In Italia si lavora da morire, 700 vittime dall’inizio dell’anno

13 Ottobre 2026 - 21:25
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In Italia si lavora da morire, 700 vittime dall’inizio dell’anno

Quando qualcuno prova a dire che la sicurezza sul lavoro è migliorata, che i controlli sono aumentati, che il sistema Italia ha preso coscienza di una strage intollerabile, arrivano puntualmente i numeri a smentire quelle che restano solo speranze. Si continua a morire, oggi come ieri, come un anno fa, come dieci anni fa, come trenta anni fa. Tre vittime al giorno, 1200 l’anno, una media agghiacciante entrata ormai in una tragica normalità, come i feroci anticicloni sahariani d’estate. Nella guerra del lavoro si cade nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle catene di montaggio, anche quando si va o si torna da lavoro. Famiglie ferite nel profondo, compagne e compagni di lavoro sconvolti, organizzazioni sindacali che denunciano condizioni croniche di insicurezza, istituzioni, almeno quelle più sensibili, che cercano di fare quello che possono.

Gli ultimi dati dell’Inail, relativi ai primi otto mesi di questo 2026, evidenziano un aumento del 5,4% di vittime di un lavoro che dovrebbe servire a vivere e che invece continua a ferire e uccidere rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Sono state 498 le vite spezzate da gennaio ad agosto, senza contare le migliaia di incidenti che non provocano lutti ma segnano, spesso indelebilmente, il futuro di lavoratrici e lavoratori. L’asciutto documento dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro segnala un aumento del 2,9% delle denunce di infortunio con esito mortale. Tutto questo senza considerare le vittime del lavoro grigio o addirittura nero, vicende che vengono alla luce solo quando investigatori e magistrati sensibili a quanto accade sotto i loro occhi decidono di approfondire i tanti, troppi casi a rischio di invisibilità. Quando ad offrire la sintesi della situazione è l’Anmil, associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro, la lista dei lutti si allunga ulteriormente: nello stesso lasso di tempo sono state censite 701 vittime, comprese quelle definite ‘in itinere’, andando o tornando da lavoro. Inoltre l’Anmil puntualizza che le denunce di malattia professionale sono aumentate del 16,3%, arrivando a quota 74.542.

La disparità di numeri tra Inail e quelli Anmil nasce dal fatto che la prima rilascia i dati mensili con circa un mese di differita tecnica (per questo i report analitici coprono finora solo i primi 8 mesi), mentre associazioni come l’Anmil integrano le proiezioni e le segnalazioni in tempo reale per fornire il bilancio più aggiornato possibile. I settori più colpiti dalle denunce continuano ad essere le attività manifatturiere (41.778), costruzioni (22.382), sanità (22.353), commercio (19.801) e trasporto e magazzinaggio (19.635). La pur lieve diminuzione (4 %) rispetto al 2025 delle morti sul lavoro relativa ai primi 6 mesi di quest’anno è stata vanificata dalla impressionante quantità di decessi che si è verificata dal mese di luglio. La disarmante regola dei tre morti al giorno resta un tragico postulato del sistema produttivo italiano, che sulla sicurezza non ha mai investito quanto avrebbe dovuto.

A finire in zona rossa ad aprile 2026, con un’incidenza superiore a +25% rispetto alla media nazionale (Im=Indice incidenza medio, pari a 8,1 morti sul lavoro ogni milione di lavoratori) sono: Sicilia, Liguria, Veneto, Puglia e Campania. In zona arancione: Molise, Toscana, Piemonte e Sardegna. In zona gialla: Umbria, Lombardia, Emilia-Romagna e Marche. In zona bianca: Lazio, Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Calabria, Trentino-Alto Adige, Basilicata e Valle d’Aosta. Se guardiamo l’indice di incidenza della mortalità (rischio rispetto al numero di lavoratori attivi), la media nazionale è di 17,8 decessi ogni milione di occupati. Le regioni che superano questa media di oltre il 25% e che l’Osservatorio inserisce in zona rossa sono la Calabria al primo posto, seguita da Sicilia, Campania, Liguria e Puglia. I dati regionali dei primi sette mesi 2026, escludendo gli incidenti in itinere, vedono ai primi cinque posti la Lombardia con 66 decessi, seguita dal Veneto, con 44 morti, quindi Campania (41); Sicilia (35), Emilia-Romagna (34). Agli ultimi posti, quindi con minori morti, la Val d'Aosta che ne registra zero, il Molise con due, la Basilicata (3), il Friuli-Venezia Giulia (6).

La Cgia di Mestre, storica organizzazione sindacale italiana di rappresentanza delle piccole e medie imprese, degli artigiani e dei lavoratori autonomi, ben conosciuta dai media per l’accuratezza delle proprie documentazioni ha elaborato un identikit dei lavoratori più a rischio per fascia di età. Nel primo quadrimestre del 2026 l’incidenza più elevata si registra nella fascia d’età degli over 65 (27,7). Uomini e donne che dovrebbero essere vicini o già in pensione, ma che sono costretti a restare sulle impalcature, nei campi, nei magazzini e nelle officine. Seguono i lavoratori tra i 55 e i 64 anni (13,9) e quelli tra i 15 e i 24 anni (8,6). In termini assoluti, invece, la fascia più colpita dagli infortuni mortali sul lavoro è quella tra i 55 e i 64 anni (78 vittime su un totale di 196). Da notare che, oltre a uccidere giovani alle prime armi o anziani svuotati da decenni di fatiche, il rischio di morte sul lavoro risulta triplicato fra le lavoratrici e i lavoratori migranti, quasi sempre le ultime ruote del carro, costretti dal bisogno ad accettare rischi inaccettabili. Risultato: 20,5 morti ogni milione di occupati, contro un indice di 6,6 degli italiani. Numeri su cui chi di dovere dovrebbe meditare a lungo.

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