Il mondo non è più quello di prima, e Alba Parietti l’aveva capito meglio di tutti

02 Luglio 2026 - 05:35
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Il mondo non è più quello di prima, e Alba Parietti l’aveva capito meglio di tutti

C’è un interrogativo che ci si pone a ogni scandaletto da tre quarti d’ora nel mondo culturale, dove gli scandaletti da tre quarti d’ora sono sempre roba di Tizio ha mandato foto del suo arnese a Caia, Sempronio ha promesso gloria editoriale in cambio di accesso alle mutande a Tizia, Caio ha detto cose poco opportune a Sempronia (o di Sempronia).

In quest’ultima fattispecie di reato morale post-2017 rientrerebbe il caso Mari, l’esito del quale si apprenderà tra una settimana, l’esito del quale non è solo l’esito che può assegnare o no a un venerato maestro il più famoso premio letterario italiano e fare o no rifiatare i bilanci Einaudi, ma è anche un precedente.

Se aver detto che Michela Murgia era brutta ti può far perdere uno Strega praticamente già vinto, allora dall’anno dopo vale tutto. Diventa come la presidenza degli Stati Uniti, alla quale George Clooney una volta rispose che non si sarebbe mai candidato perché ne aveva combinate troppe nella sua vita privata e non voleva che qualcuno indagasse.

Solo che quello è un universo di demenza puritana nel quale a nessuno pare strano che la tua fedina morale pesi quanto le tue azioni o le tue parole pubbliche. Noialtri, se ci mettiamo a far la morale agli scrittori, sappiamo come va a finire: che dall’anno dopo vincono gli scarsissimi come autori ma abbastanza furbi da non aver mai dato modo a nessuno di screenshottare un loro «ammazza che cessa quella, non le darei manco l’arnese tuo».

L’interrogativo, dicevo. Più o meno fa così: ma è cretino? Meno sintetico: ma non lo sa che il mondo non è più quello di prima, che adesso devi stare attento a non cascare in un catalogo di ricatti – il ricatto del solo-alle-donne, il ricatto del dei-morti-non-si-parla-male, il ricatto del patriarcato – e che se sei con mezza dozzina di persone non parli come avresti parlato negli anni Novanta neanche se sei a cena con sei amici, figuriamoci con quattro rivali sul turpe furgone diretto a Bisceglie?

Nel 1995, Art Linson produce “Heat” e sposa Fiona Lewis, un’attrice inglese quarantanovenne. I due vanno al festival di Venezia, e si trovano a una cena da Giovanni Volpi di Misurata. Dove Fiona, che è un’adulta con spirito d’osservazione, individua immediatamente il fattore di ridicolaggine della mondanità italiana.

Compila una mezza paginetta nel “Talk of the town”, la rubrica pettegola del “New Yorker”, su una tizia della quale fa dire, a un’ospite americana, «Naturalmente in Inghilterra o in America a nessuna con quell’aspetto potrebbe mai venire affidato un ruolo serio in tv». L’oggetto delle osservazioni era Alba Parietti, ma questo è un dettaglio irrilevante.

Quello che è interessante chiedersi è: trenta e spicci anni dopo, si potrebbe mai dire una frase del genere senza venire crocifissi in sala mensa? Non solo perché l’aspetto mignotteggiante ormai ce l’hanno tutte, dalla moglie di Jeff Bezos in su. Ma perché la sindrome-Monroe, quella che dal 1962 ci costringe a dire che le belle sono intelligenti altrimenti poi muoiono e ci tocca contrirci per averle sottovalutate, si è aggravata.

All’epoca era solo il conte Volpi che, con la cortesia del padrone di casa, diceva alla Lewis che la Parietti era «veramente molto intelligente». Adesso è tutt’un affannarsi a considerare intellettuali quelle che si accendono la telecamera del telefono in faccia, un gesto rispetto al quale accavallare le gambe in tv è una glossa alla “Critica della ragion pura”.

Martedì c’era un’intervista alla Parietti, sul Corriere, nella quale lei faceva ciò che fa da trenta e spicci anni delle interviste: esponeva senza contraddittorio un catalogo di sue rilevanze immaginarie. Nel farlo, parlava di quell’articolo della Lewis come in quegli stessi anni una si sarebbe potuta vantare di stare sulla copertina dell’Hollywood Issue di Vanity Fair: significa che sei un pezzo grosso, diamine.

Il fatto è che Alba Parietti aveva capito prima di tutti la deriva dell’occidente satollo e analfabetizzato. Aveva capito che nessuno legge niente, che nessuno sa niente, che si può dire qualunque enormità senza venire contraddette e che quel che resta è ciò che è abbastanza suggestivo e semplificato da divenire slogan: il New Yorker ha scritto che sono una stella tra le stelle.

La settimana scorsa una giornalista culturale è andata in tv e ha detto che bastava guardare gli ultimi dati di vendita dei libri per sapere che della polemica sullo Strega non importa niente a nessuno, sapete di cosa importa agli italiani?, di Vannacci, il cui primo libro infatti questa settimana è tornato in gran spolvero e ha venduto più di Mari. Quella settimana i dati Gfk davano Mari trentatreesimo, nella classifica generale, con 2323 copie, e Vannacci duecentoseiesimo con 682 copie. Poiché nessuno sa niente, è scattato in quel dibattito televisivo il lodo-Parietti: nessuno ha detto alla signora «ma chi, ma cosa».

Nella società dello spararla grossa, un’arte in cui Michela Murgia eccelleva, pare inaccettabile che solo il povero Mari venga punito per aver detto delle cose a caso, per una sparata che qualunque altro scrittore avrebbe fatto in un talk-show facendosi per ciò pagare un gettone, e che lui invece ha fatto l’errore di riservare al sudato, angusto, noiosissimo furgone di Bisceglie.

Poteva essere il talk of the town per il suo presunto flirt con la più belloccia delle finaliste, e invece ora lo è per aver parlato male della morta. Poteva accontentarsi del momento di gloria: hai settant’anni, sei considerato il migliore scrittore italiano vivente, stai per vincere il premio che farà di te uno scrittore anche venduto, flirti con la più carina della gita scolastica. Ci sono le premesse perché tu sia molto di buonumore, e intento solo a guardarti allo specchio e compiacerti della tua incontrovertibile fighezza. E invece.

Quelli che parlano in psicologese direbbero che è autosabotaggio, che voleva rovinarsi il sentiero per la gloria. Io dico invece che è stato un gesto di generosità: ci ha voluto regalare settimane in cui chiederci se allora adesso il ceto medio complessato lo punirà, gli negherà il voto, farà vincere Matteo Nucci (arrivato secondo nello scrutinio che ha portato alla cinquina).

Se Michele Mari sarà la Rosella Postorino di quest’anno, tre anni fa uscita prima dallo scrutinio della cinquina, ma poi privata d’uno Strega praticamente già suo perché morì Ada D’Adamo, e vuoi non far vincere la morta? In fondo questa volta è uguale: se Michela Murgia non fosse morta, il suo potere di trazione della polemica non sarebbe altrettanto forte.

Comunque vada, dopo decenni a chiederci come fosse possibile che dal tour dello Strega non uscisse mai un grande romanzo, tutti questi scrittori che per settimane si odiano e si fingono amici e nessuno che ne cavi un capolavoro, quando non ci speravamo più è arrivato Michele Mari, e ha trasformato le settimane prima dello scrutinio finale in ciò che Truman Capote diceva fosse la letteratura: pettegolezzo. Alba Parietti non avrebbe saputo fare di meglio.

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