Gli anni ’90 tornano a Londra con una grande mostra

11 Settembre 2026 - 16:00
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Un decennio può trasformarsi in un ricordo collettivo molto prima che chi lo ha vissuto riesca a comprenderlo. Gli anni Novanta britannici sono diventati fotografie sgranate di Kate Moss, concerti dei Blur e degli Oasis, sfilate provocatorie di Alexander McQueen, notti nei club e opere capaci di dividere il pubblico. Dietro questa immagine seducente esisteva però una società più complessa, attraversata da recessione, razzismo, crisi dell’AIDS e profonde differenze di classe.

Dall’8 ottobre 2026, Tate Britain proverà a ricostruire quella stagione con The 90s: Art and Fashion, una grande mostra curata da Edward Enninful, ex direttore di British Vogue e protagonista diretto della scena creativa londinese del periodo. Oltre cento opere di più di settanta artisti, fotografi e designer racconteranno il momento in cui arte, moda, riviste indipendenti, musica e vita notturna cominciarono a parlare la stessa lingua.

Non sarà quindi una semplice operazione nostalgica. La mostra sugli anni ’90 a Londra cercherà di capire chi ebbe accesso a quella straordinaria libertà creativa, chi ne rimase escluso e perché molte domande nate allora continuino a riguardarci.

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La mostra sugli anni ’90 a Londra oltre la nostalgia

Londra all’inizio degli anni Novanta non possedeva ancora l’aspetto levigato, costoso e controllato della metropoli globale contemporanea. Alcuni quartieri centrali conservavano edifici industriali abbandonati, magazzini trasformati in club, studi improvvisati e abitazioni accessibili a giovani artisti. Il paese stava lentamente uscendo dalla recessione e dalla lunga stagione politica dominata da Margaret Thatcher, mentre la fine della Guerra fredda alimentava l’impressione che il futuro fosse nuovamente aperto.

È da questa miscela di precarietà e possibilità che parte The 90s: Art and Fashion, in programma a Tate Britain dall’8 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027. Secondo il comunicato ufficiale della Tate, la mostra riunirà oltre cento fotografie, dipinti, sculture, film, installazioni e creazioni di moda realizzati da più di settanta protagonisti del decennio. Il progetto non è tecnicamente una retrospettiva, perché non ricostruisce la carriera di un singolo artista: è piuttosto un grande ritratto interdisciplinare della cultura britannica negli ultimi anni del XX secolo.

Il percorso dovrebbe cominciare dall’estetica do it yourself, il fai-da-te creativo nato anche come risposta alle difficoltà economiche degli anni Ottanta. Riviste come i-D e Dazed & Confused offrirono spazio a fotografi e stilisti che non si riconoscevano nella perfezione artificiale della moda tradizionale. Le immagini di Corinne Day, Nigel Shafran e Juergen Teller sostituirono gli studi impeccabili con appartamenti vissuti, strade, camere da letto, luce naturale e corpi reali. Vestiti, imperfezioni e atteggiamenti quotidiani divennero più importanti del lusso ostentato.

Questo linguaggio viene oggi imitato da campagne pubblicitarie, profili social e marchi internazionali, ma all’epoca aveva una forza destabilizzante. Significava affermare che la moda poteva nascere anche fuori dagli ambienti rispettabili e che una fotografia tecnicamente ruvida poteva raccontare meglio la realtà di un’immagine perfettamente costruita. La giovane Kate Moss, fotografata da Corinne Day, divenne uno dei simboli di questa trasformazione, ma ridurre il fenomeno a una sola modella cancellerebbe la rete di riviste, stylist, fotografi e designer che lo rese possibile.

La mostra proseguirà con opere di Barbara Walker, Jenny Saville, Gillian Wearing, Roshini Kempadoo ed Eileen Perrier. I loro lavori ampliarono l’idea di chi potesse essere osservato e rappresentato nell’arte e nella moda. Persone comuni, corpi lontani dai canoni pubblicitari e identità nere entrarono nell’immagine britannica senza chiedere di essere rese più rassicuranti.

Edward Enninful descrive gli anni Novanta come un periodo nel quale le vecchie gerarchie cominciarono a cedere: artisti, musicisti, fotografi e stilisti frequentavano gli stessi locali e collaboravano senza preoccuparsi troppo dei confini professionali. La sua ricostruzione è però anche personale. Enninful arrivò in Gran Bretagna dal Ghana, crebbe a Ladbroke Grove e fu notato nella metropolitana nel 1988. A soli 18 anni divenne direttore moda di i-D, trovandosi nel centro della scena che ora è chiamato a raccontare.

