Profezia del negro nazi. Di chi parlerebbe adesso Norman Mailer?

19 Settembre 2026 - 10:20
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"Probabilmente non saremo mai in grado di determinare la misura della devastazione psichica che i campi di concentramento e la bomba atomica hanno prodotto nel subconscio di tutta l’umanità. Per la prima volta nella storia dell’umanità, forse per la prima volta in assoluto, siamo costretti a convivere con la consapevolezza repressa che persino le sfumature più impercettibili della nostra personalità e il riflesso più insignificante delle nostre idee, ovvero l’assenza di idee e personalità, potrebbero comunque determinare la nostra fatale scomparsa, come numeri dentro una qualche gigantesca operazione statistica nella quale i nostri denti verrebbero contati e i nostri capelli recuperati, mentre la nostra morte rimarrebbe sconosciuta, né onorata né notata. Non una morte dignitosa, conseguenza di azioni serie e deliberate, bensì una morte causata da un non meglio identificato deus ex machina”.

Potrebbe averlo scritto l’altro ieri qualsiasi intellettuale o politico apocalittico, o persino Papa Leone, preoccupato per le sorti della “magnifica umanità”. Del resto il ricercatore di Anthropic Jacob Coxon si è dimesso pochi giorni fa scagliando un anatema: “L’AI potrebbe ucciderci tutti entro un decennio”. Il tema c’è tutto: “Nel mezzo della civiltà – quella civiltà basata sull’impulso faustiano di dominare la natura attraverso il controllo del tempo e delle relazioni di causa ed effetto che determinano i rapporti sociali –, nel mezzo di una civiltà economica basata sulla presunzione che il tempo potrebbe veramente venire soggiogato al nostro volere, la nostra psiche sarebbe anch’essa soggiogata dall’intollerabile angoscia che, essendo la morte senza senso, anche la vita sarebbe casuale, e il tempo, privato di causa ed effetto, giungerebbe a fermarsi”. Questo Papa Leone non lo direbbe, e nemmeno qualche prudente “integrato” meno pessimista sulla prossima apocalisse. Ma potrebbe averlo detto qualche interprete del post-liberalismo o un profeta dell’illuminismo oscuro, di cui un ingrediente è l’accelerazionismo: il salto tecnologico che produrrà il futuro oppure il collasso dell’intera umanità.

Anche questa frase sembra scritta oggi: “Un lezzo di paura è scaturito da ogni poro della vita americana, e noi soffriamo di un esaurimento nervoso collettivo. L’unico coraggio, con rare eccezioni, di cui siamo stati testimoni, è stato il coraggio isolato di persone isolate”. Si tratta invece di profezie di molti decenni fa, a riguardo di un nuovo protagonista: “E’ stato su questa squallida scena che un fenomeno è apparso; l’esistenzialista americano – l’hipster, il quale si rende conto che la nostra condizione collettiva è di vivere sotto la minaccia di una morte istantanea per una guerra atomica, di una morte relativamente veloce ad opera dello Stato inteso come l’univers concentrationnaire, o di una morte lenta per conformismo, essendo soffocato ogni istinto di ribellione e di rivolta”. Non lo ha scritto Peter Thiel, sostenitore della teoria secondo cui la democrazia non è più utile alla libertà, eppure avrebbe potuto. Soprattutto questo passaggio: “Convivere con la morte come pericolo immediato, estraniarsi dalla società, esistere senza radici, avventurarsi in itinerari inesplorati all’interno degli imperativi ribelli del proprio essere… l’energia vitale con cui è necessario essere in sintonia se non si vuole rischiare di perdere il ritmo”.

“Avventurarsi in itinerari inesplorati all’interno degli imperativi ribelli del proprio essere”. Non lo scrive Peter Thiel ma Norman Mailer nel 1957

Non sono parole di apocalittici o integrati di oggi, di fronte all’AI o al climate change, nelle molteplici crisi esistenziali dell’occidente. E’ invece l’essenza dell’hipster secondo Norman Mailer. Salto all’indietro, 1957. Il celeberrimo articolo sulla “solitudine dell’hipster” The White Negro: Superficial Reflections on the Hipster, scoppiò come una mina nell’underground delle notti alcoliche e acide del Greenwich Village. Il saggio sulla figura dell’hipster come unica forma di ribellione solitaria, autistica, autodistruttiva e al tempo stesso creativa contro l’America di Eisenhower, il nostro occidente. Fece scandalo e dibattito, come per molto tempo tutto quello che Norman Mailer scriveva. Quaranta libri e due Pulitzer, uno degli scrittori più celebrati del suo tempo, a partire dal successo enorme di Il nudo e il morto nel 1948, fondatore del Village Voice. Potente, eccessivo, contraddittorio (“mi piacerebbe vedere cosa scrive da sobrio”, la battuta di una sua editor, che finì licenziata).

