Chi custodisce chi custodisce?
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La prevenzione come diritto esigibile nell’Antropocene digitale
C’è una domanda che mi accompagna da anni, e che il nuovo volume dal titolo “Prevenzione 5.0 — Ecologia della cura nell’Antropocene digitale”, in stampa nella Collana Stamen ha finalmente reso esplicita: chi si prende cura della salute di chi si prende cura del bene pubblico?
La pubblica amministrazione italiana è il più grande datore di lavoro del Paese. Circa tre milioni e trecentomila persone — insegnanti, archivisti, medici di guardia, funzionari ministeriali, bibliotecari, tecnici dei comuni, dirigenti delle aziende sanitarie — ogni giorno attraversano una soglia e si mettono al servizio della collettività. Eppure, quando si parla di prevenzione nella PA, si pensa quasi sempre a un DVR da compilare, a un corso obbligatorio da certificare, a una procedura da archiviare. Si pensa, cioè, a un adempimento. Raramente si pensa a un diritto.
Custodire la vita. Prevenzione, diritti e nuove vulnerabilità nell’Antropocene digitale — il quinto volume della Collana Stamen DiCultHer — nasce precisamente per cambiare questa prospettiva.
Il paradosso che vogliamo nominare
La Costituzione italiana è limpida. L’articolo 32 afferma che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. L’articolo 41 stabilisce che l’iniziativa economica privata — e per estensione ogni organizzazione del lavoro — non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. L’articolo 4 sancisce il diritto al lavoro come condizione di piena partecipazione alla vita democratica. La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, all’articolo 31, è altrettanto netta: ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose.
Questi diritti esistono. Sono in vigore. Sono invocabili.
Eppure, nella pratica quotidiana di un ufficio pubblico — nella gestione di un plesso scolastico, di una biblioteca civica, di un museo statale, di uno sportello anagrafico — raramente vengono vissuti come tali. Vengono vissuti, al più, come vincoli procedurali. Il dirigente firma il documento di valutazione dei rischi perché deve farlo. Il responsabile della sicurezza organizza il corso antincendio perché il calendario lo prevede. Nessuno, o quasi, si chiede: questo lavoratore sta davvero bene? Questo ambiente lo protegge o lo logora?
Il paradosso è profondo: la PA, che è istituzione garante dei diritti dei cittadini, fatica a garantire i propri diritti ai propri lavoratori.
Cosa cambia quando la prevenzione diventa un diritto
Il passaggio da adempimento a diritto non è retorico. È pratico, e le conseguenze sono concrete.
Quando la prevenzione è un adempimento, la domanda che si pone il dirigente è: ho fatto tutto ciò che la norma richiede? Quando la prevenzione è un diritto, la domanda diventa: le persone che lavorano con me stanno bene? Le sto custodendo abbastanza?
Questa seconda domanda apre un orizzonte completamente diverso. Interroga la qualità dei rapporti organizzativi, il carico cognitivo, i tempi del lavoro, la dignità delle relazioni, la coerenza tra missione istituzionale e condizioni reali di lavoro. Interroga, in una parola, la cultura.
Nel volume abbiamo cercato di esplorare proprio questo: cosa significa esercitare la prevenzione come atto culturale, prima ancora che come obbligo normativo. E lo abbiamo fatto partendo dai luoghi concreti in cui la PA abita il territorio — le scuole, le biblioteche, i musei, gli archivi, gli uffici pubblici — perché sono lì che si può vedere più chiaramente la distanza tra il diritto scritto e il diritto vissuto.
Le nuove vulnerabilità che nessuno ha ancora nominato
C’è poi una dimensione nuova, di cui abbiamo più volte accennato in questo spazio di discussione, che l’Antropocene digitale ha introdotto e che i manuali di sicurezza tradizionali ancora faticano a cogliere: le vulnerabilità cognitive, algoritmiche, relazionali.
