Clima e disuguaglianze, i giovani italiani fanno da soli. L’81,5% pensa che la propria voce non conti

Le nuove generazioni italiane mostrano una forte sensibilità verso le ingiustizie sociali e ambientali, ma non credono che la propria voce possa davvero incidere. È il quadro che emerge dall’indagine Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni. Uno squarcio sulla fascia 17-19 anni in Italia, realizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, nell’ambito del progetto A prova di futuro! Giovani e protagonismo.
La ricerca ha coinvolto circa 3mila studenti e studentesse tra i 17 e i 19 anni in 21 istituti scolastici italiani tra ottobre 2023 e aprile 2026, grazie al Programma di Educazione per le Scienze Economiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Attraverso questionari interattivi, attività formative e momenti di dialogo, l’indagine ha esplorato paure, consapevolezze e modalità di impegno dei più giovani di fronte alle crisi sociali, ambientali e democratiche.
Il punto di partenza è il calo della partecipazione giovanile alle elezioni politiche, passata dall’87% del periodo 1994-2006 al 60% del 2022, a fronte di un’affluenza giovanile salita al 67% nel referendum del 2026. Un divario che apre una domanda politica di fondo: la distanza dalle forme di rappresentanza riguarda solo i partiti o investe anche le altre organizzazioni sociali? Nasce da disinteresse verso le ingiustizie o dalla sfiducia nella possibilità di correggerle?
«Dalle risposte emerge un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non ha la fiducia di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che a quel potenziale grande non riescono a rivolgersi», riassumono Fabrizio Barca, co-coordinatore del ForumDD, insieme a Caterina Manicardi e Marta Perrini, autore e autrici del documento.
I dati mostrano innanzitutto un’elevata preoccupazione per il futuro. In cima alla lista c’è la mancanza di lavoro, con un punteggio medio di 3,8 su 5, seguita dalla guerra, a 3,6, dai diritti delle persone e dallo scarso peso della voce dei giovani, entrambi a 3,5. Su distruzione della biodiversità e cambiamento climatico l’opinione appare più polarizzata: circa un quarto degli intervistati esprime la massima preoccupazione, mentre poco meno del 20% non manifesta alcuna preoccupazione.
Sul fronte delle disuguaglianze, il colore della pelle è percepito come la principale matrice di ingiustizia, indicata dal 69% del campione, con valori più alti al Nord. Seguono il genere, al 52,8%, e la classe sociale, al 50,9%, con valori più elevati al Sud. Il reddito si ferma invece al 37,7%, un dato che smentisce l’idea di una generazione incapace di riconoscere il peso della classe sociale nella produzione delle disuguaglianze.
Anche sulla crisi ecologica emerge una capacità di lettura sistemica. La responsabilità del collasso climatico viene attribuita in modo forte ai comportamenti individuali, con un punteggio di 3,9, ma ancora di più al modo di produzione estrattivo, che arriva a 4,1. Più basso, invece, il ruolo attribuito alle politiche, pari a 3,5. Non si tratta dunque di una generazione insensibile o incapace di concettualizzare le cause della crisi, ma di giovani che faticano a vedere canali collettivi efficaci per trasformare le proprie consapevolezze in azione.
Il dato più netto riguarda infatti la sfiducia nella possibilità che la propria voce conti: l’81,5% è in disaccordo con questa affermazione, contro appena il 18,4% che si riconosce nell’idea di poter incidere. Lo scarto rispetto alla media della popolazione italiana, pari al 41% secondo Eurobarometro 2023, è particolarmente ampio e segnala una frattura profonda tra nuove generazioni e spazi della rappresentanza.
Quando si passa alle forme di impegno, prevalgono le azioni individuali. Il corretto uso delle risorse ottiene un punteggio medio di 4, il voto alle elezioni 3,7, nonostante l’astensionismo, e i consumi consapevoli 3,4. Al contrario, le azioni collettive attraverso partiti, mobilitazioni, associazioni e manifestazioni sono giudicate negativamente dalla maggioranza, con valori medi tra 1,8 e 2,4. Il volontariato occupa una posizione intermedia.
La diffidenza verso le organizzazioni nasce dalla percezione che queste abbiano «una loro agenda», non ascoltino «la voce dei/delle nuovi/e entranti» o siano «inefficaci». A pesare c’è anche il timore del giudizio e della derisione da parte dei propri pari, ulteriore ostacolo alla trasformazione della sensibilità individuale in impegno pubblico.
Eppure, l’indagine indica anche una possibile strada. Quando il confronto riguarda una politica concreta, come l’eredità universale (di 15.000 euro) al compimento dei 18 anni proposta dal ForumDD dal 2019, l’interesse si riattiva: il 74,6% si dichiara favorevole. Anche quando il consenso si riduce sull’universalità della misura, al 46%, e sull’ipotesi di non condizionarne l’uso, al 61%, negli incontri si apre un confronto rigoroso tra posizioni diverse.
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