Dalle face card di Julia Roberts e Winona Ryder all’estetica dei social: quando la bellezza aveva molti volti e non un solo modello
Per capire come – e quanto – sia cambiato il nostro rapporto con l’estetica e la bellezza, basta prendere in mano una rivista di moda degli Anni 90 e sfogliarla lentamente. Ci colpirà immediatamente la varietà di volti che vedremo. Linda Evangelista accanto a Kate Moss, la sensualità mediterranea di Monica Bellucci che convive, nello stesso immaginario collettivo, con l’androginia spigolosa di Kristen McMenamy. Non esisteva un canone: ne esistevano tanti, e si guardavano a vicenda senza sovrapporsi.
Oggi si è diffusa su TikTok un’espressione che negli Anni 90 non esisteva ancora, almeno non con questo significato: face card. È diventata quasi un complimento standardizzato – «her face card never declines», ovvero «con quel viso può ottenere tutto ciò che vuole» – usato per descrivere un volto che funziona, che viene particolarmente bene in foto, che rispetta certe proporzioni ormai categorizzate come “belle”. Zigomi alti, mascella definita, simmetria, pelle levigata.

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Il paradosso, però, è che più il concetto si diffonde, più i volti che lo incarnano iniziano a somigliarsi tra loro. Al giorno d’oggi sembra quasi che la face card, nata forse per celebrare un tratto individuale, sia diventata una specie di certificazione di conformità.
Il fascino delle face card più famose della bellezza Anni 90
Basta pensare alle star che negli Anni 90 consideravamo bellissime per rendersi conto di quanto fossero diverse tra loro. Julia Roberts aveva un sorriso impossibile da non riconoscere, Winona Ryder un viso quasi androgino e grandi occhi scuri, Cameron Diaz giocava tutto sulla luminosità degli occhi e su un’espressione aperta e spontanea.

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Sarah Jessica Parker aveva un naso importante e un viso allungato, ma questo – come dichiarato da lei stessa – non è mai stato un problema. Drew Barrymore un volto morbido e irregolare, Gwyneth Paltrow labbra fini e una mascella più pronunciata, Angelina Jolie labbra e zigomi così caratteristici da diventare il centro stesso della sua bellezza.

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Donne diverse, ma bellissime anche grazie alle loro particolarità. Il naso, la forma degli occhi, la distanza tra le sopracciglia, una bocca sproporzionata rispetto al resto del viso: erano dettagli che non venivano necessariamente corretti o armonizzati, perché erano quelli che rendevano il loro volto immediatamente riconoscibile.
Differentemente da oggi, ciò che sembra è che la bellezza non richiedeva che ogni elemento fosse perfettamente bilanciato: l’asimmetria era apprezzata.
Il concetto di face card nell’era digitale
Ma quello che sembra essere cambiato oggi, più di tutto, è il nostro rapporto con la possibilità stessa di essere unici. Negli Anni 90 l’accesso agli immaginari era limitato, mediato, lento. Si aveva una rivista al mese, un videoclip in un determinato orario su MTV, un film al cinema.
Ogni riferimento estetico arrivava con una certa scarsità, e quella scarsità lasciava spazio: per interpretare, per distorcere, per costruire qualcosa di personale a partire da input necessariamente incompleti.

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Non si poteva replicare esattamente il trucco visto in televisione perché non si poteva mettere in pausa. E neanche ingrandire, salvare o cercare su TikTok ogni dettaglio. L’imitazione era inevitabilmente imperfetta e, paradossalmente, proprio quell’imprecisione lasciava spazio alla creatività e all’originalità.
Oggi invece l’accesso alle risorse è continuo, totale, e soprattutto istantaneo. Ogni tutorial, ogni filtro, ogni «get ready with me» è disponibile in loop, analizzabile al millimetro e replicabile con precisione. Tutto viene mostrato, catalogato e trasformato in un tutorial.
E forse è proprio quando tutti possono attingere agli stessi riferimenti, nello stesso momento e con gli stessi strumenti, che le differenze finiscono per assottigliarsi?
Cos’è cambiato davvero oggi?
Non siamo diventati certamente tutti uguali per natura o genetica, ma perché siamo esposti – in un certo senso anche passivamente – agli stessi modelli. Trent’anni fa, essere diversi non richiedeva necessariamente uno sforzo: bastava esserlo.
Il confronto con gli altri era meno costante, meno immediato, meno quantificato.

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Oggi, invece, preservare un tratto distintivo – un naso non raddrizzato, un sorriso storto, un modo di truccarsi che non segue le regole del momento – può diventare una scelta consapevole. Non perché la diversità sia scomparsa, ma perché siamo sottoposti a un flusso continuo di riferimenti che ci suggerisce, spesso con estrema discrezione, come potremmo “migliorarci”.
Forse allora la domanda giusta è: abbiamo ancora gli strumenti – culturali, prima ancora che estetici – per riconoscere il valore di un volto che non rientra in una categoria già standardizzata? O forse, semplicemente, non ci stiamo più allenando a riconoscerli?

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