Forse ora che la celebre acronima, AOC, ha dichiarato chiuso il tempo del braghettonismo nominalista del woke quel titolo, quel vocabolo Negro che ricorre incalzante nel testo potranno essere ristampati. Fece scalpore invece nel 2023 – centenario della nascita – il rifiuto di Random House di ripubblicarlo, per la pruderie del nome. Altrove non va meglio. In italiano esiste, più o meno introvabile, solo un’edizione del 2015 di Castelvecchi. Mentre la Nave di Teseo, che ha intrapreso un meritorio “Progetto Norman Mailer”, non esclude di pubblicarlo. Ma più in là, non subito.

Avvertenza per i deboli di spirito che necessitano di trigger warning: la parola “negro” era allora perfettamente inserita nell’anglo-americano e accettata come rispettosa. Niente a che vedere con la “N word” di cui, comunque, pullula la letteratura americana. Del resto la figura di Norman Mailer aveva già iniziato a ossidarsi lui in vita, “una sorta di genio letterario prodigiosamente fallimentare”. E resta eccentrica, contraddittoria, per le sue posizioni radicali estreme. Anche se in anni recenti le maggiori critiche non vertono tanto sui contenuti – certo abrasivi, ma spesso originali e dirompenti – ma sui fatterelli e tic culturali propri dell’accademia americana: le accuse di misoginia (sei mogli, nove figli), di razzismo e, ovviamente, di “appropriazione culturale”, avendo voluto plasmare il suo hipster come “White Negro”. Mailer è un bianco che analizza l’hip dei neri e sostiene che i bianchi per trasgredire devono copiare (appropriarsi?) la subcultura afroamericana. Come ha scritto il critico statunitense Andrew Urie in un interessante saggio su The White Negro: “La mia convinzione è che il termine ‘appropriazione culturale’ sia oggigiorno, il più delle volte, adottato da accademici servili e ipocriti, studenti di dottorato e critici culturali”. Nonostante polemiche e contraddittorie interpretazioni, scovare nella vecchia edizione di un editore italiano libertario The White Negro - La solitudine dell’hipster è uno stimolo molto attuale. A partire dalla dicotomia che Mailer traccia con un tratto di penna tra ribelle consapevole o conformista: “Un individuo è hip o square (l’alternativa che ogni nuova generazione che entra nella vita americana sta cominciando a percepire), è un ribelle o un conformista, un pioniere nel selvaggio West della vita notturna americana o una cellula square, intrappolata”. Potrebbe benissimo essere la descrizione dei nostri contemporanei proiettati in una dimensione solipsista, guidata dalla volontà di dominio sulla natura e sulla psiche. Ma potrebbe essere anche la descrizione parodistica della maggior parte dell’umanità di oggi, rassegnata a un viaggio “senza presente e futuro”. Se c’è un libro che, letto con gli occhi di oggi, sprigiona paradossi sorprendenti, è questo sul “bianco negro”, l’hipster che avrebbe (dovuto) far esplodere il vecchio mondo, il mondo degli “square”, i normali. E ci risiamo: un’accelerazione capace di travolgere tutto.

Mailer è un bianco che analizza l’hip dei neri e sostiene che i bianchi per trasgredire devono copiare (appropriarsi?) la subcultura afroamericana

Breve disclaimer lessicale. Hipster nell’epoca di Mailer, tra gli anni 40 e 50, indica un tipo cinico, notturno e distaccato dalla società, un bohémien urbano. E’ un neologismo coniato negli anni ‘40 per indicare gli appassionati di jazz bebop. Giovani bianchi della classe media che idolatravano e imitavano lo stile di vita dei jazzisti neri. Hip è opposto di square, conformista, nel gergo afroamericano sta per sveglio, informato. Stessa radice di hippie, come anni dopo i perplessi borghesi di San Francisco avrebbero chiamato quelli “al passo coi nuovi tempi”, che la sapevano lunga. Ovviamente il giorno e la notte: la notte degli hipster che si avvelenano promiscui ascoltando bebop; solari invece e figli dei fiori gli hippie che avrebbero voluto cambiare il mondo (“Think about how close we came”, Neil Young).