La mostra sugli anni ’90 a Londra nasce dunque dall’incontro tra memoria e ricerca museale. Proprio per questo bisognerà visitarla con una domanda aperta: stiamo osservando il decennio per ciò che fu realmente oppure attraverso la nostalgia di chi riuscì a conquistarvi un posto?

Arte e moda cancellano i vecchi confini

Negli anni Novanta l’arte britannica smise di apparire come una conversazione riservata agli specialisti. Opere provocatorie entrarono nei giornali, nei programmi televisivi e nelle discussioni quotidiane. Gli Young British Artists, spesso abbreviati in YBA, utilizzarono materiali industriali, animali conservati, oggetti domestici, corpi e racconti personali per sfidare le aspettative del pubblico. Damien Hirst, Tracey Emin e Sarah Lucas divennero celebrità oltre che artisti, alimentando una miscela di interesse, scandalo e rifiuto.

Tate Britain non dovrebbe limitarsi a riproporre i nomi più famosi. Il percorso annunciato affianca Damien Hirst a Rachel Whiteread, Gary Hume, Helen Chadwick, Cerith Wyn Evans e ai fratelli Jake e Dinos Chapman. Tracey Emin, Sam Taylor-Johnson e Sarah Lucas rappresentano invece una generazione che portò nell’arte sessualità, vulnerabilità, classe sociale ed esperienza autobiografica, spesso utilizzando un linguaggio volutamente diretto.

Uno dei centri emotivi della mostra sarà No Woman, No Cry, il grande dipinto realizzato da Chris Ofili nel 1998. L’opera raffigura una donna nera che piange e rende omaggio a Doreen Lawrence, madre di Stephen Lawrence, il ragazzo assassinato nel 1993 durante un’aggressione razzista nel sud-est di Londra. Dentro ogni lacrima si trova una piccola immagine di Stephen; al buio, una scritta fosforescente ne ricorda il nome e gli anni di nascita e morte. Attraverso il progetto di Google Arts & Culture dedicato al dipinto è possibile osservare questi particolari normalmente difficili da distinguere.

La presenza dell’opera impedisce di raccontare il decennio come una festa senza ombre. Proprio mentre la Gran Bretagna promuoveva all’estero un’immagine giovane e moderna, la campagna della famiglia Lawrence e la successiva inchiesta mettevano in luce il razzismo istituzionale nella polizia. Ofili trasformò quella vicenda in un’immagine di dolore privato e memoria pubblica.

Anche Bear, primo importante film di Steve McQueen, affronta identità, corpo e sessualità. Realizzata nel 1993, l’opera in bianco e nero mostra due uomini nudi coinvolti in un confronto fisico. I loro movimenti possono apparire aggressivi, intimi o erotici, ma il film rifiuta di stabilire una lettura definitiva. McQueen, in seguito diventato un regista cinematografico vincitore dell’Oscar, obbliga lo spettatore a confrontarsi con ciò che proietta su quei corpi.

Nella mostra, opere simili dialogheranno con la moda di Alexander McQueen e Hussein Chalayan. Entrambi trasformarono le sfilate in spettacoli nei quali abiti, scenografie e movimento raccontavano violenza, migrazione, storia e trasformazione. McQueen iniziò con risorse estremamente limitate, utilizzando magazzini, materiali poveri e immagini scioccanti per conquistare un’attenzione che non poteva acquistare attraverso grandi campagne.

Chalayan seguì una strada più concettuale. Per la sua collezione di diploma seppellì alcuni abiti, lasciando che terra e ossidazione ne modificassero l’aspetto. Successivamente trasformò mobili in indumenti e utilizzò riferimenti all’architettura, alla tecnologia, allo spostamento e all’esilio. Per entrambi, il vestito non era soltanto qualcosa da indossare: diventava un’opera instabile, sottoposta al tempo e al corpo.

Il percorso comprenderà anche Vivienne Westwood e John Galliano, che reinterpretarono classe, nazionalità e miti britannici, e creativi neri come Ozwald Boateng e Joe Casely-Hayford. Fotografie di Koto Bolofo e riprese delle sfilate restituiranno una scena più ampia di quella conservata dalla memoria popolare. La moda degli anni Novanta non fu un fenomeno decorativo accanto alla “vera” arte: partecipò allo stesso tentativo di smontare le regole e costruire nuovi linguaggi.

