uniforme delle responsabilità individuali.

Il rischio di un ritorno in Australia

Il tema più delicato riguarda ciò che potrebbe accadere se alcuni detenuti venissero liberati dalle autorità irachene.

Se ancora in possesso della cittadinanza australiana e di documenti validi, potrebbero tentare di rientrare autonomamente nel Paese. Le autorità australiane dovrebbero quindi valutare eventuali misure di sorveglianza, restrizioni amministrative o procedimenti penali.

L’eventuale incriminazione in Australia potrebbe però incontrare difficoltà, soprattutto per la necessità di raccogliere prove affidabili su fatti avvenuti molti anni fa in zone di guerra tra Siria e Iraq.

One Nation perde terreno nei sondaggi

La sicurezza nazionale non è l’unico tema ad agitare la politica federale australiana. Un nuovo sondaggio Resolve mostra infatti una battuta d’arresto per One Nation, che perde tre punti pur restando davanti alla Coalition.

Secondo la rilevazione condotta su oltre 2.200 persone, il Labor si trova al 28 per cento, One Nation al 26 per cento e la Coalition al 23 per cento. I Verdi restano al 12 per cento.

Anche il gradimento di Pauline Hanson come possibile primo ministro è diminuito di otto punti, fermandosi al 25 per cento. Il calo arriva dopo le polemiche provocate dalle dichiarazioni della leader di One Nation sulla necessità di una maggiore “monocultura” australiana e dalle sue posizioni sul congedo parentale retribuito.

Joyce difende Pauline Hanson

Barnaby Joyce ha minimizzato il risultato, sostenendo che le oscillazioni siano normali e che un singolo sondaggio non possa determinare la direzione politica del partito.

L’ex leader dei Nationals, passato a One Nation, ha difeso Pauline Hanson e le sue dichiarazioni, affermando che il partito intende affrontare apertamente questioni considerate difficili dagli altri schieramenti.

Secondo Joyce, uno dei principali obiettivi di One Nation sarebbe quello di rafforzare la coesione sociale e impedire che si ripetano episodi tragici come quelli avvenuti a Bondi.

«Bisogna avere il coraggio di parlare»

Joyce ha sostenuto che sui temi della sicurezza, dell’identità nazionale e dell’integrazione servano posizioni chiare, anche quando possono risultare impopolari.

«È necessario fare una dichiarazione sostanziale. Bisogna avere il coraggio di farla», ha affermato, respingendo l’ipotesi che le parole di Hanson possano aver danneggiato in modo permanente One Nation.

Il deputato ha aggiunto che evitare il confronto sui problemi della convivenza sociale significherebbe accettare il rischio che nuovi episodi di violenza possano verificarsi.

La “monocultura” divide l’Australia

Le dichiarazioni di Pauline Hanson sulla monocultura hanno però suscitato forti reazioni.

Gli avversari politici accusano One Nation di voler ridimensionare il multiculturalismo, considerato da decenni uno degli elementi fondamentali della società australiana. Hanson e Joyce sostengono invece che il Paese debba possedere una cultura nazionale condivisa, con regole e valori comuni capaci di prevalere sulle differenze etniche o religiose.

Il confronto è diventato uno dei principali terreni di scontro tra Labor, Coalition e One Nation, soprattutto dopo l’aumento delle preoccupazioni legate all’estremismo, all’immigrazione e alla sicurezza delle comunità.

Uno scenario politico sempre più instabile

Nonostante il calo registrato nell’ultima rilevazione, One Nation continua a ottenere un livello di consenso molto superiore rispetto alle precedenti elezioni federali.

Il partito si trova ancora davanti alla Coalition nelle intenzioni di voto e potrebbe diventare decisivo in numerosi collegi regionali e nelle periferie delle grandi città. La capacità di trasformare il consenso nazionale in seggi parlamentari dipenderà però dalle preferenze, dalla distribuzione territoriale dei voti e dalle strategie adottate dagli altri partiti.

La politica australiana si trova così davanti a due questioni destinate a dominare il confronto nei prossimi mesi: la gestione dei cittadini collegati all’ISIS e il futuro del multiculturalismo.

La linea durissima annunciata da Tony Burke e la difesa delle posizioni di Pauline Hanson da parte di Barnaby Joyce mostrano come sicurezza, identità nazionale e coesione sociale siano ormai al centro della battaglia politica federale.

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