Donald Trump fra dazi, Meloni e continui cambi di rotta: l’analisi dello psicoanalista Gianpaolo Furgiuele
Ultimatum sui dazi, scontro con Giorgia Meloni, alleati trasformati in avversari: dietro il “fenomeno Trump” c’è solo una strategia politica o qualcosa di più profondo?
Donald Trump è tornato, ancora una volta, al centro della scena internazionale. Negli ultimi giorni il presidente americano ha riaperto il fronte commerciale con l’Europa fissando al 4 luglio l’ultimatum entro cui Bruxelles dovrebbe rispettare gli impegni assunti sull’accordo commerciale, ventilando, in caso contrario, nuovi aumenti dei dazi. Parallelamente ha rilanciato la minaccia di tariffe ancora più pesanti nei confronti dei Paesi che dovessero introdurre imposte sulle grandi aziende tecnologiche statunitensi. Tuttavia, a colpire non sono soltanto le scelte economiche. Da mesi, infatti, alterna annunci, smentite, aperture negoziali e bruschi cambi di posizione, trasformando ogni questione in una partita ad alta tensione. Uno schema, quest’ultimo, che sembra ripetersi perfino nei rapporti personali, considerando la quantità di alleati elogiati fino al giorno prima che diventano all’improvviso bersagli di attacchi pubblici, spesso durissimi e, almeno a prima vista, difficili da spiegare.
È quanto accaduto nelle scorse settimane anche con la nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dopo averla indicata per mesi come una delle interlocutrici europee più vicine alla sua visione politica, l’ha attaccata pubblicamente accusandola, tra le altre cose, di aver addirittura “implorato” una fotografia insieme durante il G7. Una mossa a cui ha fatto seguito la replica altrettanto netta dalla premier, la quale ha definito le dichiarazioni del Presidente USA “completamente inventate” e ha denunciato un atteggiamento sempre più aggressivo non solo nei suoi confronti, ma verso tutti i partner occidentali.

Ed è proprio questa alternanza costante fra consenso e scontro, minacce e aperture, che abbiamo voluto osservare più da vicino insieme a Gianpaolo Furgiuele, psicoanalista e saggista che, dopo aver applicato per anni gli strumenti della psicoanalisi alla lettura della leadership politica contemporanea, ci ha offerto il suo ritratto psicoanalitico del 47esimo occupante dello Studio Ovale.
Narcisismo, conflitto e leadership: l’intervista a Gianpaolo Furgiuele
- Buongiorno Giampaolo e benvenuto fra le pagine di Affari Italiani. Negli ultimi anni ha dedicato ritratti psicologici a leader molto diversi tra loro, da Emmanuel Macron a Jean-Luc Mélenchon, passando per François Bayrou. Com’è nato questo filone di ricerca e quando ha capito che la psicoanalisi poteva offrire una chiave di lettura originale per comprendere la leadership politica contemporanea?
In realtà questo percorso nasce da lontano. Durante il mio dottorato avevo già compreso quanto l’inconscio rappresentasse una dimensione indispensabile per comprendere non solo gli individui, ma anche i fenomeni culturali e sociali. Successivamente ho approfondito questi temi attraverso i miei lavori dedicati agli autori marginali, estremi e ‘maledetti’, cercando di capire come il desiderio, il trauma, la trasgressione e il rapporto con il potere influenzino una traiettoria umana.
Parallelamente mi sono formato nel campo della psicoanalisi lacaniana con alcune allievi di Jacques Lacan. È stato proprio Lacan a mostrare come l’inconscio non riguardi soltanto la vita psichica individuale, ma attraversi anche il linguaggio, i legami sociali e le dinamiche collettive. Questa prospettiva ha profondamente influenzato il mio modo di leggere i fenomeni contemporanei. L’approdo alla leadership politica è stato quindi quasi naturale. Mi sono reso conto che il discorso politico non può essere spiegato soltanto attraverso la sociologia, la storia o la scienza politica. Il mio saggio dedicato a Jean-Luc Mélenchon, che in Francia ha suscitato un bel po’ di dibattito, ha confermato che esiste un forte interesse per questo tipo di approccio.

- Guardando invece a Donald Trump, il 47esimo Presidente degli Stati Uniti sembra essere solito alternare annunci di dazi, aperture al negoziato e nuove minacce, spesso con tempi molto ravvicinati. Dal punto di vista psicoanalitico, questa oscillazione è una strategia comunicativa consapevole o riflette un particolare modo di esercitare il potere e di gestire il rapporto con l’altro?
Da un punto di vista psicoanalitico, non si tratta soltanto di capire se questa oscillazione sia solamente una strategia consapevole. Bisognerebbe anche capire che tipo di rapporto con l’altro essa mette in scena. Nel caso di Donald Trump, l’altro sembra raramente riconosciuto come interlocutore stabile. È piuttosto qualcuno da destabilizzare. La leadership assume una forma quasi pulsionale perché procede per colpi, rilanci, rotture, eccessi. Mai silenzi. Il potere si esercita attraverso la produzione continua di tensione e Trump sembra costruire il proprio carisma facendo ricorso a questa capacità di trasformare l’incertezza in dominio.