Rave e club: la notte che cambiò la cultura britannica

Quando si racconta la musica britannica degli anni Novanta, la narrazione più semplice oppone Oasis e Blur, Manchester e Londra, classe operaia e scuola d’arte. Il Britpop ebbe certamente una forza enorme, ma non può rappresentare da solo la trasformazione musicale del paese. Nello stesso periodo, acid house, techno, jungle, garage e drum and bass cambiarono il modo di ascoltare musica, occupare gli spazi urbani e costruire comunità.

The 90s: Art and Fashion attribuirà alla vita notturna un ruolo centrale. Fotografie e filmati ricostruiranno l’atmosfera dell’Haçienda di Manchester e del Bagley’s di Londra, grande complesso di magazzini vicino a King’s Cross diventato uno dei luoghi simbolici della scena rave. Prima che la rigenerazione urbana trasformasse completamente la zona, migliaia di persone si incontravano qui per ballare fino al mattino, sperimentando suoni, abiti e identità difficilmente accettati negli spazi tradizionali.

I fotografi Dave Swindells, Peter J. Walsh e Tony Davis documentarono la crescita dell’acid house e la sua capacità di fondere pubblici differenti. Poulomi Desai, Stuart Linden Rhodes e Jon Shard conservarono invece immagini di club e comunità queer che raramente entravano nei grandi mezzi di comunicazione. Le loro fotografie non rappresentano soltanto persone a una festa: raccontano luoghi nei quali era possibile cercare appartenenza, libertà sessuale e nuove forme di espressione.

Il lavoro più rappresentativo di questa sezione sarà probabilmente Fiorucci Made Me Hardcore di Mark Leckey. Il video del 1999 utilizza filmati trovati per attraversare quasi trent’anni di sale da ballo e club britannici, dalla Northern Soul alla cultura rave. Le immagini vengono rallentate, ripetute e unite a una colonna sonora ipnotica, trasformando la cronaca in memoria. Leckey non ricostruisce una notte precisa: cerca di catturare la sensazione di appartenere temporaneamente a un corpo collettivo.

La rilevanza contemporanea dell’opera è evidente. Oggi ogni serata può essere fotografata, filmata e pubblicata immediatamente. Negli anni Novanta gran parte di ciò che avveniva nei club rimaneva invece fuori dall’archivio pubblico. Le immagini erano limitate, spesso prodotte da fotografi presenti nella comunità e diffuse attraverso riviste, volantini o programmi televisivi. Era quella che la curatrice Tate Jessica Vaughan ha definito l’ultima vera epoca analogica.

Non significa che la vita notturna fosse più pura o innocente. Club e rave erano attraversati da consumo di droghe, discriminazioni, sfruttamento economico e controlli della polizia. Il Criminal Justice and Public Order Act del 1994 colpì direttamente i rave non autorizzati, definendo persino la musica attraverso la presenza di “ritmi ripetitivi”. La libertà celebrata oggi nacque anche dal confronto con istituzioni che cercavano di limitarla.

La mostra collegherà questa cultura notturna alle fotografie di moda, alle sfilate e all’arte. Il Bagley’s, per esempio, non fu soltanto una discoteca: nel 1994 ospitò The Birds di Alexander McQueen. Lo stilista, ancora privo di grandi finanziatori, utilizzò un luogo associato ai rave per presentare una collezione costruita intorno a vulnerabilità, incidenti stradali e immagini di uccelli. Moda e club culture condividevano spazi, persone e urgenza creativa.

Questa contaminazione distingue il decennio dall’attuale economia culturale, nella quale ogni settore tende a essere immediatamente trasformato in marchio. Negli anni Novanta molti incontri avvenivano prima che qualcuno potesse misurarne il valore commerciale. Tale spontaneità non va idealizzata, ma aiuta a spiegare perché una generazione con poche risorse riuscì a produrre immagini ancora continuamente imitate.

