Baby gang, i numeri di una piaga sociale: tre cittadini su dieci raccontano minacce, furti o aggressioni

Cambiare via, evitare una piazza, allungare la strada per tornare a casa. Non è più soltanto il riflesso prudente di chi vive nelle grandi città. È diventato, per molti italiani, la regola. E il nuovo rapporto Eurispes sulla devianza giovanile lo certifica: le baby gang non sono un fantasma agitato dalla cronaca, ma un problema entrato nella vita quotidiana: una vera piaga sociale. Tre cittadini su dieci riferiscono di essere stati presi di mira con minacce, insulti, furti o aggressioni fisiche. Un altro terzo conosce episodi simili capitati ad amici o conoscenti. Di conseguenza, sette italiani su dieci, davanti ad aree frequentate da gruppi giovanili violenti, almeno una volta hanno preferito modificare il percorso. Il peggio? Tra i segnalati quasi 81mila giovani sono stranieri.
I numeri
Dopo anni in cui una certa sinistra ha derubricato l’allarme sicurezza a semplice “percezione”, i numeri raccontano una realtà diversa. Il 44% degli italiani considera poco o per niente sicuro il luogo in cui vive. Il giudizio si fa ancora più netto quando si parla di violenza giovanile: per la maggioranza dei cittadini il fenomeno è in crescita. E questa volta non si tratta soltanto di sensazioni, perché la valutazione trova riscontro anche nei dati delle forze dell’ordine. La flessione registrata fino al periodo pandemico non ha retto alla prova degli anni successivi. Arresti e denunce a carico degli under 24 sono tornati a salire. Il dato più evidente riguarda i minori tra i 14 e i 17 anni: dai circa 25mila casi del 2020 si è passati a oltre 37mila nel 2025.
C’è poi un altro elemento che appesantisce il quadro: il 57% del campione, pur avendo avuto problemi legati alle bande giovanili, dichiara di non aver mai sporto denuncia. Significa che una parte consistente del fenomeno resta fuori dalle statistiche ufficiali. Vive nei racconti dei quartieri, nelle conversazioni tra genitori e nelle zone evitate.
Famiglia, scuola, istituzioni
Il rapporto individua anche le cause indicate dai cittadini. L’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia. Seguono il degrado sociale, un’educazione troppo permissiva e la perdita di autorevolezza delle istituzioni. È qui che la questione smette di essere soltanto penale e diventa culturale, educativa, politica.
Il presidente di Eurispes, Gian Maria Fara, richiama inoltre il ruolo dei social, che «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Non solo vetrina, dunque, ma moltiplicatore. La violenza diventa contenuto, il branco diventa modello, la vittima scompare dietro i like.
Il peso degli stranieri
Eurispes descrive una devianza trasversale, capace di attraversare anche ambienti apparentemente protetti. Fara parla di «devianza borghese» per indicare vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi che non nascono necessariamente dalla marginalità estrema. Ma il rapporto mette in evidenza anche un altro dato, più scomodo: nel 2025 i giovani stranieri segnalati sono stati 80.827, quasi quanto gli italiani, pari a 89.249.
La composizione delle bande, secondo il 42% degli intervistati, è spesso mista: ragazzi italiani e stranieri insieme. Ma il rapporto tra popolazione residente e segnalazioni resta un nodo politico evidente. Se gli stranieri rappresentano circa un decimo della popolazione, la loro incidenza nella devianza giovanile non può essere trattata come un dettaglio statistico.
La città che arretra
Il punto, alla fine, è tutto nello spazio pubblico. Quando un cittadino cambia strada per evitare un gruppo aggressivo, non compie soltanto una scelta. Cede un pezzo della propria libertà quotidiana. È questo che i numeri Eurispes rendono visibile: non una paura astratta, ma una rinuncia concreta.
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