Emanuele Trevi, e la città delle possibilità

Nell’estate del 1990, la prima estate libera, con il Muro di Berlino finalmente riverso al suolo e dietro a lui, come quando viene giù un castello di carte, tutta la dannata Cortina di Ferro, per andare a Praga ci voleva ancora il visto, come per l’India o gli Stati Uniti. Eppure era lì, a un tiro di schioppo da Vienna, a giudicare dalla carta geografica. Gli impiegati dell’ambasciata in via della Camilluccia, all’estremo confine settentrionale e residenziale di Roma, erano gentili e incoraggianti: nulla di meno « kafkiano », insomma, di quelle blande formalità.
C’era poca fila, niente a che vedere con le orde di idioti ubriachi che si sarebbero abbattute sulla città in futuro, facendone una specie di asfissiante Venezia senza mare tollerabile solo fuori stagione. Certo, ci si poteva andare anche prima: Praga era tutt’altro che una “città proibita” durante i vent’anni e passa dell’occupazione sovietica. Ma quelli nei Paesi del Patto di Varsavia, come si diceva comunemente allora, non erano mai viaggi completamente felici. Piccole angherie deliberate non mancavano mai, in entrata o in uscita, giusto per ricordarti chi comandava, con dosi variabili di criminalità, demenza, incompetenza. E poi, qualunque cosa facessi, anche la più innocente, la facevi con l’idea fissa che qualcuno stesse lì a spiarti, a riferire. Non era vero al cento per cento, ma così verosimile che finivi comunque per rigare dritto, perché la vaga e irrazionale sensazione di essere sempre sul punto di commettere un errore è il più efficace ed economico strumento di controllo orwelliano.
Non era, d’altra parte, quello poliziesco il maggiore dei problemi: ciò che risultava davvero intollerabile, per i visitatori che in capo a pochi giorni sarebbero tornati alle loro normalissime comodità e libertà, era lo sguardo delle brave persone come loro, con tutto il suo carico di mesti, umilianti sottintesi. Anche un innocente pellegrinaggio nei luoghi amati attraverso i libri poteva apparire un sopruso, in casa di chi quei libri non poteva leggerli, o se anche in astratto poteva, non li avrebbe potuti comprare in nessuna libreria. Tra tutte le città di quell’est sconfinato e derelitto, Praga era quella che più d’ogni altra, proprio per la persistenza del suo mito, dava l’idea di uno stupendo animale selvatico finito in una tagliola, o di uno di quei reami delle fiabe raggelato da un incantesimo in un perpetuo inverno. Era perfettamente credibile che tutta la città, pur dotata di una collocazione nello spazio, per quanto riguardava la cosa più importante, ovvero il suo significato, si fosse interamente rifugiata nei libri, come sempre accade quando la violenza della realtà riduce i luoghi fisici alle loro tetre evidenze, spogliate di possibilità. Come un crostaceo che sente il pericolo, lo spirito in questi frangenti si rintana nel carapace delle parole scritte, aspettando tempi migliori.
I libri di Kafka e su Kafka, ovviamente, prima di tutti gli altri. È del 1983 quello splendido e rivelatore album di vecchi dagherrotipi macchiati dal salnitro che è Franz Kafka. Immagini della sua vita di Klaus Wagenbach, ancora insuperato per molti aspetti. In quelle pagine abbiamo scoperto immagini del ghetto ebraico (distrutto negli anni Novanta dell’Ottocento) dotate di un’indelebile efficacia poetica, di una forza di risonanza emotiva quasi confondibile con la suggestione magica. A differenza di tanti altri scrittori che a Praga erano nati e vissuti, o avevano ambientato lì romanzi e racconti, indulgendo fin troppo nei dettagli topografici, destinati fatalmente a produrre l’effetto della guida turistica, la città del Processo e del Castello è il risultato di una splendida riduzione all’osso, che è anche, proprio come accade in certi sogni, una riduzione all’assurdo. Non c’è un dettaglio, in entrambi i libri, che ci garantisca che si tratta proprio di Praga, eppure non può, a un livello di realtà più profondo, dove i nomi di strade e chiese sarebbero solo inutili dettagli, che essere Praga quel tetro e infido labirinto in cui si aggirano Joseph K. e l’Agrimensore.
