Libere professioni nell’era delle piattaforme digitali: servono regole su misura
lentepubblica.it
La crescente diffusione delle piattaforme digitali sta introducendo nuove modalità di organizzazione e svolgimento del lavoro, subordinato, autonomo o libero professionale. Per i liberi professionisti, in particolare, le piattaforme digitali possono rappresentare un nuovo canale di accesso al mercato, facilitare l’incontro con i clienti e favorire l’acquisizione di incarichi. Allo stesso tempo, però, gli algoritmi che governano questi strumenti possono incidere sulla visibilità del professionista, sull’assegnazione delle prestazioni e persino sulle relative condizioni economiche.
di Diana Larenza, Ufficio Studi Confprofessioni
La direttiva (UE) 2024/2831 si occupa del miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali ed il suo recepimento in Italia è attualmente all’esame del Parlamento con uno schema di decreto legislativo.
La nuova disciplina rappresenta un passo importante verso una maggiore tutela di chi lavora attraverso le piattaforme. Lo schema appare, tuttavia, maggiormente orientato alle dinamiche del lavoro subordinato e alla corretta qualificazione dei rapporti, pur includendo nel proprio ambito anche il lavoro autonomo. La diffusione delle piattaforme nel mercato dei servizi professionali suggerisce invece l’opportunità di prevedere regole specifiche per i liberi professionisti, che tengano conto delle caratteristiche della prestazione intellettuale.
Autonomia e spazi decisionali
Il primo tema è quello dell’autonomia professionale. Una piattaforma può agevolare l’incontro tra domanda e offerta, ma deve lasciare al professionista gli spazi decisionali che gli sono propri. Tempi, modalità di esecuzione e condizioni della prestazione assumono infatti un significato particolare nelle professioni regolamentate, nelle quali autonomia e indipendenza sono strettamente legate alla responsabilità personale e agli obblighi previsti dall’ordinamento professionale.
Trasparenza degli algoritmi
C’è poi la questione della gestione algoritmica. Un sistema automatizzato può stabilire quali professionisti mostrare per primi, assegnare gli incarichi, influire sulle condizioni economiche o determinare la permanenza sulla piattaforma. Per questo è fondamentale che i criteri utilizzati siano trasparenti e che le decisioni più rilevanti possano essere sottoposte a supervisione e riesame umano.
Competenze contro standardizzazione
Anche il modo in cui viene presentata l’offerta professionale merita attenzione. Se l’algoritmo privilegia soprattutto il prezzo, il rischio è quello di assimilare la prestazione intellettuale a un servizio standardizzato. La scelta di un professionista, invece, si fonda sulle competenze, sulle specializzazioni, sulle qualifiche e sulla capacità di rispondere alle caratteristiche dello specifico incarico. L’utente dovrebbe quindi poter conoscere i criteri utilizzati dalla piattaforma per ordinare e presentare le diverse offerte.
Personalità della prestazione
La tecnologia deve inoltre preservare la personalità della prestazione e il rapporto fiduciario con il cliente. Chi conferisce un incarico professionale sceglie una determinata persona sulla base delle sue competenze e qualificazioni. Anche nel mercato digitale dovrebbe quindi essere sempre chiaro chi svolgerà effettivamente la prestazione e ogni eventuale sostituzione dovrebbe essere resa nota al cliente.
Qualifiche e deontologia
Lo stesso vale per le qualifiche professionali. Quando una piattaforma intermedia attività riservate, deve essere garantito che queste siano svolte da professionisti effettivamente abilitati. Identità, titolo professionale, appartenenza all’Ordine o Collegio e stato dell’iscrizione dovrebbero essere verificabili: il passaggio dall’ambiente tradizionale a quello digitale non può attenuare le garanzie previste dall’ordinamento.
A queste si aggiunge la deontologia. Ogni professione regolamentata ha proprie regole e un proprio sistema di vigilanza e responsabilità disciplinare. Una piattaforma che riunisce professionisti appartenenti a categorie diverse deve quindi essere in grado di rispettarne le differenti specificità.
Il precedente normativo sull’IA
Un precedente interessante esiste già. Con la legge 23 settembre 2025, n. 132, «Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale», adottata nel quadro del Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), il legislatore ha dedicato una disposizione specifica alle professioni intellettuali. L’articolo 13 stabilisce che l’intelligenza artificiale sia utilizzata per attività strumentali e di supporto, salvaguardando la prevalenza del lavoro intellettuale, e prevede obblighi di informazione nei confronti del cliente.
Una tutela specifica nel decreto
Una analoga attenzione sarebbe auspicabile nel decreto legislativo di recepimento della direttiva sul lavoro mediante piattaforme digitali, attraverso una previsione dedicata alle libere professioni. Autonomia, personalità della prestazione, qualifiche e deontologia sono caratteristiche proprie del lavoro professionale che devono trovare una tutela specifica anche quando il rapporto tra professionista e cliente passa attraverso una piattaforma e le sue scelte sono, almeno in parte, affidate a un algoritmo.
The post Libere professioni nell’era delle piattaforme digitali: servono regole su misura appeared first on lentepubblica.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)