Campione di kung fu, ammutinato, star mondiale: la storia senza censure di Patrice Evra
Patrice Evra è il volto di uno dei più grandi scandali della storia dei Mondiali. Capitano della Francia, guidò la rivolta di Krysna nel 2010. Ma Evra non fu solo un calciatore dal carattere forte. Ecco la parte numero 15 della serie “Rebel United”.
Alcune immagini restano per sempre nella storia del calcio: la “Mano di Dio” di Diego Maradona, la testata di Zinédine Zidane nella finale dei Mondiali 2006, l’incredibile finale di Doha 2022.
Poi c’è l’immagine del pullman della Francia a Knysna, in Sudafrica. Davanti, giornalisti, telecamere e funzionari perplessi.
All’interno i giocatori francesi si rifiutano di scendere. L’allenamento viene boicottato e l’allenatore resta fuori. Al centro dello scandalo c’è il capitano, Patrice Evra.
Evra, allora terzino sinistro del Manchester United, era uno dei calciatori più vincenti d’Europa: cinque campionati inglesi, una Champions League e una fama di leader severo lo avevano fatto diventare capitano dei Bleus. Invece di guidare la Francia ai Mondiali, però, è diventato il volto di uno dei più grandi scandali del calcio.
Sarebbe riduttivo identificare Evra solo con Knysna. La sua carriera è un insieme di contraddizioni: da calciatore di strada a star mondiale, da leader carismatico a provocatore, da beniamino dei tifosi a protagonista di polemiche.
Ha vinto quasi tutto a livello di club, ha colpito un tifoso con un calcio stile kung fu, ha pubblicato video bizzarri sui social e, anni dopo, ha raccontato gli abusi sessuali subiti da bambino e il razzismo affrontato da professionista.
Patrice Evra è stato tante cose. Di certo non è mai stato noioso. Eppure la sua storia è iniziata in modo tutt’altro che glamour.
La sua storia inizia per strada, con il calcio di strada
Nato a Dakar il 15 maggio 1981, Evra cresce nella periferia parigina e inizia a giocare in squadre locali. Il grande salto arriva all’AS Monaco, dove sotto la guida di Didier Deschamps si afferma come terzino offensivo.
Nel 2004 portò la squadra outsider in finale di Champions League, finendo nel mirino dei top club europei.
Nel gennaio 2006 Sir Alex Ferguson lo portò al Manchester United per circa otto milioni di euro. L’esordio contro il City fu un disastro: sostituito all’intervallo, ma Ferguson continuò a credere in lui. Scelta vincente.
Negli anni seguenti diventò uno dei migliori terzini sinistri al mondo, vincendo cinque Premier League e, nel 2008, la Champions League con Rio Ferdinand, Nemanja Vidić, Ryan Giggs, Paul Scholes e Wayne Rooney.
In spogliatoio era un leader: esuberante, emotivo, sempre con un’opinione. Si assumeva responsabilità e affrontava i conflitti, qualità che lo resero indispensabile per Ferguson. Gli stessi tratti, però, di lì a poco lo avrebbero tradito.
Questo mix di carisma, leadership e imprevedibilità ne fece un capitano naturale. Ai Mondiali 2010 in Sudafrica fu proprio lui a indossare la fascia dell’Équipe Tricolore.
Sembrava il culmine di una carriera straordinaria, ma fu l’inizio di un capitolo che ancora oggi getta un’ombra sul suo nome.

Evra e il dramma dei Mondiali 2010
Quella che doveva essere la sua consacrazione si trasformò in un crollo senza precedenti, per lui e per tutto il calcio francese.
Prima del fischio d’inizio nulla faceva pensare che la Francia potesse lottare per il titolo. Il ct Raymond Domenech era da anni criticato: dopo la finale dei Mondiali 2006 erano seguiti un Europeo 2008 deludente, scelte di formazione discutibili e tensioni crescenti con la squadra. Chiuso e testardo, appariva irraggiungibile; le sue idee tattiche venivano messe in discussione e il rapporto con molti giocatori era ormai compromesso.
