Ex Ilva, l’Italia dell’acciaio si ferma: sciopero a oltranza e città bloccate. Salis: «Genova può produrre con materiali da fuori»

Taranto/Genova - La crisi dell’ex Ilva (Acciaierie d’Italia) entra nella sua fase più calda e drammatica. Quella che doveva essere una mobilitazione di 24 ore si è trasformata in una protesta a oltranza che sta paralizzando i nodi strategici del Paese. La decisione dell’amministrazione straordinaria di spegnere l’area a caldo di Taranto – in seguito alla sentenza della Corte d’Appello di Milano sui vincoli sanitari legati all’amianto – ha spinto i sindacati (Fim, Fiom, Uilm e Usb) a proclamare ulteriori 48 ore di sciopero nazionale.
A Taranto, i lavoratori dell’acciaieria e dell’indotto hanno presidiato le strade per tutta la notte, accendendo fuochi per ripararsi dal freddo. I blocchi stradali hanno completamente congelato il traffico sulle strade statali 7 e 106, mentre i manifestanti hanno esteso le barricate anche agli ingressi della vicina raffineria Eni.
La tensione è altissima anche a Genova. Davanti alla Prefettura di Cornigliano, difesa dai blindati delle forze dell’ordine, il presidio dei lavoratori non si è mai interrotto. Questa mattina un lungo corteo di operai ha sfilato per le vie del capoluogo ligure, costretto allo stop forzato a causa del blocco delle materie prime provenienti dalla Puglia.
Proprio da Genova arriva una forte spinta politica per cambiare la rotta. La sindaca della Città Metropolitana, Silvia Salis, è scesa in piazza al fianco degli operai in corteo per contestare le ragioni dello stop. In una lettera ufficiale inviata al ministro delle Imprese Adolfo Urso, Salis ha proposto una soluzione pragmatica: acquistare coils e materie prime sul mercato internazionale da fornitori alternativi per non spegnere gli stabilimenti del Nord.
«Lo stabilimento funziona, i lavoratori ci sono, manca solo la materia prima. Genova può andare avanti anche senza Taranto», ha dichiarato la sindaca. E proprio in queste ore, Salis ha annunciato significativi spiragli positivi, confermando che il Governo e la struttura commissariale stanno attivamente lavorando per dare seguito a questa richiesta e sbloccare i canali di approvvigionamento esteri.
La gravità della situazione ha spinto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a intervenire direttamente durante un incontro in Prefettura: «La situazione dell’ex Ilva rischia di diventare un allarme sociale. Lo Stato non lascerà la questione alle sole dinamiche di mercato».
La risposta della politica è attesa a ore a Palazzo Chigi, dove il Consiglio dei Ministri ha sul tavolo un decreto d’urgenza da 125 milioni di euro: 85 milioni saranno stanziati per garantire la cassa integrazione ai dipendenti diretti e 40 milioni andranno a coprire i lavoratori delle ditte dell’indotto.
Sul piano industriale, si registra un primo segnale coerente con la linea della materia prima esterna: l’azienda Eusider ha annunciato il prossimo arrivo a Taranto di un carico di 60.000 tonnellate di bramme (semilavorati in acciaio). Una fornitura d’emergenza che consentirà di riattivare i soli reparti di finitura e le lavorazioni a freddo a Genova e Novi Ligure. I Sindacati tuttavia frenano: si tratta di un palliativo temporaneo in attesa del verdetto cruciale della Corte di Cassazione fissato per il 20 ottobre.
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