Ex Ilva, il decreto-scudo non spegne la rabbia: l’Italia dell’acciaio resta una polveriera

14 Ottobre 2026 - 15:25
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Ex Ilva, il decreto-scudo non spegne la rabbia: l’Italia dell’acciaio resta una polveriera

La risposta di Palazzo Chigi è arrivata nella tarda serata di ieri, martedì 13 ottobre. Sotto la presidenza di Giorgia Meloni, il Consiglio dei Ministri ha licenziato con la formula della massima urgenza il nuovo Decreto ex Ilva. Sul piatto ci sono circa 187 milioni di euro complessivi, un paracadute normativo ed economico che il Governo ha strutturato su tre pilastri d’emergenza per evitare il collasso immediato. Da una parte è stata prevista una robusta estensione della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria fino al 30 giugno 2027 per circa 13.500 dipendenti totali tra diretti e indotto. Dall’altra sono stati stanziati i fondi necessari a mantenere accesi e in sicurezza i motori degli altiforni di Taranto, provando ad aggirare temporaneamente il conto alla rovescia dello spegnimento totale imposto dai giudici di Milano, in attesa del verdetto decisivo della Cassazione fissato per il 20 ottobre. Infine sono stati introdotti sgravi contributivi totali per le aziende che decideranno di assumere il personale in uscita dal bacino siderurgico.

Sulla carta si tratta di una massiccia operazione di salvataggio sociale, ma nella realtà dei fatti si è rivelata una diga di sabbia contro uno tsunami. La doccia fredda sulla cabina di regia governativa è arrivata infatti all’alba di oggi. Se il decreto puntava a rasserenare gli animi e a congelare lo scontro, l’effetto sul territorio è stato l’esatto opposto. Fim, Fiom e Uilm nazionali hanno rispedito la soluzione al mittente, giudicandola un mero palliativo privo di una reale prospettiva industriale e prolungando lo sciopero per altre 48 ore in tutti i siti italiani.

I pesanti contraccolpi del giorno dopo mostrano un Paese spaccato e piazze paralizzate. A Genova Cornigliano un imponente corteo operaio ha bloccato il centro cittadino fin dalle prime ore del mattino, culminando in momenti di fortissima tensione e in presìdi permanenti sotto la Prefettura. Per i lavoratori del Nord il blocco dell’area a caldo a Taranto significa la morte per fame chimica dei propri stabilimenti di finitura. Contemporaneamente, a Taranto, i blocchi stradali e i presìdi sulla statale Appia hanno di fatto congelato l’attività della raffineria Eni. Il rischio concreto, ventilato nelle ultime ore, è quello di un imminente blocco dei carburanti che sta già mandando in tilt oltre cinquanta stazioni di servizio della regione e che minaccia seriamente le scorte degli aeroporti di Bari e Brindisi.

La verità che emerge dai cancelli delle fabbriche è che i lavoratori non vogliono più vivere di soli sussidi. La cassa integrazione fino al 2027 è vista come l’ennesima anestesia per accompagnare il comparto alla morte clinica. Il Decreto del Governo punta a guadagnare tempo prezioso, ma non cancella i vincoli giuridici della Magistratura milanese, né risolve il nodo dei nodi: chi deciderà mai di comprare un colosso industriale privato della sua reale capacità produttiva a caldo? Mentre a Palazzo Chigi si continuano a studiare le carte tecniche, l’autunno siderurgico italiano si accende violentemente sui binari e sull’asfalto. La sensazione diffusa è che il tempo dei decreti-ponte sia ormai definitivamente scaduto, e che la bomba sociale abbia già iniziato a esplodere.

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