Un funzionario che lavora sotto la pressione continua delle notifiche digitali, degli algoritmi di prioritizzazione delle pratiche, dei sistemi di monitoraggio automatizzato delle performance, è esposto a forme di stress che non esistevano vent’anni fa. Un insegnante che gestisce simultaneamente la classe in presenza e il registro elettronico e la piattaforma didattica e il gruppo di messaggistica con i genitori, vive una frammentazione dell’attenzione che produce esaurimento cognitivo reale, misurabile, documentabile. Un bibliotecario che deve rispondere ai criteri di un sistema di valutazione quantitativa delle performance in un lavoro che è per sua natura relazionale e qualitativo sperimenta una dissonanza identitaria che può diventare fonte di malessere organizzativo.
Queste non sono fragilità individuali. Sono vulnerabilità sistemiche, prodotte da scelte organizzative e tecnologiche. E come tali, devono essere oggetto di prevenzione.
La questione dell’algoretica — l’etica nella progettazione e nell’uso degli algoritmi che orientano il lavoro pubblico — non è una questione per filosofi o per informatici. È una questione di salute organizzativa. È una questione che appartiene ai dirigenti della PA, ai responsabili della formazione, ai funzionari HR, a chiunque abbia responsabilità di cura verso i propri collaboratori.
Come scrive il volume, in uno dei passaggi che più mi è caro: “Custodire la vita non è un gesto straordinario. È il gesto più ordinario e più esigente che una comunità possa compiere verso sé stessa.”
ForumPA 2026 come soglia
Questo libro va in stampa in un momento che non è casuale. ForumPA 2026 — che si tiene a Roma dal 9 all’11 giugno, alla Nuvola dell’EUR — è l’occasione in cui la pubblica amministrazione italiana fa il punto su sé stessa dopo anni di trasformazione accelerata: il PNRR, la digitalizzazione, il rinnovo generazionale, la sfida del lavoro agile, il rapporto con una cittadinanza sempre più esigente e sempre meno paziente. Il Volume, verrà presentato durante il primo Congresso DiCultHer ad ottobre 2026.
In questo contesto, la cultura della prevenzione non è un tema secondario. È un’infrastruttura civile. Senza lavoratori pubblici in salute — fisicamente, cognitivamente, relazionalmente — nessuna riforma regge. Nessun piano di trasformazione produce i risultati attesi. La PA non è una macchina: è una comunità di persone. E le comunità si tengono solo se ci si prende cura di chi le abita.
Un invito alla riflessione collettiva
Non chiudo questo articolo invitando a leggere un libro quando uscirà. Chiudo invitando a una domanda.
Se lavorate nella pubblica amministrazione — se dirigete un ufficio, se coordinate un team, se siete responsabili della sicurezza di un plesso scolastico o di un archivio storico — chiedetevi: nella mia organizzazione, la prevenzione è un diritto che le persone esercitano, o è una procedura che qualcuno sbriga?
La risposta a quella domanda è già, di per sé, un atto di cura.
La PA italiana ha la possibilità — e forse il dovere — di diventare il laboratorio in cui si costruisce una nuova cultura della cura del lavoro pubblico. Non per obbligo normativo. Per vocazione civile. Per quella Magnifica Humanitas di Papa Leone, che è, in fondo, il senso più profondo del servizio pubblico.
Custodire la vita. Non è un titolo. È un programma.
Carmine Marinucci, ex Dirigente è fondatore e presidente di DiCultHer (Digital Culture Heritage), associazione nazionale che dal 2015 promuove la cultura digitale del patrimonio, i diritti digitali e le competenze civiche nei sistemi educativi e nelle istituzioni culturali. Direttore della Rivista “Culture Digitali”, Dirige la Collana Stamen, dedicata alla ricerca applicata sui temi dell’umanesimo digitale, della sostenibilità e dei diritti fondamentali nell’era dell’Antropocene digitale.
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