Detassazione tredicesima, cosa cambierebbe per i dipendenti pubblici

27 Agosto 2026 - 13:15
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lentepubblica.it

A dicembre, sul cedolino di migliaia di dipendenti pubblici, potrebbe comparire una voce in più. Non uno scatto contrattuale, né un arretrato, ma un risparmio fiscale diretto sulla tredicesima.


È l’ipotesi che il Governo sta valutando in vista della prossima Legge di Bilancio, con l’obiettivo di rafforzare il potere d’acquisto proprio nel mese in cui le famiglie affrontano le spese più alte dell’anno.

Quanto vale il risparmio in busta paga

Per un dipendente pubblico il vantaggio si tradurrebbe in un aumento netto immediato della mensilità di dicembre. Le prime stime collocano il beneficio tra i 100 e i 250 euro, con un’oscillazione legata alla fascia di reddito e alla percentuale di sconto fiscale effettivamente adottata. Non si tratta di un aumento contrattuale né di un bonus una tantum, bensì di una minore trattenuta Irpef su un importo già spettante, che finisce direttamente in busta paga senza passaggi ulteriori.

Perché la tredicesima paga più tasse dello stipendio ordinario

La proposta punta a correggere un’anomalia strutturale del sistema attuale. Le dodici mensilità ordinarie beneficiano delle detrazioni riconosciute al lavoro dipendente, che riducono il peso dell’Irpef. La tredicesima ne resta fuori, perché quelle detrazioni si calcolano soltanto sulle retribuzioni mensili standard, non sulla mensilità aggiuntiva. In pratica, a parità di retribuzione lorda, la tredicesima genera oggi un netto proporzionalmente inferiore rispetto a una mensilità ordinaria, proprio perché non beneficia dello stesso alleggerimento fiscale. Il risultato è un prelievo più pesante proprio sulla mensilità aggiuntiva, quella che dovrebbe invece sostenere le spese di fine anno.

Le due strade allo studio

Per correggere lo squilibrio, l’esecutivo starebbe ragionando su due strumenti, alternativi o complementari tra loro. Il primo consiste in un prelievo sostitutivo ad aliquota agevolata, indicativamente il 15%, riprendendo lo schema già in vigore per premi di produttività e straordinari. Il secondo prevede una franchigia parziale dall’Irpef, applicabile solo a chi non supera una soglia di reddito lordo annuo, fissata in via ipotetica a 28.000 oppure 35.000 euro. La prima opzione, priva di un tetto di reddito esplicito, agirebbe sull’intera platea di chi percepisce la tredicesima. La seconda, legata alla soglia dei 28.000 o 35.000 euro, escluderebbe invece i redditi più alti, concentrando l’intero beneficio sulle fasce medio-basse, in linea con la finalità dichiarata della misura.

Nessun risparmio per le amministrazioni datrici di lavoro

Per la pubblica amministrazione, nel ruolo di datore di lavoro, l’operazione non comporta alcuna riduzione della spesa per il personale. L’ente versa comunque l’intera somma dovuta per contratto e si limita ad applicare, come sostituto d’imposta, l’aliquota fiscale agevolata anziché quella ordinaria. I contributi previdenziali dovuti dal datore restano invece invariati, a presidio degli equilibri dell’Inps. Il vantaggio economico, dunque, si concentra interamente sul lato del lavoratore, senza alcun risparmio per l’amministrazione erogante.

Le coperture

La tenuta della proposta dipende dalla disponibilità di risorse nel quadro complessivo della manovra. Secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, eliminare del tutto la tassazione sulla tredicesima per tutti i lavoratori dipendenti, senza distinzioni di reddito, costerebbe tra 3 e 5 miliardi di euro in termini di minor gettito. Una cifra che si somma a un altro capitolo pesante della stessa manovra, la revisione dell’Irpef, con l’ipotesi di ridurre la seconda aliquota dal 35 al 33% e allargare lo scaglione fino a 60.000 euro di reddito. Un intervento che vale tra 2,5 e 4 miliardi.

Le ipotesi di contenimento della spesa

Per far quadrare i conti, il Ministero dell’Economia e delle Finanze valuterebbe alcune correzioni al ribasso. Un prelievo forfettario al 15% o al 10%, in luogo dell’azzeramento integrale dell’imposta, conterrebbe il costo della misura in una forbice tra 1,5 e 2 miliardi. Un tetto di reddito a 28.000 o 35.000 euro concentrerebbe le risorse sulle fasce retributive più basse, escludendo i redditi più alti. Il coordinamento con la riforma degli scaglioni Irpef ordinari servirebbe infine a evitare sovrapposizioni che finirebbero per ridurre, almeno in parte, l’effetto della detassazione sulla busta paga di dicembre.

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