Federarsi con Renzi? Il no di Onorato, il sì di Spadafora, l’amarezza di Magi e Ruffini
Roma. Intenzione ambiziosa: il leader di Progetto Civico Italia Alessandro Onorato non vuole federarsi con Matteo Renzi e punta a superare da solo il 3 per cento, raccogliendo le firme. Vasto programma, non senza rischi, in quel centro del centrosinistra fulminato sulla via del campo larghissimo dalla norma sul “miglior perdente”, emendamento del deputato azzurro Paolo Emilio Russo che punta, dice Russo, a “scoraggiare la frammentazione e il potere di condizionamento delle piccole formazioni politiche”. E ci vorrebbe ora un romanzo di Charles Dickens rovesciato, per narrare le grandi speranze deluse di chi, nel centro civico-riformista-moderato del centrosinistra, si è ritrovato, dalla sera alla mattina (di ieri) ad avere come problema non quello trito e ritrito del federatore, ma direttamente quello del doversi per forza federare o con Matteo Renzi o senza, ma tutti insieme, pena, visto l’emendamento, non soltanto l’irrilevanza delle formazioni sotto al 3 per cento, a eccezione del “miglior perdente”, ma anche una sorta di drenaggio ai danni della coalizione (i voti non conteggiati dei “peggiori perdenti”). Insomma: la renziana Iv-Casa riformista si ritrova di fatto e di diritto in posizione di vantaggio. Mentre rischiano di fatto la messa in mora il sogno del guru dem Goffredo Bettini, costruito attorno a quel Progetto civico che non dispiace al leader m5s Giuseppe Conte, e i percorsi delle altre formazioni nell’area: Più Europa di Riccardo Magi, Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, Primavera dell’ex ministro Vincenzo Spadafora. E nella sera in cui Renzi, a Villa Borghese, festeggia l’estate con la sua Casa riformista, e Ruffini dibatte con il prefetto Franco Gabrielli di paura e sicurezza a Palazzo Merulana, Onorato addita “gli ultimi giochi di Palazzo” che “non cambiano il nostro percorso dal basso”. “Noi continuiamo a stare nelle piazze”, dice al Foglio, “veniamo da lì e andremo a raccogliere le firme delle persone che rappresentiamo. Noi amministratori siamo abituati a stare tra la gente e a essere scelti. Vogliamo rappresentare una nuova classe dirigente civica che esiste e colpevolmente è lasciata solo sui territori, fuori dal Parlamento. Sindaci, assessori, consiglieri di centrosinistra che non si riconoscono negli attuali partiti e che, con generosità, si sono uniti per arricchire la nostra coalizione”. Riccardo Magi è amaramente perplesso: l’emendamento, dice, “ha dell’incredibile; la sua genesi andrebbe approfondita. In realtà è un ostacolo rispetto alla possibilità di fare una proposta elettorale unitaria nell’area riformatrice del centrosinistra. Nessuno infatti può illudersi che le scelte politiche possano essere determinate dalla costrizione anziché dall’accordo politico che si basa su interlocuzioni e convergenze autentiche”. Spadafora invita al realismo: “Renzi occupa già l’area riformista, con i suoi gruppi parlamentari e la sua forza. E non dovrà raccogliere le firme. Tutte le altre iniziative, compresa la mia, hanno provato ad aggiungere pezzi, ma nessuna, da sola, è in grado di fare nulla. Bisognerebbe quindi fare una Costituente che metta insieme queste esperienze, a partire da Casa riformistia, sapendo che Renzi, a differenza di altri, ha dato la propria disponibilità a costruire un progetto comune dove si scelga insieme il o la leader”. Ruffini non parla di federazioni. “Ogni volta che si apre un cantiere sulla legge elettorale”, dice, “invece di partire dalla domanda semplice ‘come rafforzare la democrazia e la fiducia dei cittadini?’, ci si concentra sulla domanda ‘come rafforzare chi oggi è al governo?’”. Ed è “un errore profondo”, dice al Foglio: “La politica dovrebbe tornare a vincere con le idee, non con gli ingegneri elettorali. Una legge elettorale non può avere come obiettivo quello di consegnare una maggioranza parlamentare sempre più ampia a una forza politica che rappresenta una minoranza del paese”. A Ruffini pare che “il Palazzo parli soprattutto a sé stesso: mentre fuori cresce la distanza tra cittadini e istituzioni, dentro si discute di formule, soglie, premi e meccanismi che sembrano rispondere agli equilibri dei partiti più che ai bisogni del paese. E quando le regole vengono disegnate per restringere il campo, rendere più difficile la competizione o scoraggiare la presenza di forze nuove e più piccole, si impoverisce il confronto democratico. Le idee non si selezionano attraverso ostacoli burocratici o artifici normativi”.
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