El Niño tornerà probabilmente quest’anno, ma chiamarlo già “Super” è prematuro

Secondo le ultime previsioni dei principali centri climatici internazionali, il riscaldamento anomalo del Pacifico equatoriale orientale potrebbe formarsi entro quest’estate e diventare uno dei fattori climatici più importanti dell’anno, ma bisogna stare cauti: la probabilità dell’evento è alta, la sua intensità no. Quel riscaldamento ha un nome conosciuto e spesso usato male: El Niño. Indica una fase climatica in cui una vasta porzione del Pacifico tropicale, soprattutto tra il centro dell’oceano e le coste del Sud America, diventa più calda del normale per un periodo abbastanza lungo da modificare il rapporto tra mare e atmosfera. Non accade ogni anno. Compare in modo irregolare, spesso ogni due-sette anni, e si alterna a periodi neutrali o alla fase opposta: La Niña.
El Niño può modificare la circolazione atmosferica su scala globale, ma i suoi effetti non arrivano ovunque nello stesso modo. Nel Mediterraneo, e quindi anche in Italia, il legame con il Pacifico tropicale è indiretto e spesso meno prevedibile. Le condizioni meteorologiche italiane dipendono soprattutto da altri fattori: l’Atlantico, la posizione degli anticicloni, il comportamento delle perturbazioni e le dinamiche regionali del Mediterraneo. Per questo El Niño può aumentare l’attenzione degli scienziati su possibili anomalie climatiche, ma non permette di dire con certezza che l’Italia avrà un’estate estrema o un inverno fuori norma.
Per capire il fenomeno bisogna partire da come funziona il Pacifico in condizioni ordinarie. Lungo l’equatore soffiano venti costanti, gli alisei, che spingono l’acqua superficiale più calda verso ovest, in direzione dell’Indonesia e dell’Australia. A migliaia di chilometri di distanza, davanti a Perù ed Ecuador, il mare compensa quel movimento facendo risalire acqua più fredda dagli strati profondi. Questa risalita mantiene relativamente fresco il Pacifico orientale e porta in superficie nutrienti fondamentali per la pesca.
El Niño comincia quando questo equilibrio perde forza. Gli alisei si indeboliscono. L’acqua calda, invece di restare concentrata nel Pacifico occidentale, si sposta verso il centro dell’oceano e può arrivare più facilmente verso est. Davanti al Sud America il mare si scalda oltre la norma. La risalita dell’acqua fredda rallenta. Il cambiamento sembra inizialmente oceanografico, ma diventa presto atmosferico, perché il mare tropicale è una delle principali fonti di energia dell’atmosfera terrestre.
Dove l’acqua è più calda, aumenta l’evaporazione. L’aria riceve più calore e più umidità. Le aree di pioggia tropicale si spostano. Da lì cambia anche la circolazione dei venti. È questo passaggio a rendere El Niño un fenomeno globale capace di alterare la distribuzione delle piogge e delle siccità in regioni lontane. Lungo la costa pacifica del Sud America può favorire precipitazioni più intense e danneggiare la pesca. In Indonesia, invece, tende spesso ad aumentare il rischio di stagioni più secche. In Australia può aggravare condizioni favorevoli agli incendi. Furono i pescatori del Perù, lungo la costa pacifica del Sud America, a dare a questo fenomeno il nome di “El Niño”, cioè “il Bambino”. Il riferimento era al Bambino Gesù, perché quelle acque insolitamente calde comparivano spesso intorno al periodo di Natale.
La NOAA, l’agenzia statunitense che monitora oceani e atmosfera, vede crescere rapidamente la probabilità di un nuovo El Niño: secondo l’ultimo bollettino, c’è l’82 per cento di possibilità che il fenomeno si formi entro luglio e il 96 per cento che prosegua tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Anche Copernicus, il servizio climatico europeo, segnala un rafforzamento del fenomeno. Tradotto: nei modelli climatici di maggio, molti scenari mostrano un riscaldamento anomalo del Pacifico equatoriale, soprattutto nella zona Niño 3.4, considerata il “termometro” principale di El Niño. Più quella zona si scalda, più aumentano le probabilità che il fenomeno diventi intenso.
Questi numeri non vanno letti come una sentenza. Dicono che El Niño è probabile, non che sarà necessariamente estremo. Affinché l’evento diventi forte, il calore accumulato sotto la superficie del Pacifico deve emergere e soprattutto deve legarsi in modo stabile alla circolazione atmosferica. Il mare può preparare il terreno, ma sono i venti tropicali e le piogge a decidere se il sistema si rafforza davvero. Senza questo accoppiamento, El Niño può restare debole o moderato.
Gli episodi eccezionali del passato, come quelli del 1982-83, del 1997-98 e del 2015-16, sono stati riconosciuti come tali perché hanno raggiunto anomalie marcate e prodotto effetti globali evidenti. Nel 2026 la possibilità di un El Niño è concreta. La certezza di un evento paragonabile ai più forti della storia recente, invece, al momento non c’è.
Anche un El Niño non estremo può pesare su economie già fragili. Se la pioggia si sposta nelle aree agricole tropicali, alcune produzioni possono risentirne. Il riso è sensibile all’andamento dei monsoni. Il cacao soffre quando caldo e precipitazioni irregolari colpiscono le zone di coltivazione. La pesca peruviana può indebolirsi quando il mare caldo limita la risalita di nutrienti e riduce la disponibilità di acciughe, una materia prima importante per la farina di pesce. In questi casi il fenomeno climatico arriva ai mercati attraverso passaggi concreti, spesso prima che diventi percepibile nella vita quotidiana dei consumatori.
I modelli stagionali europei indicano per l’estate una probabilità elevata di temperature superiori alla media in gran parte del continente, con un segnale importante anche sull’area mediterranea. Questo non significa che ogni settimana sarà rovente, né che l’Italia sia destinata a vivere una stagione eccezionale. Se l’alta pressione dovesse stabilizzarsi sul Mediterraneo centrale, le ondate di calore potrebbero diventare più lunghe e più difficili da interrompere.
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