Meno ipocrisia, Conte sulle primarie ha ragione, il Pd e i riformisti no

La verità è che Giuseppe Conte sulle primarie ha ragione, e il Pd torto. Sapete quanto consideri l’avvocato del populismo una delle più grandi disgrazie politiche, sociali ed economiche mai capitate alla nostra Repubblica.
E sapete anche quanto questo giornale tenga alla difesa dell’Ucraina e dell’Europa dagli attacchi criminali di quello stesso esercito russo che l’ineffabile Conte, sempre lui, fece sfilare lungo le strade italiane durante il Covid, credendo come un gonzo che Putin volesse davvero aiutare l’Italia con i suoi vaccini farlocchi, quando invece aveva organizzato la più grande operazione di propaganda, spionaggio e circonvenzione di incapace su larga scala della sua storia.
Quindi potete immaginare quanto reputi oscene le parole dell’ex capo del governo più di destra della storia repubblicana, uno che non era in grado di scegliere tra Biden e Trump, ma che ora si candida a guidare la sinistra con il sostegno di quelli – raggirati anche loro, pensa il livello, ma da Conte – che vorrebbero ridare l’onore alla sinistra vera via Giuseppi.
Conte ha detto, in sintesi, che non voterà mai a favore degli aiuti militari all’Ucraina (gli aiuti, badate bene, che servono a intercettare le centinaia di missili che i russi lanciano ogni giorno contro le abitazioni civili per uccidere più ucraini possibili mentre dormono), e ha aggiunto che saranno gli elettori delle primarie di centrosinistra a stabilire quale sarà, su questo tema, la linea della coalizione in caso di vittoria alle elezioni politiche del prossimo anno.
Lasciamo da parte, per un attimo, le altre sconcezze dette da Conte ad Asiago, anche se è difficile dimenticare le sue urla belluine («gli ucraini stanno disertando») per coprire la voce dell’intervistatore della Stampa con un argomento che nemmeno la propaganda del Cremlino ormai usa più (ma è probabile che Conte legge Il Fatto).
Conte, insomma, è tornato a percepirsi Trump come ai bei tempi di Palazzo Chigi, e quindi ha spiegato che gli basterebbe una telefonata a Volodymyr Zelensky e poi una a Vladimir Putin per risolvere il conflitto, ma il punto politico del suo discorso non è questa baggianata, simile a tante altre fregnacce, ma quello della linea politica della coalizione che, secondo Conte, dovrà essere decisa dalle primarie.
Il Pd di Elly Schlein è in imbarazzo dopo l’intemerata contiana, mentre la componente riformista (ben svegliata) si è improvvisamente accesa perché considera l’Ucraina una linea rossa insuperabile, anche se sappiano già che alla fine accetterebbe anche questo ulteriore superamento della linea rossa.
Il punto è che sia il Pd di Schlein sia i riformisti hanno torto, e Conte ha ragione. È corretto, normale, che siano le elezioni primarie per la guida della coalizione a decidere la linea del centrosinistra. Altrimenti, scusate, a che cosa servono le primarie?
So bene che il Pd sostiene la bizzarra tesi, incautamente raccontata da Stefano Bonaccini in televisione, secondo cui le primarie si dovranno tenere dopo la formulazione di un programma comune, trasformandole così in una specie di casting su chi saprà interpretare meglio il ruolo di un leader che dovrà recitare un copione già scritto, ma per quanto Bonaccini e ieri Schlein la ripetano resta, appunto, un’idea bislacca e antitetica al senso politico delle primarie.
Le primarie servono a far scegliere agli elettori un leader e le sue idee politiche, non a selezionare un attore chi sappia interpretare al meglio una linea politica precotta, tanto più che stiamo parlando di primarie di coalizione e non di partito. Se i candidati la pensassero tutti allo stesso modo magari sarebbero intanto nello stesso partito, anche se non è detto che stare nello stesso partito significhi condividere una linea comune, ma figuriamoci se le divergenze di linea sono tali per cui i candidati militano in partiti concorrenti.
Non credo che i dirigenti del Pd vogliano davvero farci credere che quando Obama ha sfidato Hillary Clinton, o Bernie Sanders ha conteso la leadership prima a Hillary e poi a Joe Biden, o quando Trump ha sbaragliato dodici contendenti repubblicani, ma potrei continuare con esempi inglesi, francesi, o anche italiani tipo Bersani-Renzi o, ahem, Schlein-Bonaccini, erano soltanto imposture politiche perché in realtà i programmi elettorali erano stati già sottoscritti da tutti i candidati prima ancora che partecipassero a una specie di talent show chiamato primarie.
Si mettano il cuore in pace, i dirigenti del Pd di maggioranza e di minoranza, Conte ha ragione: le primarie servono esattamente a questo, a scegliere un candidato e a definire una linea politica. Altra cosa è se la linea politica di Conte – contro l’Ucraina e contro l’Europa, e di fatto filo russa e filo trumpiana – sia compatibile con un programma di governo che si definisce di centrosinistra. La risposta ovviamente è no, ma se finalmente arriviamo al punto cruciale allora la questione va oltre le primarie e semmai riguarda l’opportunità e la fattibilità di un’alleanza di sinistra con chi sull’Ucraina e l’Europa persegue la stessa politica estera di Trump, Putin, Salvini, Vannacci e di tutte le destre neo, ex, post fascionaziste.
Matteo Renzi, che di primarie se ne intende, ha spiegato bene con un tweet a cosa servono le primarie, salvo poi aver voluto spiegare di più, e troppo, aggiungendo che l’indomani delle primarie, qualunque sarà l’esito, bisognerà però marciare tutti uniti su un unico programma, dimenticandosi che la nostra è una Repubblica parlamentare, i cui eletti alla Camera e al Senato non hanno alcun vincolo di mandato e quindi una volta in Parlamento potranno fare quello che vorranno.
Sappiamo che Renzi è inspiegabilmente tiepido sull’Ucraina, per questo valuta la differente posizione di Conte sull’Ucraina come una questione programmatica come tante altre, del resto ha già accettato di allearsi con tutti quelli che hanno smontato pezzo per pezzo la sua stagione di governo. Senza volerlo, però, il leader di Italia Viva ha scoperchiato la vera questione in gioco: i progressisti e i liberal possono presentarsi agli elettori con un programma politico che abbandona i resistenti ucraini e umilia l’Europa? Certo che no, se si è davvero progressisti e liberal.
I dirigenti del Pd dovrebbero quindi trarne le conseguenze, perché non si può essere allo stesso tempo testardamente unitari e considerare immonda la posizione di Conte. Delle due l’una, perché qui non si tratta di avere idee diverse su un provvedimento economico, su una riforma sociale o su una normativa fiscale, come è normale che sia tra leader politici della stessa area. E nemmeno si può rivendicare, come ieri comicamente ha fatto Elly Schlein, che le cose andranno bene perché con Conte e gli altri alleati il Pd ha presentato una proposta comune sul congedo parentale.
Se la linea politica di Conte sull’Ucraina e sull’Europa è considerata turpe e incompatibile con i principi fondativi del Pd, come in effetti è, allora Conte è un avversario politico, non un alleato con cui scrivere un programma e fare le primarie.
Se, invece, la difesa antifascista dell’Ucraina è dell’Europa contro l’imperialismo russo ha lo stesso valore negoziabile del congedo parentale, come si evince dal comunicato di ieri di Schlein, allora Conte ha perfettamente ragione. E io mi arrendo.
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