Dunque niente a che fare con la recente moda vintage, ben pettinata, pacificata nel consumismo però consapevole, degli hipster dello scorso decennio. Un movimento più parodistico che palingenetico, senza niente dalla violenza creativa di cui sogna il fluviale scritto di Mailer: “Non è dunque un caso che l’origine dell’hip sia il negro, che ha vissuto per due secoli al confine fra totalitarismo e democrazia. La presenza dell’hip come filosofia attiva nei bassifondi della vita americana è dovuta probabilmente al jazz”, alla sua influenza su quella “generazione avant-guarde post-bellica che aveva assimilato le lezioni di disincanto e disgusto degli anni Venti, della depressione e della guerra”. Una generazione che condivideva “una sfiducia collettiva nelle parole di uomini che avevano troppo denaro e controllavano troppe cose (idea incredibilmente attuale, ndr), essi hanno conosciuto una sfiducia quasi altrettanto profonda nelle idee sociali monolitiche del matrimonio che dura una vita, della solidità familiare e della vita amorosa rispettabile”. Di chi parlava Norman Mailer, e di chi parlerebbe adesso? “Ogni nero che voglia vivere deve vivere nel pericolo fin dall’inizio… non può avere la sicurezza di cui gode la massa bianca”. Il nero non ha “la figura rassicurante di una madre, la certezza di avere casa, lavoro, famiglia”. E’ da questo stato “primitivo”, selvaggio, la violenza come unico codice di sopravvivenza, che l’utopia dell’hipster maileriano prende avvio. Imitando il linguaggio del jazz, “perché il jazz è orgasmo”. Ma della musica tralasceremo: basta dire che quando il blues e il jazz si fonderanno col rock n’ roll esploderà una nuova controcultura: stavolta bianca, hippie.

L’immagine mitizzata del “negro” di Mailer merita invece un riassunto. La consapevolezza degli abusi storici e presenti subiti, la violenza come unica risposta psichica. E’ di questo che una generazione di bianchi resta affascinata: “Non c’è da meravigliarsi che in certe città d’America, a New York naturalmente, a San Francisco e Los Angeles, o in città così ‘americane’ come Parigi o Città del Messico, questa porzione particolare di generazione venisse attratta da quello che aveva da offrire il negro”. Il fascino di una diversa antropologia distruttiva e autodistruttiva di cui Mailer, predice, con sforzo immaginativo riletto oggi assai eccessivo, il potere di disruption e creazione del nuovo mondo. Fu così che “in posti come il Greenwich Village si stabilì un ménage a trois – il bohemien e il giovane delinquente vennero a contatto col negro, e l’hipster trovò di fatto il suo spazio nella vita americana. Se la marijuana fu l’anello matrimoniale, il bimbo che ne nacque fu il linguaggio hip… E in queste nozze del bianco e del negro la dote culturale è stata portata dal Negro”. In quel matrimonio sognato o avvenuto, per Mahler “è nata una nuova razza di avventurieri, avventurieri urbani che uscivano di notte alla deriva in cerca di azione”. “L’hipster aveva assimilato la sinapsi del negro, e ai fini pratici poteva essere considerato un negro bianco”. Era nato il mito trasgressivo del Village.

Mailer definisce tutto questo la “psicopatia dell’hipster”. Per riassumere con Andrew Urie: “Sebbene le intuizioni di Mailer siano spesso espresse in modo rozzo contano gli aspetti di una fascinazione trasgressiva, in grado di resistere o abbattere il mondo square. La promiscuità sessuale, l’omosessualità, la bisessualità che sconvolgono l’ordine sociale”. E soprattutto la mescolanza razziale, la vera “accelerazione”: “Quando arriverà, la mescolanza razziale sarà un terrore, paragonabile forse al delirio dei comunisti americani quando le icone di Stalin crollarono”. Poi ovviamente la violenza, tra i punti che più provocarono sconcerto: la tolleranza nichilista dell’omicidio inteso come una “forma di coraggio”. In fondo una versione hip e poco filosofica di superomismo. “Con la possibile emersione del negro, l’hip potrebbe erompere come una ribellione armata della psiche, il cui impeto sessuale cozzerebbe contro le fondamenta anti sessuali del potere organizzato in America”. Ci possiamo fermare qui, nell’excursus, quando Mailer dice che “il Ventesimo secolo, quali che siano i suoi orrori, è un secolo estremamente eccitante perché tende a ridurre tutta la vita alle sue alternative estreme”. E il Ventunesimo, possiamo aggiungere, non si sta facendo mancare nulla.

