Cento volontari a 2mila metri: così il rifugio diventa bene comune

06 Agosto 2026 - 15:30
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Cento volontari a 2mila metri: così il rifugio diventa bene comune

Chi l’ha detto che in alta quota non si può fare comunità? La storia del Rifugio Galassi, nelle montagne del Cadore, in Veneto, dimostra non solo che è possibile, ma che può essere la chiave di un modello di gestione vincente. La struttura dal 1970 è autogestita dai volontari della sede di Mestre del Club alpino italiano – Cai. Da fine giugno a settembre oltre un centinaio di soci – in squadre da 10 o 12 persone – si alternano gratuitamente in turni settimanali nelle attività di cucina, bar, attività varie, investendo una parte delle loro vacanze per lavorare insieme per il bene comune.

«Il Cai è subentrato quando la famiglia Moretti, che gestiva il rifugio, ha deciso di ritirarsi perché la struttura era troppo grande per un solo nucleo», racconta Marco Tramontini, presidente della sezione di Mestre dell’associazione. «Ci siamo trovati di fronte a una scelta: chiudere o inventarsi qualcosa per tenere aperto. Così da più di 50 anni il Galassi è autogestito».

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Chi l’ha provato, descrive il volontariato nella struttura come un’esperienza estremamente gratificante, dal punto di vista morale e sociale: un percorso condiviso, una missione comune per prendersi cura dei luoghi, della comunità e della montagna. Perché un rifugio non è un albergo: è un presidio culturale e ambientale, una sentinella sul territorio e un crocevia di storie e destini. In particolare, questo è l’unico sulla strada per il Monte Antelao: è una tappa obbligata per chi sale verso la cima, se non per il pernottamento, almeno per un caffè o per chiedere informazioni.

«I legami che si formano sono autentici e duraturi», continua il presidente. «Alcuni di coloro che arrivano per un’escursione poi ci scrivono per diventare volontari. E chi viene un anno, spesso poi torna. Si creano amicizie e rapporti: anche chi non conosce nessuno all’arrivo, in poco tempo lega con la squadra con cui passa il tempo, lavora, si impegna». Il passaggio delle consegne, poi, diventa un importante momento di incontro: ci si relaziona, si scambiano informazioni. «La socialità è fondamentale per noi», spiega Tramontini. «Organizziamo delle riunioni preliminari, proprio con lo scopo di far gruppo e alla fine dell’anno c’è una cena a cui partecipano tutti i volontari».

Il Rifugio Galassi di notte.

Un valore aggiunto, quando si frequenta il rifugio Galassi, è che tutto quello che si spende al suo interno non serve a far profitto, ma viene reinvestito nella struttura e nell’ambiente che la circonda. «Una parte del ricavato copre i costi vivi, un’altra parte la utilizziamo ogni anno per fare aggiornamenti e miglioramenti», conclude il presidente. «Ultimamente stiamo lavorando molto sull’efficienza energetica e sull’impatto ambientale; abbiamo installato un potabilizzatore dell’acqua per ridurre le bottiglie di plastica, più un sistema di recupero di quella piovana e una coclea di smaltimento dei reflui per rilasciare sul territorio liquidi puliti. Abbiamo anche i pannelli fotovoltaici. Insomma, cerchiamo di renderci sempre più indipendenti». 

La recensione

33 anni, graphic designer di Mestre, Enrico Favaro ricorda perfettamente la prima sera in cui ha cenato al rifugio: «Eravamo un gruppo di una ventina di ragazzi e siamo stati serviti da giovani come noi, è stato piacevole incontrarli. Poi ci sono stati giochi, partite a carte. Imperdibile l’esperienza delle camerate, da condividere sia con i tuoi amici, sia con le altre persone con cui ti ritrovi: ho visto tante persone scoprire passioni in comune e organizzarsi per fare altro insieme. Il rifugio ha servizi quasi da hotel ed è facile da raggiungere anche per famiglie, bambini piccoli e anziani: ma allo stesso tempo ti permette di stare a contatto con la natura e con gli animali».

In apertura, alcuni dei volontari del Rifugio Galassi

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