Kafka e Praga sono così connaturati, così indistinguibili che non ci sono due città, o due esseri umani, che si sono assomigliati tanto – l’uno contiene l’altra e viceversa. E se è vero il famoso aforisma di Borges, che attribuisce a Kafka la capacità retrograda di creare i suoi precursori, ebbene anche tutta la secolare storia di Praga, quell’insieme innumerabile di circostanze che fa di un luogo quel luogo, diverso da ogni altro al mondo, andrebbe considerata in questa luce di prodigio. Voglio dire che la mente di Kafka è un congegno così potente da rimodellare, come fosse una cedevole argilla, ogni aspetto del passato, grande o minimo che sia, a sua immagine e somiglianza. Praga è il Golem di Kafka, se vogliamo ridurre tutto a una formula. Un Golem che si muove avanti e indietro nei secoli facendo del tempo stesso una semplice illusione secondaria.
Ma un giorno d’inverno del 1990, al termine di quella che fu ribattezzata la Rivoluzione di Velluto, Václav Havel, uno scrittore perseguitato e imprigionato durante l’occupazione sovietica, era salito al Castello, primo presidente democratico di quella nuova epoca storica. Non mi ricordo di avere mai smaniato così tanto in attesa di una partenza. Volevo stare lì, prima che arrivassero gli anniversari, prima che tutto svaporasse nella normalità. E appena le giornate iniziarono a promettere i lunghissimi crepuscoli estivi delle città del settentrione, sono partito con l’intenzione di restare il più a lungo possibile.
Nello zaino avevo i diari di Kafka (molto più ricchi dei romanzi di precise indicazioni di luoghi) e un altro libro che avevo letto e riletto in quei mesi di attesa, lasciandomi dietro la debita scia di sottolineature e orecchiette: Praga magica di Angelo Maria Ripellino. Ancora più di Kafka, era questo libro ammaliante, sorprendente a ogni riga, sottilmente contagioso, il motore della mia fissazione. A trent’anni di distanza dal primo incontro, non mi è più capitato di imbattermi in una “città scritta”, per definirla in qualche modo, paragonabile alla Praga di Ripellino.
I centosedici capitoli del libro, suddivisi in due “parti” mi avevano suggerito un senso di infinità come quello che si può provare abbandonandosi alle avventure dei cavalieri di Boiardo e Ariosto; di allegria da saltimbanchi; di mesta elegia sul passare del tempo e sul bene perduto di cui non resta altro che il fragile ricordo. E insieme, c’era la vera sapienza, quella di chi conosce davvero tutto, dal frammento iridescente del poeta minore al dettaglio rivelatore di una vecchia cronaca, o di un’architettura. E quella prosa incontentabile, così stramba e generosa, capace della forma più difficile dell’eccesso, che consiste in una specie di segreta e paradossale sobrietà, di un infallibile istinto della misura che esclude la tentazione del virtuosismo, del ricamo inutile… « Un libro sconnesso », lo definiva l’autore all’inizio, « sbandato, a frastagli, scritto nell’insicurezza e nei mali, con disperàggine e con pentimenti continui, con l’infinito rimorso di non conoscere tutto, di non stringere tutto, perché una città, anche se assunta a scenario di una flânerie innamorata, è una dannata, sfuggente, complicatissima cosa ». E ancora, aggiungeva lo scrittore siciliano, con il tono del saltimbanco che inviti il pubblico di una fiera nel suo tendone: « Vado intessendo un libro a capriccio, un agglomerato di meraviglie, di aneddoti, di numeri eccentrici, di brevi intramesse e di pazze giunte: e sarei felice se, a differenza di tanta ciurmaglia di carta che ci circonda, non fosse governato dal tedio ».