Patrice Evra, in quanto capitano, avrebbe dovuto fare da mediatore tra l’allenatore e la squadra, ma il compito si rivelò presto impossibile.
L’esordio contro l’Uruguay si chiuse 0-0. Più grave del punteggio era l’atmosfera in campo: la squadra appariva spenta e senza idee. L’inaspettato cambio di modulo deciso da Domenech poco prima del torneo aveva stupito i giocatori, che non capivano perché schemi collaudati fossero stati abbandonati.
Evra lo ha confermato mesi dopo: quasi ogni giorno i compagni si lamentavano della mancanza di preparazione tattica e di un dialogo vero con l’allenatore.
Il conflitto restò latente fino alla seconda gara del girone, contro il Messico.
Mondiali 2010: Anelka e Domenech hanno cambiato tutto
La Francia perse 0-2 e si ritrovò con le spalle al muro. Ma già poche ore dopo quasi nessuno parlava più della partita. Un titolo di giornale sconvolse l’intero torneo.
L’attaccante Nicolas Anelka avrebbe insultato Domenech negli spogliatoi, in risposta a una critica tattica. Il quotidiano L’Équipe riportò la frase in prima pagina, e la Federcalcio francese escluse Anelka dal Mondiale.
Quella che sembrava una misura disciplinare si rivelò il punto di svolta del torneo.
In squadra lo sgomento era totale. Molti non si indignarono per Anelka, ma perché quanto accaduto all'interno dello spogliatoio era stato rivelato all’esterno. Si sentirono traditi. Patrice Evra si ritrovò in mezzo a tutte le fazioni.
In quanto capitano, doveva mediare tra federazione e squadra. Scelse la seconda. Il 20 giugno la crisi esplose.
In programma c’era l’allenamento a Knysna, in vista della decisiva gara col Sudafrica. Centinaia di giornalisti e telecamere erano già sul campo. Ma al posto della consueta sessione andò in scena un evento destinato a restare nella storia del calcio.

Evra era al centro: il boicottaggio dell’allenamento rappresentava il culmine della crisi
In campo Evra litigò con il preparatore atletico Robert Duverne: l’allenatore, furioso, lanciò a terra cronometro e canottiera e se ne andò. Le immagini fecero il giro del mondo.
I giocatori risalirono sul pullman. Domenech rimase perplesso, poi la porta si chiuse. Il mezzo si fermò dopo pochi metri ma nessuno scese.
L’allenamento non era nemmeno iniziato. I giocatori avevano deciso di boicottare la sessione per protestare contro l’esclusione di Anelka. Fuori regnava lo sgomento: telecamere e giornalisti cercavano di capire. Domenech ricevette una dichiarazione scritta della squadra, che esprimeva solidarietà ad Anelka, e fu costretto a leggerla davanti alle telecamere, perdendo ogni autorità.
La Francia aveva di fatto destituito il proprio ct. E Patrice Evra? Ancora oggi si discute su chi abbia innescato il boicottaggio, ma il capitano restò il volto della rivolta: per molti incarnava il crollo della nazionale. I media lo definirono un burattinaio, i politici chiesero provvedimenti, gli ex nazionali lo criticarono aspramente.
Il termine «Knysna» diventò in Francia, in pochi giorni, sinonimo di vergogna. Dal punto di vista sportivo il torneo era già compromesso: la Francia perse anche l’ultima gara del girone col Sudafrica per 1-2, chiudendo ultima con un solo punto e un goal segnato. Per i vicecampioni del 2006 fu una delle peggiori figuracce della storia. L’analisi dei fatti iniziò subito dopo il ritorno.
Domenech lasciò l’incarico e la Federcalcio aprì un’inchiesta su Evra, Ribéry, Anelka, Toulalan e Abidal. Il capitano fu squalificato per cinque partite. Evra non cercò alibi: mesi dopo criticò Domenech per la mancanza di dialogo e la preparazione inadeguata, ma ammise le colpe del gruppo.
