Caporalato nella moda: per Confintesa la qualità della filiera va certificata non autodichiarata

20 Luglio 2026 - 20:20
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Francesco Prudenzano, segretario nazionale Confintesa
Francesco Prudenzano, segretario nazionale Confintesa Credits: Confintesa

Verifiche indipendenti del contratto applicato nei subappalti: secondo Confintesa questa soluzione potrebbe rappresentare un passo avanti nell'arginare i casi di caporalato nella moda.

Sulla recente inchiesta della Procura di Milano che ha acceso un faro sulle filiere di grandi marchi della moda, "con oltre 200 lavoratori trovati in condizioni di sfruttamento nelle aziende dei subappalti, Confintesa chiede un salto di responsabilità lungo tutta la catena", si legge in una nota del sindacato nato nel 2003.

"Un prodotto può valere migliaia di euro e nascere dal lavoro di chi è pagato pochi euro l'ora, sotto il contratto applicabile: è la contraddizione che le inchieste stanno portando alla luce", ha sottolineato il segretario generale di Confintesa, Francesco Prudenzano. "I controlli interni delle aziende non bastano: sono un'autocertificazione. Serve una verifica indipendente del contratto realmente applicato nei subappalti. La paga al ribasso rispetto al Ccnl non è un risparmio: la Cassazione lo qualifica come caporalato".

Per Confintesa la strada è la certificazione pubblica dei contratti collettivi lungo la filiera, oggetto della proposta di legge che è depositata in Parlamento e al Cnel: il marchio garantisce la qualità del prodotto, ma non quella del lavoro che lo produce. È quel vuoto che va colmato, conclude il sindacato.

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