Il lato oscuro dietro il mito di Cool Britannia

Nel 1997 Tony Blair entrò a Downing Street e la Gran Bretagna sembrò finalmente liberarsi dal peso degli anni Ottanta. Musica, moda e arte diventarono strumenti attraverso cui il paese si presentava come giovane, tollerante e creativo. L’Union Jack passò dalle cerimonie ufficiali agli abiti, alle copertine e alla chitarra di Noel Gallagher. Nacque così la formula Cool Britannia, efficace dal punto di vista pubblicitario ma incapace di raccontare l’intera società.

La mostra dovrebbe chiudersi interrogando proprio quel mito. Yinka Shonibare e Maud Sulter affrontarono colonialismo, diaspora e rappresentazione, mostrando che l’identità britannica non poteva essere separata dalla storia imperiale. Vivienne Westwood e John Galliano utilizzarono abiti, tartan e riferimenti storici per smontare classe e nazionalità. Le loro opere non offrivano una risposta uniforme, ma rivelavano quanto la britannicità fosse una costruzione continuamente riscritta.

La vicenda di Hamad Butt è ancora più significativa. Nato in Pakistan e cresciuto nel Regno Unito, Butt studiò a Goldsmiths insieme ad alcuni futuri protagonisti degli Young British Artists. Era queer, ricevette una diagnosi di HIV nel 1987 e morì nel 1994 a soli 32 anni per complicazioni legate all’AIDS. Pur appartenendo alla stessa generazione di Damien Hirst, rimase a lungo ai margini della sua narrazione più celebrata.

La sua installazione Transmission, presentata per la prima volta nel 1990, utilizzava libri di vetro illuminati da raggi ultravioletti e riferimenti a The Day of the Triffids. Altri lavori contenevano sostanze chimiche tossiche racchiuse in delicate strutture di vetro. Bellezza, scienza e pericolo diventavano inseparabili, evocando un’epoca nella quale il contagio poteva essere invisibile e la medicina confondersi con il veleno. La Whitechapel Gallery, istituzione londinese dedicata all’arte moderna e contemporanea, ha recentemente contribuito alla riscoperta della sua opera.

Inserire Butt accanto a Hirst significa correggere una storia dell’arte costruita intorno a successo commerciale, provocazione mediatica e relazioni con i grandi collezionisti. Significa riconoscere che non tutti i talenti ebbero lo stesso tempo, la stessa salute o lo stesso accesso alle istituzioni. È precisamente questa revisione a rendere la mostra più importante di una passerella di icone.

Edward Enninful conosce personalmente il problema dell’accesso. Arrivato dal Ghana e cresciuto in una famiglia numerosa, entrò nella moda da adolescente e divenne in seguito il primo uomo nero alla guida di British Vogue. In una lunga intervista al Guardian ha ricordato che le istituzioni non illuminavano necessariamente gli artisti migliori, ma quelli dotati della provenienza e delle relazioni considerate giuste.

La sua posizione non è però neutrale. Enninful fu parte di quel mondo, conobbe Kate Moss e Naomi Campbell e contribuì a costruire l’immagine della moda del periodo. La mostra sarà inevitabilmente influenzata dalla sua memoria. È un vantaggio, perché restituisce esperienza e accesso diretto; è anche un limite, perché ogni memoria seleziona ciò che desidera salvare.

Visitare The 90s: Art and Fashion significherà quindi confrontare due immagini del decennio. Da una parte ci sono l’ottimismo dopo la Guerra fredda, le riviste indipendenti, i club, l’esplosione della moda britannica e artisti diventati famosi nel mondo. Dall’altra compaiono AIDS, razzismo, esclusione e precarietà economica. Non sono storie opposte: appartengono allo stesso periodo e spesso alle stesse persone.

La mostra sugli anni ’90 a Londra sarà aperta a Tate Britain, Millbank, dall’8 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027. La stazione più vicina è Pimlico, sulla Victoria line, mentre Millbank Pier consente di arrivare anche dal Tamigi. La collezione permanente del museo è gratuita, ma questa esposizione temporanea richiede un biglietto; prezzi, riduzioni e disponibilità devono essere controllati sulla pagina ufficiale al momento della prenotazione.

Chi entrerà aspettandosi soltanto musica, supermodelle e abiti famosi probabilmente troverà qualcosa di più scomodo. Gli anni Novanta non furono semplicemente migliori del presente. Furono un laboratorio nel quale libertà creativa e disuguaglianza convivevano. La loro influenza continua perché molte battaglie di allora — chi può essere visto, chi può parlare e chi viene ammesso nelle istituzioni — non sono ancora terminate.


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