“Tolga il velo”, alle Poste col niqab le chiedono di mostrare il volto: scattano denuncia dell’utente e choc nel mainstream, ma…

15 Agosto 2026 - 19:35
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“Tolga il velo”, alle Poste col niqab le chiedono di mostrare il volto: scattano denuncia dell’utente e choc nel mainstream, ma…

Alle poste col niqab, scoppia il caso a Gallarate e deflagra sui giornali del mainstream

Va in scena a Gallarate l’ennesima replica della solita sceneggiata del niqab. Esattamente in un ufficio postale del comune della provincia di Varese dove, come nel resto del Paese come noto, sicurezza e rispetto della norme vigenti non sono – e non possono diventare – un’opinione: un ufficio può chiedere alla cliente di mostrare il volto quando deve verificarne l’identità. Ma tant’è: il caso esplode in tutto il suo fulgore di buonismo politicamente corretto (?) e deflagra sulle pagine della stampa progressista, sempre pronta a gridare alla “discriminazione” quando si tratta di difendere usanze e simboli incompatibili con la nostra cultura e con principi e disposizioni assodate. tanto più che l’utente in questione ha presentato denuncia sul caso.

Alle poste col niqab, scoppia il caso a Gallarate e deflagra sui giornali del mainstream

Protagonista della vicenda una giovane cittadina italiana di origini bengalesi entrata alle Poste a volto coperto, indossando il niqab. Invitata dal personale dello sportello a scoprirsi il viso per consentire la necessaria identificazione per le pratiche richieste, la ragazza ha opposto rifiuto, parlando di abuso e discriminazione e montando un caso che Fanpage per primo (ma non solo) ha rilanciato. Immediata allora la replica di Poste Italiane che ha subito provveduto a rimettere i puntini sulle i: nessuna condotta discriminatoria, ma la semplice e doverosa applicazione delle procedure di identificazione previste dalla legge per erogare i servizi.

Un caso di rispetto delle norme, o di integrazione fallita?

Eppure si sa, specie dopo lunghi e intricati dibattiti, in Italia le norme parlano chiaro: accedere ai luoghi pubblici o aperti al pubblico con il volto coperto in modo da rendere difficile il riconoscimento. Eppure, la narrazione della sinistra si arrampica costantemente sulle cavillature giurisprudenziali per tutelare l’imposizione di simboli religiosi oscurantisti, sacrificando sull’altare del politicamente corretto l’incolumità pubblica, la trasparenza e la sicurezza dovute nei pubblici uffici. E allora, alla fine della fiera, viene da dire: crediamo che richiedere che chi entra in un locale pubblico, per di più per effettuare operazioni finanziarie e postali, sia riconoscibile a viso scoperto non è “islamofobia”. Anzi.

Alle poste col niqab, una vicenda che fa discutere

È semplice buonsenso. Rispetto delle regole esteso a tutti (chi indossa passamontagna, caschi o altri oggetti simili, come i cartelli apposti all’entrata dell’ufficio postale testimoniano peraltro). E una clausola a tutela della sicurezza di tutti. Dunque, invece di sollevare pretestuose polemiche mediatiche e ideologiche, e di gridare al razzismo, ci chiediamo: non sarebbe più utile ricordare che l’integrazione vera passa anche dall’accettazione delle leggi del Paese in cui si sceglie di vivere?

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