Conte vuole un referendum sull’Ucraina e Schlein vuole lavarsene le mani

05 Agosto 2026 - 06:10
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Conte vuole un referendum sull’Ucraina e Schlein vuole lavarsene le mani

Elly Schlein e Giuseppe Conte durante la maratona oratoria organizzata dalla Cgil a sostegno della partecipazione popolare ai referendum, Roma, Lunedì 19 Maggio 2025 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Elly Schlein and Giuseppe Conte during the oratory marathon organized by the Cgil union in support of popular participation in the referendums, Rome, Monday, May 19, 2025 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Nel fine settimana, Giuseppe Conte non solo ha spiegato di voler fare delle primarie una sorta di referendum sul ritiro del sostegno militare al governo di Kyjiv, ma ha aggravato la minaccia alle sparute retroguardie pro-ucraine del Campo Largo, precisando che la postura anti-bellicista fa parte dei «punti non negoziabili» dell’alleanza, su cui tutti, per amore o per forza, saranno tenuti ad accordarsi.

Come era prevedibile, i capi di Alleanza Verdi-Sinistra, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni gli sono andati dietro: primarie o non primarie, basta armi. Meno prevedibilmente, ma non così a sorpresa, Matteo Renzi ha accettato la sfida ma ha finto di non sentire la minaccia, e quindi si è detto pronto a sfidare alle primarie Conte con una posizione filoucraina, ma anche a rimettersi al parere degli elettori e ad accettare il responso dei gazebo. Insomma, facciamo decidere al popolo se vuole salvare Barabba o Gesù e tifiamo per Gesù, ma se il popolo vuole altrimenti ce ne laviamo le mani.

D’altra parte, come ha scritto Christian Rocca, è insensato ritenere accettabile, anzi provvidenziale, la presenza di Conte in coalizione e poi pretendere che alle primarie non dica e faccia quel che gli pare e come gli pare e non provi a imporre la propria linea, sull’Ucraina e su tutto il resto.

Davanti alla sfida e alla minaccia di Conte, Elly Schlein ha sfoggiato una risposta di sofisticato doroteismo dadaista: prima delle primarie facciamo il programma e comunque non dividiamoci sulle cose che ci dividono, ma uniamoci su quelle che ci uniscono, come il congedo paritario.

Con tutta la buona volontà, è difficile leggere nelle parole di Schlein uno stop a Conte. È più facile intravedervi in trasparenza il tentativo di impacchettare in altra confezione il lodo Ponzio Pilato propostogli da Renzi. In pratica, si toglie formalmente l’Ucraina dal tavolo delle primarie e si accetta la sostanza del ricatto pacifista con uno di quei chilometrici documenti programmatici made in Nazareno che dicono tutto e niente e si possono tirare di qua e di là, perché ciascuno possa dire di avere portato a casa quanto richiesto e dovuto. Così i “punti non negoziabili” richiesti da Conte e acclamati dalle piazze pacifiste pro Barabba saranno ufficializzati, ma affogati in un mare di parole.

Il risultato, comunque, sarà che il programma del Campo Largo offrirà anche meno garanzie di quello della destra meloniana, visto che sarà sovrapponibile a esso per una parte (no all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, nessun impegno per la sua sicurezza, nessun finanziamento al programma di acquisti Purl, nessun aiuto bilaterale aggiuntivo a quella miseria che è stata in passato elargita) e pure peggiorativo per l’altra, con il passaggio dal sostanziale disimpegno degli ultimi quattro anni all’esplicita ostilità alla coalizione europea dei volenterosi, che ha impedito all’Ucraina di essere presa per freddo e per fame, come Donald Trump aveva promesso a Vladimir Putin.

Schlein si deve barcamenare, perché sa che, se andasse senza precauzioni dove la porta il cuore, cioè a dare ragione a Conte, potrebbe scoprirsi sul fronte riformista e rendere ancora più temibile di quanto non sia il rischio di un deflusso elettorale verso il centro europeista di Carlo Calenda e Pina Picierno e dei gruppi che stanno cercando di rafforzare il fronte anti-bipopulista, facendo a ragione proprio dell’Ucraina la pietra dello scandalo di una coalizione nominalmente antifascista e negligente, quando non complice, verso la principale centrale del fascismo globale, la Russia di Putin.

Per la leader del Partito democratico, il problema non è come impedire a Conte di avere ciò che vuole, ma come fare a darglielo senza perdere pezzi di partito e elettorato e senza favorire il suo concorrente alle primarie.

Al di là di queste preoccupazioni tattiche, che la portano a una propaganda modulare e su misura, per non scontentare nessuno, è fin troppo chiaro che per Schlein l’Ucraina non è la sineddoche della libertà e della sicurezza europea, e quindi il suo sacrificio non è un prezzo così esoso per quel feticcio di unità progressista, che potrebbe spalancarle le porte di Palazzo Chigi.

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