Dossena a CM: "Camoranesi faccia a faccia con Malesani, al Sunderland giocatori che puzzavano d'alcol. Lasciare Napoli per Palermo? Mi sono pentito dopo due giorni"

06 Maggio 2026 - 09:40
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L'ex terzino, tra le altre, di Udinese, Liverpool e Napoli si racconta nella nostra intervista: "I goal a Real Madrid e Manchester United in una settimana il ricordo più bello"

Nei primi anni 2000 in Serie A c'era un terzino sinistro che correva come un treno. Avanti e indietro su quella fascia, su e giù in loop fino ad arrivare in Inghilterra: Liverpool. Anfield. L'esperienza della vita per Andrea Dossena, che oggi allena il Novara in Serie C e nella nostra intervista racconta aneddoti, curiosità e retroscena di una carriera durante la quale ha sfiorato uno scudetto con il Napoli e ha totalizzato anche una manciata di partite in Nazionale: "La vita del giocatore è più facile e più bella - ci racconta Dossena - perché scendi in campo. Il ruolo dell'allenatore è l'unico che mi fa rivivere le stesse emozioni di quando ero calciatore".

Ti capita di sentire qualche tuo ex allenatore per chiedergli consigli?

"No, è più facile che mi confronti con colleghi di oggi. Perché è vero che Malesani era avanti già vent'anni fa quando allenava il Verona, ma ora non so quanto sia aggiornato sul calcio moderno".


Del periodo con Malesani hai raccontato 'se sbagliavi a rispondere eri morto...'. Ci racconti un episodio?

"Una volta ebbe un duro faccia a faccia con Camoranesi. Durante le partitelle d'allenamento me lo ritrovavo sempre da avversario sulla mia fascia, Malesani lo punzecchiava ma io gli dicevo sempre di non farci caso. Un giorno non ce l'ha fatta, gli ha risposto male e il mister si è fatto 50 metri arrivando faccia a faccia con lui".


Una fotografia della tua esperienza al Liverpool?

"La settimana dei goal al Manchester United e al Real Madrid. Benitez da buon difensivista mi aveva alzato sulla linea di centrocampo, in quel ruolo feci quelle due reti in pochi giorni".


Quattro, per l'esattezza: prima segni a Casillas, poi a Van der Sar. Che giornate sono state?

"Dopo Manchester non ho fatto neanche in tempo a festeggiare, dovevo andare a prendere l'aereo per raggiungere la Nazionale. In queste occasioni è talmente tutto veloce che lì per lì non ci fai neanche caso a quello che succede, è come stare in una lavatrice".


La prima volta che hai sentito You’ll Never Walk Alone che sensazione è stata?

"Molto emozionante, ancora di più quando c'erano le partite di Champions: lo stadio si metteva lo smoking. Quando sei lì schierato a centrocampo prima dell'inizio della gara, sentire tuto lo stadio che canta ti dà una carica pazzesca".


Che allenatore è stato Rafa Benitez?

"Molto preciso e puntiglioso. Parlava solo di calcio, il suo mondo era quello".


Com'era la vita a Liverpool fuori dal campo?

"Una città nella quale non era facile ambientarsi, anche per via del clima sempre piovoso e ventilato. Ma quelle due ore dentro lo stadio ripagavano le difficoltà esterne".


Chi era il compagno col quale avevi stretto di più fuori dal campo?

"Xabi Alonso e Pepe Reina; gli spagnoli hanno una cultura più simile alla nostra. Gerrard stava spesso per conto suo, Agger era di ghiaccio e molti di loro andavano a giocare a golf, ma siccome a me non piace avevo meno occasione di frequentarli".


E al Sunderland che esperienza è stata?

"Mamma mia… alcuni giocatori arrivavano all'allenamento che puzzavano ancora di alcol dalla sera prima. Con l'allenatore Poyet non ho avuto un gran rapporto. Quando sono arrivato c'era Di Canio, mi mandano a Roma per curarmi da un infortunio e tornato in Inghilterra non l'ho più trovato: aveva litigato durante una riunione e al suo posto era arrivato chiamato Poyet. Ricordo che non ci ha mai fatto rivedere una partita per analizzarla".


Hai detto spesso di sentirti napoletano d'adozione, cos'hanno i tifosi azzurri più degli altri?

"Ho la capacità di ambientarmi ovunque, lì mi sono adattato a prendere la vita così com'è e viverla con leggerezza. Sono stati quattro anni bellissimi, si viveva di calcio 24 ore su 24".


Raccontaci un aneddoto?

"Una mattina vado al supermercato alle 7.45 per comprare delle cose, ero con cappello e sciarpa per non farmi riconoscere. Appena entro incontro una nonnina che mi sgama subito e mi inizia a parlare di calcio".


Nello spogliatoio di quel Napoli c'era un mix di italiani e sudamericani, che musica si ascoltava?

"Sempre quella sudamericana. Io ogni tanto provavo a fare il dj e mi portavo anche la cassa, poi arrivavano Cavani e Lavezzi e cambiavano. Mate e musica. Canzoni nelle quali cambiavano le parole ma il ritmo era sempre lo stesso".


A Palermo cambi 4 volte allenatori in sei mesi, cosa vuol dire per un giocatore?

"Ho accettato la sfida di lasciare un Napoli secondo per andare in una squadra al penultimo posto. Volevo dimostrare di essere un supereroe, ma dopo due giorni mi sono subito pentito: c'erano dei problemi interni, sono stato un po' preso in giro e mi sono reso conto di aver fatto la scelta sbagliata".


10 partite in Nazionale, l'ultima in Confederations Cup contro il Brasile nella quale fai autogol: è stata una delusione chiudere così con la maglia azzurra?

"Pensa che in carriera, da difensore, ho fatto una sola autorete: quella. Ma l'episodio negativo si compensa con i goal segnati a Real e Manchester United".


L'avversario più forte che hai affrontato?

"Posso dire Robben, Cristiano Ronaldo e tutte le ali destre migliori al mondo in quel periodo. Ma voglio fare un nome meno scontato: Aaron Lennon del Tottenham. Non era alto nemmeno 1,70 però talmente veloce che neanche lo vedevo partire. Un fulmine".

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