Lo scrittore siciliano (Ripellino era nato a Palermo nel 1923) era morto ancora giovane, nel 1978, quando gli eventi felici del 1990 erano del tutto inimmaginabili. Ma era un uomo del Novecento, anche nel senso che gli veniva difficile se non impossibile l’idea – poi prevalsa nell’animo di tanti uomini giusti – di darsi per vinto una volta per tutte. Basta rileggere la splendida chiusa di Praga magica per rendersi conto che quel grande slavista, quel prosatore e poeta leggendario ai suoi tempi, non era stato nemmeno sfiorato dall’idea della Fine della Storia: « Praga, non ci daremo per vinti. Fatti,forza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza ». Sono queste righe finali che rendono non totalmente sovrapponibili Praga magica e un’altra grande elegia in prosa, il Lamento per l’Afghanistan di Bruce Chatwin, pubblicato nel 1980 come introduzione a una ristampa di un classico della letteratura di viaggio del Novecento, La via per l’Oxiana di Robert Byron. Le pagine di Chatwin sono la conseguenza di un’altra balorda e criminale invasione russa, quella dell’Afghanistan, destinata a conseguenze ben più apocalittiche e durature di quella della Cecoslovacchia (scrivo queste righe alla fine dell’estate del 2021, con le orde talebane che stuprano e uccidono a loro piacimento, la resistenza praticamente annientata anche nel Panshir). Ebbene, il finale di Praga magica e quello del Lamento sono straordinariamente simili, entrambi struggenti e indimenticabili, come se Chatwin avesse letto il libro di Ripellino e avesse desiderato omaggiarlo con una perfetta imitazione, ma c’è un dettaglio capitale che invece divarica i due testi: lo scrittore inglese – nato nel 1940 – non conosce nessun « cammino della speranza ». Come il corvo di Edgar Allan Poe, non può che ripetere il suo « mai più » di fronte alla catastrofe irreparabile della perdita. Il bene perduto, non è più parte di un’economia del divenire: è perduto per sempre, come il piccolo Ivan, il partigiano-bambino del film di Andrej Tarkovskij, non può essere riscattato dalla sua morte (la « perdita secca » di cui parlò Sartre a proposito del film del maestro russo). A una concezione dialettica delle vicende umane se ne oppone una concezione puramente tragica, entrambe dotate di una loro intrinseca credibilità, che è sempre necessario mettere alla prova dei fatti. Quanto a me, che atterravo finalmente all’aeroporto di Praga una sera di fine giugno del 1990, in quel momento non avevo dubbi: Ripellino aveva ragione, e tutti gli avvenimenti importanti dei mesi precedenti erano l’ultimo tratto di un « cammino della speranza » imboccato dall’Europa nel 1848, o meglio nel 1789. Era sempre valsa la pena resistere.
Ricordo i primi giorni come uno shock estetico talmente intenso da assomigliare a una specie di perpetua alterazione della coscienza. Le cose che vedevo, nel corso di interminabili camminate, erano quelle che vedono tutti. Ricordo il monumento funebre di Tycho Brahe, nella chiesa di Nostra Signora di Týn, l’elsa della spada in una mano e una sfera armillare nell’altra. Il cimitero ebraico ombreggiato da altissimi sambuchi e la vecchia sinagoga, nella cui soffitta, raccontavano molte leggende, si trovavano ancora i resti di argilla del Golem. L’incredibile processione dei gruppi scultorei sulle spallette del Ponte Carlo, e i vicoli dell’isoletta di Kampa all’ombra dei palazzi aristocratici. Ma il calcolo della bellezza non è mai un’addizione di cose belle, che sarebbe destinata a saturarci e a lasciarci indifferenti oltre un certo limite soggettivo. In me, poi, questo limite è straordinariamente basso, tanto che detesto tutti i grandi musei del mondo, che mi fanno pensare a dei mattatoi.
Per chi viene da Roma, semmai, l’esperienza di Praga può significare una particolare intensificazione di ciò che già conosce. Il barocco romano, impresa duratura e irripetibile, esprime la palese vocazione di annullare il passato della città, riducendolo a un’esistenza marginale e insulare. Le stesse rovine romane, anziché prevalere, danno l’idea di grandiosi trofei, di vetusti pachidermi transennati. A Praga, tutto al contrario, il barocco appare in una luce inedita e rivelatrice, come prosecuzione naturale della verticalità, della smania di assoluto, della finezza di pensiero del gotico. Ripellino ha pagine rivelatrici su questo argomento, ma ovviamente bisogna farne l’esperienza, sia guardando la città dall’altezza del Castello, sia perdendosi nel labirinto, percorrendo fino al più infimo dei vicoli.
