El Niño aumenta il rischio di guerre

Maggio 13, 2026 - 09:47
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El Niño aumenta il rischio di guerre

Il nuovo studio “Global and regional climate modes modulate armed conflict risk”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team di ricercatori statunitensi e cinesi. Ha cominciato a chiarire davvero una questione a lungo dibattuta: la variabilità climatica può influenzare il rischio di conflitti armati? Secondo i ricercatori, «La risposta è sì, ma in modi più sfumati e specifici per ogni regione di quanto si pensasse in precedenza».
Il team di ricerca, guidato dallo statistico Tyler Bagwell e dalla climatologa Sylvia Dee della Rice University, lo studio utilizza dati ad alta risoluzione e modelli empirici per esaminare come i modelli climatici su vasta scala influenzino la probabilità di conflitti civili e guerre
Bagwell ha spiegato: «Volevamo capire se il rischio di conflitti armati sia collegato a questi modelli climatici e se il rischio di conflitti locali sia proporzionale all'influenza di tali modelli sul clima locale. Questo ci permetterebbe di identificare le regioni particolarmente vulnerabili all'instabilità politica o sociale causata dai cambiamenti climatici».
La ricerca si è concentrata su due grandi modelli climatici: l'El Niño-Oscillazione Meridionale (ENSO), un noto fattore determinante della variabilità meteorologica globale, e il Dipolo dell'Oceano Indiano (IOD), un sistema a carattere più regionale che influenza il clima nell'intero bacino dell'Oceano Indiano. Alla Rice ricordano che «Sia l'ENSO che l'IOD sono modelli climatici guidati da anomalie della temperatura oceanica che oscillano tra est e ovest rispettivamente nell'Oceano Pacifico tropicale e nell'Oceano Indiano, influenzando i modelli meteorologici globali».
Bagwell evidenzia che «Un aspetto cruciale del nostro studio è che le fasi estreme di ENSO e dell'IOD sono associate a impatti climatici locali distinti, spesso opposti. Ad esempio, ENSO oscilla tra due fasi – La Niña ed El Niño – e ciascuna è collegata a specifici impatti meteorologici in tutto il mondo. Sfruttando questi impatti differenziali, abbiamo quindi trovato correlazioni statistiche tra quando e dove si sono verificati conflitti armati e se ENSO si trovava in una fase di El Niño o La Niña, e se le società hanno subito impatti dell’ENSO secchi o umidi»."
Studi precedenti avevano già collegato El Niño a un aumento del rischio di guerre, ma il team guidato dalla Rice University ha adottato un approccio più dettagliato, creando un nuovo dataset ad alta risoluzione di oltre 500 episodi di conflitto nel periodo 1950-2023, localizzati sia nello spazio che nel tempo, e i ricercatori sono andati così oltre l'aggregazione a livello nazionale e sono riusciti ad esaminare le relazioni a livello locale.
Bagwell sottolinea che «Un livello di dettaglio spaziale così elevato, che documenta i conflitti su un arco temporale così lungo, non era mai esistito prima in un dataset. Ci ha permesso di analizzare come la variabilità climatica influisca sul rischio di conflitti a una scala molto più locale, nell'arco di decenni».
Solo creare il dataset è stata un'impresa notevole. Le ricercatrici della Rice University Anna Stravato e Divya Saikumar hanno analizzato una per una fonti primarie, come notizie in diverse lingue, per geolocalizzare ogni evento di conflitto, un processo che poteva richiedere fino a un'ora per caso.
Una delle scoperte più significative dello studio è che non tutti gli impatti climatici sono uguali.
Bagwell fa notare che «Analogamente a studi precedenti, abbiamo riscontrato che il rischio di conflitti armati a livello globale è maggiore durante El Niño rispetto a La Niña, ma abbiamo anche scoperto che l'aumento del rischio di conflitti durante El Niño è principalmente legato alle regioni che sperimentano condizioni più secche. Nelle aree in cui El Niño è associato a condizioni più umide, non troviamo una relazione credibile».
Questa distinzione contribuisce a chiarire il rapporto tra clima e guerre e a individuare percorsi causali coerenti che colleghino le condizioni climatiche ai conflitti. Lo studio suggerisce che «Piuttosto che un semplice modello globale, lo stress legato alla siccità, come la ridotta disponibilità idrica o le difficoltà in agricoltura, potrebbe svolgere un ruolo più rilevante nell'aumentare il rischio. I risultati forniscono inoltre la prova che il rischio di conflitto associato a El Niño non cresce in proporzione all'esposizione di una regione a ENSO oltre una certa soglia di esposizione di base, indicando possibili effetti di soglia».
Inoltre, lo studio individua inoltre un legame finora inedito tra l'IOD e il rischio di guerre: «A differenza dell'ENSO, in cui una sola fase (El Niño) è associata a un rischio maggiore, si è riscontrato che sia le fasi positive che quelle negative dell'IOD aumentano il rischio di conflitti nelle regioni il cui clima è fortemente influenzato dall'IOD, in particolare nel Corno d'Africa e in alcune zone del Sud-est asiatico».
Secondo la Dee, del Department of Earth, Environmental, and Planetary Sciences della Rice, «Si tratta di uno schema molto diverso. Il dipolo dell'Oceano Indiano opera su scale temporali più brevi e può cambiare rapidamente, creando un 'colpo di frusta' climatico che potrebbe sconvolgere regioni già vulnerabili».
Lo studio fornisce solide prove statistiche che dimostrano come la variabilità climatica possa agire da "moltiplicatore di minacce", amplificando le pressioni sociali ed economiche esistenti. E la Dee sottolinea che »Sia l'ENSO che l'IOD possono essere previsti con mesi di anticipo, fornendo una potenziale finestra temporale per la preparazione. Queste modalità climatiche sono prevedibili su scale temporali che vanno da stagionali ad annuali. Questo significa che esiste la possibilità di utilizzare queste informazioni nell'ambito di sistemi di allerta precoce».
Un altro autore dello studio Friederi Viens, professore di statistica alla Rice, è convinto che «I risultati potrebbero essere utili ai responsabili politici, alle organizzazioni umanitarie e alle missioni di pace per individuare quando e dove i rischi potrebbero essere più elevati. Non possiamo affermare con certezza che il clima causi i conflitti. Possiamo però affermare che alcuni modelli climatici modificano la probabilità di conflitto. E comprendere questi cambiamenti nel rischio è fondamentale per la pianificazione e la mitigazione».
La Dee conclude: «Questi risultati mettono in luce importanti connessioni tra clima e conflitti. Considerando che sia le agenzie meteorologiche americane che quelle europee prevedono l'arrivo di El Niño entro la fine dell'anno, e alcune previsioni addirittura anticipano un super El Niño, le nostre scoperte sono particolarmente attuali. Questo è un ottimo esempio di come la combinazione di diverse competenze trasversali ai nostri settori possa portare a nuove intuizioni. Ci sono voluti anni per riunire il team giusto, ma il risultato è un set di dati e un'analisi che aprono nuove prospettive per la ricerca cruciale sul conflitto climatico».

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