Appropriazione indebita di spaghetti

La pasta tricolore a stelle e strisce pubblicata su X dall’account ufficiale della Casa Bianca è un meme costruito dall’intelligenza artificiale. Fusilli blu, bianchi e rossi, confezione Barilla aperta sul tavolo, un nome di formato che in italiano non esiste, scritta semplice e definitiva «American Pasta». Sotto, nessuna spiegazione, anche perché forse la spiegazione on serve. L’immagine funziona perché colpisce un nervo scoperto: cosa resta italiano di un prodotto italiano quando viene fatto altrove, consumato altrove e rivendicato come bandiera da un altro Paese?
Il post nasce dopo l’annuncio dell’espansione dello stabilimento Barilla di Avon, nello Stato di New York. Un investimento da quasi 170 milioni di dollari che porterà oltre novanta nuovi posti di lavoro. La notizia, rilanciata dalla politica americana come prova del ritorno della manifattura nazionale, è diventata immediatamente un simbolo. Non tanto per la pasta in sé, quanto per ciò che rappresenta.
Per decenni il Made in Italy alimentare ha costruito valore attorno a un’idea precisa: territorialità, origine, tradizione, sapere produttivo. Oggi però quella narrazione entra in cortocircuito con la logica industriale contemporanea. Per Washington non conta che Barilla sia nata a Parma nel 1877. Conta che produca negli Stati Uniti, che assuma lavoratori americani, che investa sul territorio nazionale. La pasta smette così di essere un simbolo identitario italiano e diventa un asset manifatturiero americano.
È il rovesciamento perfetto della retorica trumpiana sui dazi. Negli ultimi mesi proprio la pasta italiana è finita al centro delle tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa. Washington ha minacciato tariffe punitive contro diversi produttori italiani accusati di pratiche commerciali scorrette. Poi le misure sono state ridimensionate, anche grazie alla pressione diplomatica europea. Nel frattempo però la narrazione politica era già cambiata: la pasta importata veniva raccontata come problema, quella prodotta negli Usa come opportunità.
Il paradosso è evidente. La stessa azienda può essere celebrata o osteggiata a seconda della geografia produttiva. Italian brand, American jobs.
Non è più una visione economica, ma è ormai una vera appropriazione simbolica. La cucina italiana, forse più di ogni altra, è stata assorbita dall’immaginario statunitense nel corso del Novecento. Dagli spaghetti con meatballs fino ai prodotti industriali da supermercato, gli Stati Uniti, con la complicità degli immigrati che ne hanno fatto un vantaggio competitivo e uno strumento di reddito, hanno trasformato il cibo italiano in una lingua nazionale propria. Oggi quel processo compie un ulteriore passaggio: non si limita più a reinterpretare le ricette, ma ingloba direttamente i marchi.
Per questo il post della Casa Bianca ha generato reazioni immediate. Alcune ironiche, altre feroci. La versione manipolata con i fusilli biancoazzurri e la scritta «America Last» dimostra quanto il cibo sia diventato un vettore politico totale, capace di assorbire conflitti geopolitici, polarizzazioni ideologiche e guerre culturali.

La questione, però, resta concreta e riguarda il futuro dell’industria alimentare italiana. Che cosa definisce davvero l’italianità di un prodotto? Il marchio? La proprietà? La ricetta? Il luogo di produzione? La materia prima? Oppure la percezione del consumatore?
Per anni il dibattito sull’italian sounding si è concentrato sulle imitazioni: parmesan, provolone, salsa “all’italiana”. Oggi emerge un fenomeno più sofisticato. Non la copia del prodotto italiano, ma la sua rilocalizzazione industriale. Il marchio resta italiano, l’immaginario pure, ma la produzione si sposta dove conviene economicamente e politicamente. L’azienda italiana dichiara che non è proprio così: Barilla sottolinea che quello odierno è un investimento locale sul mercato americano, ed è parte del piano quinquiennale di investimenti annunciato nel 2023 (1 miliardo complessivo, di cui la metà in Italia), e che rafforza esclusivamente la capacità di servire il mercato nordamericano. I prodotti di fascia alta, come Barilla Al Bronzo, continueranno a essere esportati dall’Italia, come avviene oggi.
Ma nel frattempo la “American Pasta” della Casa Bianca non appare solo come una provocazione folkloristica ma come un vero manifesto industriale. Dice che il valore del Made in Italy è ormai talmente forte da poter essere incorporato dentro il nazionalismo economico americano senza perdere efficacia commerciale. Come se il successo globale della cucina italiana rischiasse di renderla sempre meno italiana e sempre più globalizzata.
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