E poi, ovviamente, c’era l’irresistibile fascino di una città-principessa finalmente risvegliata dal bacio della libertà. Nella mia testa di venticinquenne portata ad anticipare con il desiderio gli insegnamenti dell’esperienza, mi sembrava ovvio che a una rivoluzione politica di quella portata dovesse necessariamente corrispondere un’ondata senza precedenti di rilasciamento dei costumi, di libertinaggio scatenato, complice la stagione estiva. Andavo in cerca, insomma, di quelli che Ernst Jünger definisce « incontri erotici negli spazi anarchici ». Anche per questo motivo contavo di rimanere il più a lungo possibile. I prezzi erano incredibilmente bassi, a patto di trovare qualcosa da comprare, e il cambio dei soldi al nero molto conveniente. Ma un vero e proprio albergo non me lo potevo permettere, e un’agenzia del turismo di stile ancora sovietico mi trovò un minuscolo appartamento in un’enorme residenza per studenti, alle porte della città, vicino all’inizio del lungo viale che conduce all’aeroporto, in quei tempi di transizione ancora intitolato a Lenin.
Era davvero quello che si definisce un “casermone”, ornato sulla facciata d’ingresso da una serie di bassorilievi ornamentali e cariatidi inneggianti alle teoriche gioie del lavoro socialista: tutta una melensa panoplia di falci, martelli, spighe mature, bicipiti e polpacci monumentali, trecce e zazzere di operai e contadine accompagnati da soldati e soldatesse sulla strada di qualche infernale Avvenire. Ma come si può facilmente immaginare – e come avevo con largo anticipo previsto – all’interno di quel dormitorio ne accadevano davvero di tutti i colori. Ma tutto in un clima armonioso, di reciproca curiosità e tolleranza, senza molestie e soprusi da parte di nessuno. La fauna era abbastanza internazionale, perché i posti in affitto erano stati lasciati da studenti di provincia tornati a casa per le vacanze. Così, la prima notte a Praga la passai, in maniera abbastanza sorprendente, con degli anarchici spagnoli, vicini di corridoio, che mi offersero un acido. Eravamo saliti al Castello per vedere la città e il fiume dall’alto e conservo ancora intatta la memoria delle luci trasformate in un braciere multicolore, agitato da mani invisibili in un caleidoscopio di turbini cilindrici che percorrevano la distesa dei tetti, delle cupole, delle guglie avvicinandosi e allontanandosi come se seguissero il ritmo di una danza.
Mai più nella vita, come in quei mesi passati a Praga, ho avuto non dico la sensazione, ma la certezza di risiedere al centro esatto di quell’inestricabile e indecifrabile equilibrio di energie che chiamiamo “mondo”. E rapidamente, in quella condizione di apertura totale, arrivò, per così dire, anche l’amore. Lina era una praghese vera, ma in rotta con la famiglia viveva stabilmente in quel severo dormitorio trasformato in porto di mare. Ci eravamo conosciuti durante una festa organizzata sul terrazzo dell’enorme casamento. Parlavamo entrambi un inglese molto approssimativo, ma sufficiente a individuare quel piccolo terreno comune necessario anche a una relazione senza grandi pretese di durata. Lei, del resto, mi fece capire fin da subito di avere un legame stabile, un fidanzato in vacanza dai suoi a Brno. Lina studiava qualcosa come chimica, o fisica, ma soprattutto faceva parte della nazionale di lotta libera cecoslovacca: con quel visetto angelico e vagamente preraffaellita che aveva, poteva strangolarti tra le cosce senza nemmeno scomporsi tanto. Si allenava duramente per le Olimpiadi di Barcellona, in programma di lì a un paio di anni. Insomma, avevo la sensazione di fare l’amore con una delle contadine o delle soldatesse di marmo scolpite sulla facciata del dormitorio. Era così liscia e muscolosa che la sua pelle sembrava tesa come se qualcuno avesse pompato aria nel suo corpo gonfiandolo come un pallone o una ruota di bicicletta. Se per scherzo facevamo la lotta, non impiegava più di una manciata di secondi per sopraffarmi senza scampo.