- Negli ultimi giorni lo scontro verbale con Giorgia Meloni pare aver segnato una certa rottura rispetto ai rapporti che in passato erano stati descritti come privilegiati. Come interpreta la rapidità con cui Trump sembra trasformare un alleato in un avversario quando viene meno l’allineamento alle sue aspettative?
Negli ultimi mesi il rapporto con Giorgia Meloni si è effettivamente deteriorato, soprattutto dopo le divergenze sull’Iran e le successive polemiche pubbliche, culminate nello scontro sul G7 e nelle accuse rivolte alla Premier italiana. Ricordiamoci, però, che l’alleato non è mai una figura definitivamente acquisita. Rimane tale finché continua ad occupare il posto che il leader gli assegna. Nel momento in cui introduce un limite o rivendica una propria autonomia, il legame può rovesciarsi rapidamente. L’altro è valorizzato finché sostiene l’immagine di potenza di chi è al ‘comando’, diciamo così. Quando smette di farlo, può diventare improvvisamente un ostacolo o persino un avversario, e la mancata conferma che ferisce il narcisismo del capo può sancire la rottura del legame.
- In questa chiave, i dazi possono essere letti anche come uno strumento relazionale, cioè come un modo per riaffermare il controllo e ottenere riconoscimento, più che come una semplice leva economica?
Sì, purché si precisi che questa è una lettura psicoanalitica e non una spiegazione esaustiva della politica economica. Sul piano economico, molti osservatori hanno sottolineato come Trump abbia utilizzato i dazi anche come leva negoziale per ottenere concessioni da partner commerciali e alleati. Da una prospettiva psicoanalitica, tuttavia, sì, i dazi sembrano a mio avviso assumere anche una funzione relazionale. Non rappresentano soltanto uno strumento economico, ma un modo di organizzare il rapporto con l’altro. La minaccia del dazio introduce un’asimmetria: è il leader a stabilire il ritmo della relazione, ad aprire e chiudere il negoziato, a decidere quando esercitare pressione e quando concedere una tregua.
- Trump sembra costruire la propria leadership attraverso una tensione permanente: serve sempre un conflitto, un nemico o una sfida da vincere. Quanto questo meccanismo è indispensabile alla sua identità pubblica? Esiste secondo lei il rischio che l’assenza di conflitto ne indebolisca la leadership?
In Trump il conflitto pare costituire una modalità di funzionamento di quel meccanismo. Naturalmente non possiamo conoscere la sua vita psichica, ma possiamo osservare come la sua figura pubblica si organizzi attorno ad una successione continua di antagonismi. Il conflitto definisce i confini tra un ‘noi’ e un ‘loro’, mobilita il desiderio dei sostenitori e mantiene il leader al centro della scena. In questa logica, il nemico è una figura che contribuisce a strutturare il discorso politico e il conflitto, al tempo stesso, alimenta il desiderio. Per questo motivo emerge spesso un nuovo avversario o una nuova crisi.
- Diversi osservatori parlano ormai di una politica sempre più spettacolarizzata. Trump guida questa trasformazione o, piuttosto, è il prodotto di un ecosistema mediatico e sociale che premia la provocazione continua e la polarizzazione?
Credo che Trump sia entrambe le cose. Da un lato ha certamente contribuito ad accelerare la spettacolarizzazione della politica; dall’altro è anche il prodotto di un ecosistema mediatico che premia la provocazione e l’emozione immediata. Non a caso, numerosi studiosi parlano ormai di ‘politics of media spectacle’. Trump ha di certo compreso molto bene la trasformazione della società contemporanea. Oggi il potere passa anche attraverso il controllo dell’attenzione. Chi riesce ad imporsi come oggetto permanente dello sguardo collettivo acquisisce un vantaggio simbolico che precede perfino il contenuto del messaggio. La formula di McLuhan, ‘The medium is the message’, sembra oggi rovesciarsi. È l’attenzione a diventare il vero messaggio.
- Dunque, guardando al futuro, quale pensa possa essere l’evoluzione del “fenomeno Trump”? Ritiene che il suo modello di leadership sia destinato a rimanere un caso unico oppure che rappresenti un archetipo destinato a influenzare stabilmente la politica occidentale, anche oltre la sua figura personale?
Credo che il vero interrogativo non riguardi tanto il futuro di Trump, ma quanto ciò che ha reso possibile. Un leader lascia un’eredità quando modifica il modo in cui una società immagina il potere. Il Presidente USA potrebbe rappresentare molto più di una figura politica contingente. Ha mostrato che oggi un leader può costruire il proprio consenso attraverso la rottura permanente. Se questo modello sopravvivrà, non sarà perché altri lo imiteranno negli atteggiamenti o nel linguaggio, ma perché adotteranno la medesima logica, ossia fare della politica una relazione affettiva prima ancora che programmatica, nella quale il rapporto con il leader conta più dell’adesione ad un’ideologia. È una trasformazione che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, ma molte democrazie occidentali. Per questo motivo ritengo che il ‘fenomeno Trump’ difficilmente scomparirà con lui!
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