Contro il Melonellum la sinistra riscopre il piffero dell’allarme democratico

02 Luglio 2026 - 05:35
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Contro il Melonellum la sinistra riscopre il piffero dell’allarme democratico

Noo, il comitato nooo, parafrasando «il dibattito no» di “Io sono un autarchico”. Il fatto è che «un sudatissimo Gherardo Colombo» (così Conchita Sannino su Repubblica) ha proposto di creare «comitati per il no alla legge elettorale». L’ex pubblico ministero del pool Mani pulite lo ha suggerito parlando in un’accaldatissima assemblea del partito unico Pd-M5s-Avs, che si è svolta due giorni fa a Roma con centosessanta costituzionalisti (accidenti!) e vari attori, giornalisti, conduttori televisivi, politici, ex politici in cerca di grandi ritorni, e c’erano pure i leader Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, più Riccardo Magi e vari aspiranti ministri e sottosegretari.

Un PalaSharp formato bonsai, per chi ricorda la funambolica adunata del 2011 in quel palazzo dello sport di Milano, quando gli incantatori del ceto medio riflessivo, a partire dal compianto Paul Ginsborg, celebrarono il loro processo politico a Silvio Berlusconi, chiedendone a gran voce le dimissioni. Fu una manifestazione di massa, a differenza di quella di due giorni fa, dove la borghesia di sinistra romano-milanese elevò la sua ultima grande messa cantata, rinnovando l’animo bellicoso delle radiose giornate dei Girotondi (ma Nanni Moretti se n’era andato da tempo, e pure Sergio Cofferati, che, dopo i fasti del Circo Massimo, si era avvitato in un percorso narcisistico e politicamente contraddittorio).

Tra spirito di Piero Gobetti e movenze gruppettare, tra dipietrismo e Roberto Saviano, l’aria era intrisa di eticità, tonnellate di eticità scaricate contro il satrapo che stava a Palazzo Chigi, mentre veniva fuori tutta la soap delle Olgettine e dintorni. Il PalaSharp ribolliva anche contro la debolezza di una sinistra che non riusciva a cacciare il Caimano e che, infatti, due anni dopo riportò la mesta «non-vittoria» di Pier Luigi Bersani.

Ebbene, Schlein non se la fa dire dai gobettiani di oggi, e imbraccia lei il fucile: quindici anni dopo, la sinistra è ancora lì a suonare il piffero dell’allarme democratico e a battere la grancassa del fascismo alle porte, che è poi il vero collante di una coalizione – ieri l’antiberlusconismo, oggi l’antimelonismo. Su tutto il resto, boh.

In queste ore stanno discutendo su come chiamarsi: ieri Bonelli, correggendo Conte, che aveva proposto Alleanza per la Costituzione e la democrazia, ha osservato che è un nome troppo lungo, dunque meglio Alleanza per la pace e per l’ambiente (Apa). Questo è il livello del dibattito.

È un punto, al di là delle ironie, che va tenuto presente. Il fatto è che, in questa fase, si sta vedendo con chiarezza il limite del campo largo, o come si chiamerà: l’enorme difficoltà a dire qualcosa in positivo. È una squadra, se così la si può benignamente definire, che non sa costruire. A malapena si difende. Con i famosi no. La legge elettorale è brutta? Non si gioca nemmeno, palla in tribuna. O in tribunale, come suggerisce l’avvocato Conte, evocando il ricorso alla Corte costituzionale.

Il Melonellum è diventato la madre di tutte le battaglie: l’anticamera dei pieni poteri alla destra (con ciò confessando di non essere favoriti per la vittoria). Sarà una battaglia parlamentare ostruzionistica all’ultimo sangue. Legittimo. Forse opportuno. Ma i comitati, ecco, i comitati no. Cercate di vincere le elezioni con qualche idea, piuttosto.

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