«I principali responsabili erano in campo», ha riconosciuto Evra. Anche il boicottaggio degli allenamenti fu un errore: i giocatori avrebbero dovuto esprimere in altro modo la loro solidarietà ad Anelka. Un tono straordinariamente autocritico, che però non riuscì a modificare l’immagine pubblica. Perché ogni volta che oggi in Francia si parla dell''autobus di Knysna', inevitabilmente viene menzionato anche il nome di Patrice Evra.
Il capitano, che avrebbe dovuto unire la nazione, era diventato il simbolo di quella disfatta. Eppure, nemmeno questo sarebbe stato il capitolo più folle della sua carriera.
Dopo Knysna la sua reputazione sembrava distrutta, ma Evra non si è mai fatto abbattere. Anzi, è rimasto il solito: rumoroso, emotivo e imprevedibile.

Novembre 2017: Evra e il calcio di kung fu
Nel novembre 2017, prima di un match di Europa League tra Marsiglia e Vitória Guimarães, Evra fu insultato dai propri tifosi durante il riscaldamento. La sua reazione fece il giro del mondo: il francese colpì uno spettatore con un calcio di kung fu alla testa, evocando Eric Cantona. L’arbitro lo ha espulso prima del fischio d’inizio, la UEFA lo ha squalificato per sette mesi e il Marsiglia ha rescisso il contratto poco dopo. È stata la poco gloriosa conclusione di una grande carriera.
Anche fuori dal campo Evra resta un ospite fisso dei titoli dei giornali. Appese le scarpe al chiodo, con il motto «I love this game» diventa una delle figure più eccentriche dei social media. Milioni di fan seguono i suoi video: balla, bacia polli crudi o fa la parodia di Cristiano Ronaldo con un occhiolino in compagnia di pecore su una barca. Tra umorismo bizzarro e totale assurdità la linea è sottile.
Non tutte le provocazioni erano innocue: nel 2019, dopo l’eliminazione del PSG dalla Champions per mano del Manchester United, Evra definì i giocatori parigini «una banda di froci» in un video su Snapchat. Dopo le critiche ha dichiarato: «Amo tutte le persone e non sono omofobo», sostenendo che il termine francese «pédé» fosse stato tradotto male e il video fosse solo uno scherzo. Le scuse non hanno convinto tutti.
Eppure anche lui aveva subito odio per le minoranze. Celebre la sua polemica con Luis Suárez: nel 2011, durante una partita di Premier League, l’attaccante del Liverpool lo insultò più volte con epiteti razzisti e Evra reagì pubblicamente. La Football Association squalificò Suárez per otto gare. Poco dopo i compagni del Liverpool si riscaldarono con maglie di sostegno e, in campo, Suárez rifiutò di stringere la mano a Evra, spaccando il calcio inglese.
La commovente storia d’infanzia di Evra
Per Evra il caso andò ben oltre una semplice lite tra professionisti. Ha spesso raccontato di aver subito insulti razzisti in carriera. «Quando parlo di razzismo, molti pensano che reciti la parte della vittima. Ma ne parlo perché voglio che le cose cambino». Il caso Suárez diventò così uno dei precedenti più importanti nel calcio inglese.
Dietro quelle vicende c’era un Patrice Evra che il pubblico non conosceva. Solo nel 2021, nella sua autobiografia, l’ex giocatore ha rivelato di aver subìto abusi sessuali da un insegnante a 13 anni
«Non voglio essere una vittima. Voglio essere un esempio». Per decenni ha taciuto per vergogna, trovando il coraggio di parlare solo dopo i 40 anni.
Diceva sempre ciò che pensava, attirando applausi o critiche. La sua autenticità lo rendeva popolare, ma lo portava anche a errori: dal calcio di kung-fu alle gaffe online, fino alla sua lotta contro il razzismo. Sempre impulsivo, emotivo e intransigente.
Non sarà forse l’eroe che il calcio auspicava, ma di certo resterà indimenticabile.
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