Caporalato nel cantiere per i cassoni della nuova diga: otto persone in carcere

Genova. Scoppia il caso presunto caporalato nel cantiere di Vado Ligure, a Savona, destinato alla costruzione dei cassoni della nuova diga di Genova.
I carabinieri di Savona, con il supporto dei militari delle province di Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Ferrara, Genova e Messina e dei Nuclei ispettorato lavoro di Genova e Brescia, su disposizione della procura di Savona stanno eseguendo dall’alba di venerdì un’ordinanza di applicazione di misure cautelari in carcere nei confronti di otto persone e una misura di ‘controllo giudiziario’ di due società, una di Brescia e una di Genova, oltre al sequestro preventivo finalizzato alla confisca di 277mila euro nei confronti della società bresciana.
Le due società sono la JH Costruzioni Srl di Brescia e la RBB Solution Srl di Genova: la prima avrebbe fornito alla secona i lavoratori come manodopera nel cantiere del porto di Vado Ligure.
Caporalato nel cantiere per la nuova diga: come è partita l’inchiesta
Al centro dell’inchiesta un intervento effettuato a maggio 2025 da una pattuglia del comando provinciale dei carabinieri di Savona nel cantiere. Alcuni lavoratori di nazionalità indiana avevano chiesto l’intervento dei militari poiché erano stati cacciati dal posto di lavoro, allontanati dall’area di cantiere e chiusi fuori dall’alloggio che occupavano a seguito del loro rifiuto di cedere una parte del proprio stipendio ai referenti delle due ditte che li avevano reclutati, che pretendevano anche una quota per i dispositivi di protezione individuale e per il canone di affitto dell’alloggio intestato alla società.
Ai primi lavoratori si sono poi aggiunti altri colleghi, 42 in totale, che hanno denunciato situazioni simili. In particolare sarebbero stati i referenti della società JH Costruzioni S.r.l. di Brescia, di origine indiane e pakistane, a reclutare manodopera tra i loro connazionali, tutti incapaci di esprimersi e comprendere la lingua italiana, totalmente privi di mezzi e appena giunti sul territorio nazionale, sia tramite i “Decreti Flussi” che in modo clandestino (in genere attraverso la rotta balcanica), in condizioni di grave povertà e di assoluta necessità; gli immigrati sarebbero stati quindi destinati al lavoro presso terzi.
I lavoratori stranieri, infatti, non potevano rifiutarsi, essendosi gravemente indebitati a causa delle somme versate per il viaggio e il visto di ingresso in Italia (tra i 12.000 e 15.000 euro), generalmente per un lavoro che nella maggioranza dei casi al loro arrivo risultava inesistente, dovendo provvedere al mantenimento economico delle proprie famiglie nei loro paesi.
Lavoratori privi di formazione pagati 5 o 7 euro l’ora
Dalle deposizioni raccolte è emerso che i titolari della società JH di Brescia avrebbero preso in affitto appartamenti nei pressi del cantiere dove fornivano manodopera in subappalto, facendovi alloggiare lavoratori in soprannumero (anche 30 persone per appartamento), alcuni con un unico bagno, unica cucina, in condizioni insalubri. I lavoratori erano anche privi di adeguata formazione: in molti casi sarebbero stati muniti di falsa documentazione sulla formazione in materia di sicurezza dei “lavoratori ad Alto Rischio”, rilasciata da alcune società compiacenti del bresciano. In altri casi sarebbero stati muniti di badge intestati ad altri stranieri “regolari” per farli accedere nelle aree dei cantieri, imponendogli di memorizzare nome e data di nascita indicati sui “pass” per superare eventuali controlli.
Diversi lavoratori hanno confermato che, pur risultando ufficialmente dipendenti e retribuiti dalle due società, dovevano restituire in contanti tra il 40 e 60% del loro stipendio ai connazionali, che gli riconoscevano al massimo 5 o 7 euro all’ora, per circa 140 – 250 ore di lavoro al mese; se si rifiutavano rischiavano il licenziamento, di essere privati dell’abitazione e abbandonati sul territorio. A ciò si aggiungeva il timore di eventuali ritorsioni verso i familiari in India.
Al temine delle indagini il gip ha emesso un’ordinanza con cui ha disposto la custodia cautelare in carcere per sette cittadini indiani e un cittadino pakistano, tutti tra i 28 e 50 anni, domiciliati nelle provincie di Bergamo, Brescia, Barletta-Andria-Trani e Messina. Si tratta di responsabili e dipendenti delle due società, e sono tutti accusati di concorso continuato nel reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Il giudice ha disposto come detto anche il controllo giudiziario delle società di Brescia e di Genova per cui i lavoratori avevano lavorato nel cantiere del porto di Vado Ligure e in altri cantieri sul territorio nazionale.
Cinque persone sono indagate in stato di libertà: si tratta di due responsabili della società genovese, due persone di un’altra ditta bresciana, responsabile dell’emissione di falsi certificati di formazione sulla sicurezza dei lavoratori ad alto rischio, e di un collaboratore indiano delle due società in controllo giudiziario.
Il Pd: “Una situazione gravissima“
“L’inchiesta della magistratura sul cantiere dei cassoni della nuova diga di Genova, con otto arresti per caporalato e il controllo giudiziario di due società, fotografa una situazione gravissima. È inaccettabile che un’opera pubblica di questa importanza finisca al centro di vicende di sfruttamento del lavoro di questa portata”.
Questo il commento del consigliere regionale del Pd Simone D’Angelo, che ha definito la gestione della nuova diga “fuori controllo. I costi sono già esplosi e, di questo passo, è difficile immaginare che l’opera non arrivi a sfiorare o addirittura superare i 2 miliardi di euro, scaricando sui cittadini il prezzo di una gestione che continua a sollevare interrogativi. Non solo. Il presidente-commissario Bucci ha ammesso che si sta procedendo per tentativi e che non è stato possibile ottenere risultati dai campi prova a 50 metri, rinviando la certezza sulla stabilità dell’opera al momento del collaudo. Oggi, oltre alle incertezze tecniche, emerge anche un quadro drammatico sul fronte della legalità e delle condizioni di lavoro”.
“Al posto di trincerarsi dietro la consueta arroganza, Bucci venga immediatamente a riferire in commissione – conclude D’Angelo – Deve spiegare cosa sta accadendo, quali controlli siano stati effettuati, come sia stato possibile arrivare a una situazione così grave e quali iniziative intenda assumere per garantire legalità, sicurezza e trasparenza. Un’opera strategica non può essere ricordata per costi fuori controllo, incertezze progettuali e inchieste per caporalato. La Liguria merita risposte immediate. Se Bucci non è più in grado di garantire il controllo dell’opera e la trasparenza della sua gestione, abbia il coraggio di prenderne atto e si faccia da parte”, così il cosnigliere regioanle PD Simone D’Angelo commentando quanto emerso dal controllo sulla diga”.
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