Lina era quel tipo di bellezza che ha trovato un’adeguata esaltazione nei fumetti di Robert Crumb. Ma con tutta la sua flessuosa imponenza, era anche una persona molto fragile, spaurita dalle novità, restia a partecipare all’euforia generale non perché non ne condividesse i motivi, ma perché considerava irreale tutto ciò che eccedeva la portata del singolo e dei suoi rapporti con altri singoli. Questo aspetto del carattere di Lina mi aveva colpito profondamente. Mi faceva pensare a quella famosa lettera di Leopardi sulla felicità delle masse, che è per sua natura un’illusione, una chimera, perché queste masse sono composte di individui fatalmente infelici. E come farebbe questo insieme di infelicità individuali a produrre il suo contrario? Più che la loro involuzione autoritaria, stile Fattoria degli animali, le rivoluzioni, tutte le rivoluzioni, si strozzano in questo collo di bottiglia dell’individuo.
Avevano ragione, ovviamente, Lina e Giacomo Leopardi. È facile scriverlo nel 2021, ma quell’idea dell’inevitabilità del progresso, del divenire storico come « storia della libertà », nel 1990 già scricchiolava così tanto che ci volle il clamore della festa per coprire rumori più sinistri e veritieri. Così oggi penso a quei mesi di Praga, e alla felicità che ho vissuto lì, come a un punto nel tempo senza né un prima né un dopo. A metà agosto il clima si guastò, e dopo una serie di burrasche l’aria si fece limpida e fresca, già autunnale.
Al ritorno in città del fidanzato di Lina (venne fuori che era un tipo geloso, e anche lui un lottatore) traslocai dall’allegro dormitorio in stile sovietico. Lina non voleva più avermi tra i piedi e mi aiutò ad alloggiarmi in centro, da un’amica che affittava camere, una donna magrissima e angosciata, sempre vestita di nero, che sembrava nutrirsi esclusivamente di cetrioli immersi nell’aceto. Solo dopo molti anni avrei letto una pagina di Albert Camus su Praga che associa l’odore di quel cibo da alcolisti all’angoscia. La nuova padrona di casa era una specie di impiegata comunale, o sovrintendente allo sport scolastico e, come se avesse intuito che io e Lina non ci saremmo più rivisti, ma tutto sommato avevamo diritto a un’ultima sera memorabile, fece in modo di farci entrare allo stadio la sera del concerto dei Rolling Stones – il primo, se ben ricordo, in un Paese dell’est liberato dalla dittatura. Sul palco, a presentarli, salì Václav Havel in persona. Era una cosa inimmaginabile solo qualche mese prima, e stava accadendo davanti ai nostri occhi.
Quando attaccarono Let’s Spend the Night Together Lina strinse con la sua manona la mia talmente forte che pensai che volesse rompermerla per ricordo. Associo a quel gesto un’idea, un desiderio di sospendere l’attimo e, come accennavo, di sottrarlo al passare del tempo, che in fondo è l’unico ottimismo concesso ai pessimisti. Perché gli attimi felici esistono, ed è legittimo immaginare che in essi la realtà raggiunga il suo grado supremo di consistenza, accompagnato dalla certezza di essere lì, proprio lì, in nessun altro posto. Il cammino « chapliniano » della speranza, di cui parla Ripellino alla fine del suo libro su Praga, non potrebbe, semplicemente, consistere in questo? Non il tempo, ma il suo esatto contrario: la puntura di spillo, il minuscolo strappo nel tessuto di menzogne che definiamo “società”, oppure “Storia”. È così che penso a Praga nell’estate nel 1990: non come a qualcosa di irrimediabilmente perduto, come un detrito inerte che un grande fiume porta via con sé, ma come a una via di scampo ancora percorribile, proprio perché non porta a nulla, ed è dotata della meravigliosa inconseguenza di quei ricordi che non sembrano provenire direttamente dalla nostra vita, ma dallo strascico iridescente delle possibilità, dei sogni, delle chimere che ogni vita si porta dietro come le comete la loro coda.

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