Il modernismo con la V maiuscola

05 Agosto 2026 - 06:10
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Il modernismo con la V maiuscola

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Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity Electa, Triennale Milano, 2026. Catalogo della mostra, ricco di contributi.

«Fare una mostra a Milano fa paura», rivelava Massimo Vignelli in un’intervista alla rivista Modo nel 1981. Ma anche fare una mostra sui Vignelli, a Milano, forse, per molto tempo ha fatto paura. Sono passati 46 anni dall’ultima grande esposizione del loro lavoro, al pac nel 1980. Ora la città torna a celebrare la coppia di designer con Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity, un’ampia esposizione alla Triennale curata da Francesca Picchi e Marco Sammicheli con Thomas Kronbichler e Martin Kerschbaumer di Studio Mut, studio di grafica di Bolzano. Il progetto espositivo, essenziale, è di Jasper Morrison e David Saik, che ci guidano attraverso le sezioni dei numeri bianchi

in sans serif posti su tondi neri, che evocano la segnaletica della metropolitana di New York, forse il lavoro di Massimo Vignelli che più di tutti ha raggiunto lo status di icona pop. E dire che col pop  i Vignelli non hanno mai spartito nulla, essendo i designer italiani che più di tutti hanno rappresentato lo spirito modernista: un movimento totale, il Modernismo con la “M” maiuscola, che ha abbracciato ogni campo della progettazione diventando filosofia. Uno degli ultimi grandi “-ismi” del ’900: una religione utopica i cui discepoli si sono fatti carico del compito di combattere contro l’entropia del mondo, la decorazione, le mode e la volgarità. «I Vignelli avevano una convizione sociale, che il design sia per tutti e che quindi debba essere prodotto in larga scala, ma hanno sempre lottato contro le mode e contro questo aspetto del capitalismo, di fare delle cose che diventano subito vecchie», racconta Kronbichler di Studio Mut. Sono le parole di chi fa il mestiere dei Vignelli a distanza di decine d’anni, e con uno spirito che si può definire di gioiosa ribellione contro il modernismo: «L’ideale moderno ci ha formati, ma penso sia normale, dopo essere stati tanto tempo dentro questa ideologia, avere voglia di ribellarsi».

Il canone Vignelli. Postmedia Books, 2012. Il libro-manifesto di Massimo Vignelli: la sintesi della sua ricerca alle fondamenta del design. Il vocabolario essenziale del design modernista.

La mostra segue un ordine cronologico e include tutti i progetti più noti di Vignelli (tutti i lavori esposti sono creditati indistintamente a “Vignelli”), ma ugualmente sorprendenti sono le bozze, gli schizzi, le maquette precisissime costruite a mano e disegnate a matita nei minimi dettagli: «Penso che Lella e Massimo, essendo perfezionisti, volessero far vedere soltanto progetti che poi sono stati prodotti», dice Kronbichler, «Il nostro ruolo è stato quello di esplorare gli archivi di Rochester alla ricerca di materiali inediti e selezionare pezzi che potessero raccontare un’altra storia dei Vignelli, anche attraverso i progetti – pochi – che non hanno mai visto la luce, ma che sono ugualmente importanti».

L’opera dei Vignelli è un esempio per chiunque svolga il mestiere del designer: mai frivolo e mai noioso. Hanno fatto di tutto per cambiare le persone con il loro lavoro, e sicuramente in parte ci sono riusciti, anche se per loro stessa ammissione: «Ci siamo resi conto che invece il design non può trasformare la società, ma che è la società che determina il design» (Modo n°37, 1981). L’approccio appassionato dei Vignelli, il loro rigore e il loro metodo progettuale, costituiscono però un’eredità che con gli anni è sopravvissuta perché capace di ibridarsi. Sono stati d’ispirazione per designer il cui “stile” mai verrebbe accostato al “canone” Vignelli. L’esempio più bello si trova verso la fine del percorso espositivo: una lettera di Rudy VanderLans, designer e cofondatore della pionieristica fonderia di caratteri digitali Emigre, noti per un approccio non ortodosso al design tipografico. VanderLans domanda a Massimo se, nonostante i giudizi negativi che ha sempre espresso sul loro lavoro, fosse disponibile a disegnare un poster promozionale per un loro carattere. Vignelli risponde che sì: «the war is over!».

Una vista della mostra con divani e poltrone Saratoga, disegnati dai Vignelli nel 1964 per Poltronova.
Una vista della mostra con divani e poltrone Saratoga, disegnati dai Vignelli nel 1964 per Poltronova. Foto: Delfino Sisto Legnani DSL studio © Triennale Milano

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