Don Lino Zatelli, chi era il prete morto suicida: nell’omelia di Pasqua parlò di Giuda impiccato (video)

Pochi mesi prima di togliersi la vita, don Lino Zatelli il parroco morto a Trento il 12 agosto, aveva parlato del suicidio di Giuda. Lo aveva fatto durante l’omelia di Pasqua, davanti alla sua comunità di San Carlo Borromeo, alla Clarina, dove era parroco da quasi 25 anni. E quelle parole, ancora disponibili on line, hanno suonato come un tragico presagio.
Parole che allora erano una riflessione sulla disperazione, sul perdono e sulla misericordia di Dio. Dopo la morte del sacerdote, trovato senza vita nella canonica mercoledì 12 agosto, assumono inevitabilmente un peso diverso.
«Si dice che Giuda si sia impiccato perché nella sua esistenza ha visto una pietra davanti», aveva detto don Lino. Poi il passaggio più forte: «Non è riuscito a fare quel soprassalto di dire: “Ma lui è la vita mia, mi perdonerà, mi riabbraccerà”». E infine un’immagine sorprendente: «Pensiamo a questo incontro in cielo tra Gesù e Giuda: questa è la vita».
Quelle parole sul suicidio pochi mesi prima della morte
È impossibile sapere cosa attraversasse in quel momento la mente di don Lino e sarebbe arbitrario leggere quell’omelia come un presagio di quanto sarebbe accaduto mesi dopo. La coincidenza, tuttavia, impressiona.
Il sacerdote trentino aveva scelto proprio Giuda per parlare dell’uomo che, travolto dalla disperazione, non riesce più a vedere oltre l’ostacolo che ha davanti. E aveva indicato nel perdono di Cristo l’ultima possibilità, immaginando addirittura l’abbraccio tra Gesù e l’apostolo che lo aveva tradito.
Il tema del suicidio era comparso anche in altre sue riflessioni. Secondo quanto riportato dalla stampa trentina, don Lino aveva affermato in passato che chi si toglie la vita avrebbe già conosciuto il proprio inferno sulla Terra, mostrando una visione fortemente centrata sulla misericordia.
Il trasferimento che don Lino non voleva
La morte del sacerdote ha sconvolto Trento e soprattutto la Clarina. Don Lino aveva 75 anni ed era alla guida di San Carlo dal 2001. Le sue messe richiamavano persone anche da fuori parrocchia: era conosciuto per le omelie dirette, uno stile poco convenzionale e una grande capacità di creare relazioni. A giugno era arrivata però la notizia del nuovo incarico. La Diocesi aveva deciso che sarebbe diventato collaboratore pastorale nella zona Rotaliana-Terre d’Avisio-Paganella, con residenza a Zambana.
Don Lino non aveva nascosto di vivere con sofferenza il distacco dalla Clarina.
«Non ho mai chiesto di andarmene, né dalla Vallarsa, né da Meano, né da qui», aveva detto ai fedeli annunciando la decisione. La comunità aveva persino promosso una petizione per chiedere che rimanesse. Dopo la sua morte, questo elemento ha alimentato polemiche e accuse nei confronti della Curia. Ma non esistono elementi pubblici sufficienti per affermare che il trasferimento sia stato la causa del suicidio: il disagio manifestato per il nuovo incarico e il gesto estremo sono fatti distinti, e stabilire un rapporto causale richiederebbe prove che non sono disponibili.
Lo scrittore Francesco Agnoli: «Non è stato maltrattato»
Nel dibattito è intervenuto anche lo scrittore cattolico Francesco Agnoli, respingendo la rappresentazione di un sacerdote perseguitato dalla Curia. Agnoli sottolinea come don Lino sia rimasto per circa 25 anni nella stessa parrocchia, mentre molti sacerdoti vengono trasferiti più volte e sono chiamati a seguire contemporaneamente diverse comunità.
Secondo Agnoli, dunque, non sarebbe stato «maltrattato», ma al contrario assecondato a lungo. E contesta quella che considera una santificazione postuma utilizzata per attribuire responsabilità al vescovo e alla Diocesi. Sono parole destinate a far discutere, soprattutto in una comunità ancora profondamente colpita dalla morte del sacerdote.
Funerali in forma privata
Di tutt’altro tono il ricordo del vescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi. La Diocesi ha ricordato don Lino come un sacerdote dalla «spiccata dote comunicativa», capace di annunciare il Vangelo «con libertà, creatività e concretezza» e di costruire relazioni profonde nelle comunità nelle quali aveva prestato servizio. «Ora lo affidiamo all’Amore del Padre affinché lo accolga tra le sue braccia», ha scritto Tisi. La famiglia ha scelto funerali privati, senza rendere pubblici luogo, giorno e ora della celebrazione.
Alla Clarina restano il dolore e le domande. E resta quella ultima omelia di Pasqua, che oggi risuona in modo inevitabilmente diverso. Don Lino parlava di Giuda, del suicidio e di una disperazione che sembra non lasciare vie d’uscita. Ma l’ultima immagine che aveva consegnato ai fedeli non era quella della morte. Era quella di un abbraccio: «Pensiamo a questo incontro in cielo tra Gesù e Giuda: questa è la vita».
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