Dal Po in secca ai grandi laghi in sofferenza idrica, le proposte di Legambiente a governo e regioni del bacino padano

Il fiume Po è sempre più in secca, insieme a lui anche i principali laghi della Penisola, mentre in alta quota gli accumuli nevosi residuali sono pressoché nulli e inferiori alla media. L’Italia, dal canto suo, ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi. A denunciare il “modus operandi” del Paese è Legambiente che lancia un appello al Governo e alla Regioni del bacino padano indirizzando loro otto proposte per una gestione strutturale del bacino del Fiume Po. Qui ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, sia dalle fonti superficiali che dalle acque sotterranee. Di questi, quasi il 75% è destinato agli usi irrigui; la restante parte, proveniente soprattutto dalle acque sotterranee, è per usi industriali e civili.
Legambiente chiede all’esecutivo e agli organi istituzionali regionali più responsabilità e interventi strutturali a partire dall'approvazione definitiva del dpr sul riutilizzo delle acque reflue per combattere la siccità in agricoltura e dallo stanziamento delle risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici. Accanto a questi due interventi, è inoltre importante la piena integrazione dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici previsti dalla Direttiva Quadro Acque e, più in generale, mettere in campo una transizione agroecologica del settore primario (che tenga insieme la revisione degli ordinamenti colturali, la domanda irrigua, le pratiche agricole, valorizzando anche il ruolo dei suoli nella ricarica delle falde), definire una governance unica a livello di bacino per la gestione della risorsa idrica e una strategia che integri infrastrutture (evitando nuove dighe e facilitando la realizzazione di piccoli bacini su scala aziendale), gestione della domanda, Nature Based Solutions. Senza dimenticare quegli interventi che includono risparmio, economia circolare e tutela degli ecosistemi come ridurre le perdite delle reti, il recupero della capacità degli invasi esistenti, il ripristino degli ecosistemi fluviali e la capacità del territorio di trattenere l'acqua per la sua infiltrazione in falda. È importante, inoltre, portare avanti una politica permanente di informazione, monitoraggio, controlli e coinvolgimento di tutti gli utilizzatori della risorsa idrica. Ad oggi per l’associazione ambientalista le ordinanze di limitazione dei consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti e utili nelle situazioni di emergenza, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l'agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle comunità.
Guardando nel dettaglio ai dati raccolti e diffusi da Legambiente, si legge che le cifre che indicano il Po in secca sono sempre più preoccupanti: le portate del fiume sono inferiori ai valori medi climatici dello stesso periodo 1991-2020, con anomalie, per il mese di giugno, che superano il 60% per tutte le stazioni di riferimento. Le peggiori sono Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma anche Pontelagoscuro (-65%), Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%) presentano condizioni critiche. Pontelagoscuro in particolare è sotto i riflettori perché la portata registrata in questa stazione fa da campanello d’allarme all’ingressione dell’acqua del mare nel Delta. Attualmente la portata è di 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il cuneo salino nel Delta. Preoccupa anche la situazione dei grandi laghi della Penisola, che presentano altezze idrometriche inferiori alla media e che sono sempre più sotto pressione anche a causa di inquinamento e attività antropiche, come raccontato da Legambiente nel suo ultimo report “Laghi sotto pressione”. In alta quota intanto accelera la fusione dei ghiacciai: il valore complessivo dello Snow Water Equivalent (SWE, misura quanta acqua è contenuta nella neve accumulata) evidenzia accumuli nevosi residuali pressoché nulli e inferiori alla media, sempre secondo l’osservatorio ADBPO; dunque, le riserve naturali d'acqua immagazzinate nella neve sono ormai esaurite, riducendo il contributo alla fusione estiva che alimenta il Po e i suoi affluenti.
«La crisi climatica avanza e ne dobbiamo tenere conto nella gestione di una risorsa vitale come l’acqua. Il problema – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente - non è solo la scarsità d'acqua, ma il ritardo con cui il Paese sta adattando la gestione della risorsa a un clima ormai profondamente cambiato. Gli strumenti di pianificazione esistono – dai Piani di Gestione delle Acque al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) – ma la loro attuazione procede ancora troppo lentamente rispetto alla rapidità con cui evolve la crisi climatica. Che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici? Nonostante negli ultimi anni si sia investito nell'ammodernamento delle infrastrutture irrigue, anche attraverso interventi di digitalizzazione, telecontrollo, misurazione dei volumi e riduzione delle perdite, sostenuti anche dal PNRR, non abbiamo risolto il problema. È attivato il momento degli interventi strutturali e non delle iniziative spot, occorre fare di più». Continua Ciafani: «L'adattamento non riguarda solo l'efficienza dell'irrigazione, ma il sistema agricolo nel suo complesso. Serve un cambio di paradigma che coinvolga anche la pianificazione degli ordinamenti colturali, la gestione della domanda irrigua, delle pratiche agronomiche e il ripristino delle funzioni naturali del territorio. Non è più sufficiente irrigare in modo più efficiente, ma serve adattare gli orientamenti colturali al nuovo quadro climatico, considerando che le disponibilità idriche per la stagione estiva non potranno mai più essere quelle del passato: se cambia il clima, deve cambiare anche l’agricoltura, che è anche la prima vittima della crisi climatica. Il tutto nella piena consapevolezza che non serve più intervenire quando l’emergenza è in corso, il grosso del lavoro va fatto prima».
Legambiente ricorda, inoltre, che uno dei nodi strutturali della gestione della risorsa nel bacino del Po riguarda il sistema delle concessioni di derivazione, che in molti casi riflette esigenze storiche e dei singoli territori più che una pianificazione integrata a scala di bacino. Molte concessioni risalgono a condizioni climatiche e disponibilità idriche profondamente diverse dalle attuali e non sempre sono state riviste per tenere conto delle reali disponibilità e della necessità di garantire il deflusso ecologico dei fiumi (vincolo ambientale normativo), e dunque gli obiettivi di tutela degli ecosistemi. A conferma della problematicità della questione derivazioni, pesa sull’Italia la procedura d’infrazione (2027/2025) arrivata a gennaio 2026 per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque in quanto la normativa nazionale non prevede la registrazione di tutte le autorizzazioni per il prelievo o l’arginamento delle acque.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)