Che cosa è avvenuto, che cosa si è avverato o no della profezia di The White Negro? Qualcosa o molto sì, dalla concezione sessuale intesa come soddisfacimento illimitato alla parcellizzazione sociale, alla violenta imposizione del sé nuovamente accettata.

Ma quella che doveva essere una rivoluzione progressista (bene o male Mailer è di sinistra, scrive per la New Left Review, questo libro è pubblicato dalla rivista Dissent, anche se si definiva un conservatore di sinistra) non si è avverata. Né nella versione di un “negro consensus” – in fondo, l’uscita del Negro dalla propria condizione subalterna non avviene con la violenza, ma con una lenta normalizzazione: dal jazz al cinema alla politica – e nemmeno si è avverata, la rivoluzione, nell’opposto culturale dell’hipster, l’hippie. Entrambi sognavano di allargare il perimetro delle libertà individuali per portare a una società più libera. Non tutto è andato per il verso giusto.

Qualcosa della profezia si è avverato? Molto, dalla concezione sessuale come soddisfacimento illimitato alla violenta imposizione del sé

Oggi di chi parlerebbe, Norman Mailer? Se diamo ascolto ai padroni dell’AI (impauriti per finta o sinceramente da sé stessi) e peggio se ascoltiamo i Lord of war istituzionali o abusivi, sappiamo che sono pronti per mandare gambe all’aria il mondo costituito. Solo che lui lo scrive nel 1957. Ma nel sogno allucinatorio di The White Negro il matrimonio di ribelle nero e hipster bianco avrebbe dovuto far esplodere tutto. La coscienza della vita o della morte come orizzonte. L’impresa non riuscì, o riuscì in un risucchio autodistruttivo. Alcuni di quegli obiettivi si siano realizzati, ma ribaltati. La polifonia sessuale non ha più nulla di trasgressivo, si è però ribaltata nello scientismo riproduttivo. I veri hipster bianchi, superomisti e solipsisti, sono gli Elon Musk che programmano come algoritmi i figli, puntando a un trionfo genetico che produrrà, di converso, una nuova classe di schiavi: non più i neri, ma chi non avrà accesso alla tecnologia riproduttiva. La generazione geneticamente modificata si fa tramite computer cui avranno accesso solo le classi umane superiori.

Il sogno allucinatorio di Mailer ha subito un risucchio autodistruttivo. L’hipster è il nuovo individualista che non riconosce confini né costituzioni

L’hipster distruttivo è il nuovo individualista che non riconosce confini né costituzioni. Altri temi si sono ribaltati. Dalla droga mortifera dei club alle sostanze psicotrope che potenziano la mente. Dalla consapevolezza annebbiata dai fumi jazzistici all’arte fatta con la AI. Il dominio del tempo sarà gestito dalle macchine, così come l’immortalità – da Thiel a tutti gli altri, non è strano che sia il nuovo mito? Superare la morte imposta dalla Bomba o da qualcuno che tira i fili, era l’abbrivio di Mailer: ma sarà solo per alcuni. Sarà di alcuni dei nuovi “Negro White”. La nuova divisione antropologica non sarà più tra schiavi neri sessualmente folli antisociali e square soccombenti, ma tra gli esclusi della nuova civiltà delle macchine e del nuovo esoterismo. Parliamo sempre di Musk, ma non è significativo che la leader dell’AfD sia una donna, bianca (ariana?) che vive fuori confini, con una compagna e figli prodotti con lei?

Tutto quello che l’hipster voleva dal suo matrimonio col Negro si realizza ribaltato. Qualcuno preferisce circoscrivere la sconcertante evidenza come una nuova psicopatologia. Come in un volume che incuriosisce, Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere dello psicoanalista argentino Yago Franco che ora DeriveApprodi pubblica. Le destre radicali sono “pazze”, però sono il compimento della pazzia hipster. Scrive a un certo punto Norman Mailer: “E’ possibile, dal momento che gli hipster convivono con il loro odio, che molti di essi possano costituire il materiale per un’élite di truppa d’assalto pronta a seguire il primo leader carismatico la cui concezione dello sterminio di massa si esprima in un linguaggio capace di stimolare la loro carica emotiva… l’hipster in uguale misura un candidato per il più reazionario come per il più radicale dei movimenti”. Oggi Mailer sarebbe progressista o reazionario?

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